L'uomo di fiducia
di Giorgio Bernardelli | 12 luglio 2011
Nota a margine dello scontro tra porpore in atto sulle nomine del consiglio di amministrazione dell'Istituto Toniolo, l'ente gestore dell'Università Cattolica

Leggo gli articoli di questi giorni con le notizie sul nuovo capitolo dello scontro tra porpore riguardo alle nomine nel consiglio d'amministrazione dell'Istituto Toniolo, l'ente gestore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. E leggo degli altri nomi che accompagnano l'intervento del Vaticano nel salvataggio dei conti dell'Ospedale San Raffaele di don Verzé.

Non conosco i dettagli delle due vicende e non mi interessa più di tanto entrarci. Mi pare, però, un'occasione ghiotta per proporre un discorso un po' più ampio su una figura che ritorna sempre più spesso nell'attuale stagione ecclesiale: la categoria dell'uomo di fiducia. Il nome giusto da tirare fuori in ogni occasione. C'è una situazione delicata in un'istituzione ecclesiale? Ecco un lavoro per lui. C'è da preparare la bozza di un discorso o di un documento? Ci pensa lui. Ma anche se c'è un convegno da organizzare la relazione più importante poi sarà affidata a lui. Ma non sta già facendo altro? E può davvero essere competente su tutto? Sono domande secondarie: perché lui è quello che meglio di ogni altro offre garanzie sulla linea. E, alla fine, questa è l'unica cosa che conta davvero.

Non c'è destra o sinistra, Vaticano o ultima parrocchia di provincia: ciascuno ha il suo uomo di fiducia. Molte volte laico (ma non necessariamente), fedele alla causa (al punto da avere una spiccata propensione a diventare più realista del re) e soprattutto devoto nei confronti di chi mostra di fidarsi così tanto di lui. Che sia il rettore di una prestigiosa istituzione accademica o il consigliere pastorale a cui il parroco telefona ogni due per tre, in fondo cambia poco. Perché è il meccanismo ad essere lo stesso: l'idea che sì, la Chiesa è fatta di tanti volti e tanti carismi; ma alla fine quelli su cui si può contare davvero sono solo alcuni.

È evidente: stiamo parlando di un meccanismo umano che ci portiamo dentro tutti. E infatti se guardiamo al mondo laico non è che le cose vadano molto meglio: i consigli di amministrazione delle grandi società pubbliche e private - ma anche i seggi in Parlamento o le redazioni dei giornali - sono piene di uomini di fiducia. Messi lì da qualcuno come una propria pedina. Mi chiedo, però, se non sia anche questo un ambito sul quale la Chiesa dovrebbe esercitarsi di più nel vivere l'evangelico "tra voi, però, non sia così".

Provo allora a sognare. Mi piacerebbe che le Curie fossero le prime a dare l'esempio nell'evitare che le stesse persone siedano in più consigli di gestione. Mi piacerebbe che la Cei si preoccupasse se - quando si scorrono i programmi dei suoi convegni - si incontrano come relatori sempre gli stessi nomi. Mi piacerebbe che - dopo averli convocati per le loro Giornate mondiali - non si aspettasse che i giovani superino chissà quale test per dare loro in mano "le chiavi" delle nostre parrocchie e delle nostre diocesi.

Meno uomini di fiducia e più fiducia negli uomini. Non è anche questo, oggi, un modo per annunciare quell'umanità nuova di cui parla il Vangelo?

 

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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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