Nel giorno di Pentecoste abbiamo «preso in rete» sul sito della Comunità di Bose la lettera che i fratelli e le sorelle della realtà monastica guidata dal priore Enzo Bianchi hanno inviato agli amici in occasione di questa solennità. La proponiamo integralmente alla riflessione anche dei nostri lettori.
Cari amici e ospiti,
quanti di voi ci frequentano con maggiore assiduità o seguono gli
interventi del Priore su giornali e periodici avranno notato una nostra
crescente preoccupazione per la situazione ecclesiale, italiana ma non
solo. Avvertiamo un clima di stanchezza, di fatica, di scoramento che
qualcuno ha riassunto in un’espressione molto efficace: “Manca il
respiro”. Quello che già anni fa era stato definito uno “scisma
sommerso” ha assunto più i tratti di un sofferto silenzio, di un
ritrarsi in disparte riflettendo su un grigiore che come nebbia
autunnale sembra avvolgere e intridere tutto. Anche tra di noi, i più
anziani, che han conosciuto lo slancio della primavera conciliare,
vedono sfuocarsi sempre più le speranze nate allora dalla fede salda e
dall’audacia profetica non di singole figure ma della massima autorità
magisteriale cattolica: un concilio ecumenico cum Petro et sub Petro. I
più giovani risentono del clima da orizzonte chiuso con cui deve
quotidianamente confrontarsi la loro generazione cui viene negata la
credibilità stessa di un possibile futuro migliore. Sì, dire che “manca
il respiro” non significa solo avvertire l’affanno di polmoni affaticati
o non irrorati da aria fresca, ma vuol dire anche constatare che “il
nostro respiro” di credenti, lo Spirito del Signore risorto trova
ostacoli nell’aprire mente e cuore alla sua volontà di pace e vita
piena.
Assistiamo alla voce sempre più soffocata di quella che nella chiesa non
si dovrebbe chiamare “opinione pubblica” ma piuttosto sensus fidelium:
la sensibilità, la percezione della fede e delle sue implicazioni che
ogni battezzato è abilitato dallo Spirito santo a esercitare e ad
alimentare attraverso il confronto con i fratelli e le sorelle nella
fede, attraverso la correzione fraterna, l’ascolto reciproco, la comune
edificazione di quell’edificio spirituale di cui siamo chiamati a essere
“pietre vive” (cf. 1Pt 2,5). Oggi, nel torpore dominante, molte delle
stesse guide della comunità cristiana paiono incapaci di una parola
convinta, decisa, obbediente al “sì sì, no no” evangelico, una parola in
grado cioè di far risuonare con vigore nell’oggi della storia le
assolute esigenze cristiane. Quando anche la voce di un pastore si leva
con parresia, questa cade senza ulteriori risonanze perché il
paradossale intreccio di mutismo e frastuono, unito all’assuefazione
alla menzogna, la soffocano sul nascere o la relegano nel campo delle
buone intenzioni di un personaggio “singolare”.
Per contro, quasi ogni giorno vi è chi vuol far apparire la chiesa come
un’arena in cui si fronteggiano fazioni contrapposte, incapaci di
ascoltarsi e di ricercare insieme un cammino di comunione e tese invece a
tacitare “l’altro”, a prevalere negli organigrammi, a “vincere” chissà
quale conflitto ideologico. Eppure Gesù ha ammonito con forza i suoi
discepoli. “Non così tra voi!” (Mc 10,43). E “non così” si erano
comportati i padri conciliari al Vaticano II, che avevano saputo
confrontare le loro diverse visioni di chiesa per sottometterle al
giudizio della parola di Dio e del suo farsi storia nell’oggi
dell’umanità, fino a farle convergere in una lettura condivisa perché
docile allo Spirito.
Questo nostro tempo si sta rivelando tempo di prova e di sofferenza.
Certo, non la prova estrema della persecuzione e del martirio, cui tanti
nostri fratelli e sorelle nella fede vanno incontro, ma la prova della
perseveranza, della fedeltà a scrutare “come se si vedesse
l’invisibile”. Anche dopo la vittoria di Cristo, dopo la sua
resurrezione e la trasmissione delle energie del Risorto al cristiano,
resta infatti ancora operante l’influsso del “principe di questo mondo”
(2 Cor 4,4), sicché il tempo del cristiano permane tempo di esilio, di
pellegrinaggio, in attesa della realtà escatologica in cui Dio sarà
tutto in tutti. Il cristiano infatti sa – e non ci stancheremo mai di
ripeterlo in un’epoca che non ha più il coraggio di parlare né di
perseveranza né tanto meno di eternità, in un’epoca appiattita
sull’immediato e sull’attualità – che il tempo è aperto all’eternità,
alla vita eterna, a un tempo riempito solo da Dio: questa è la meta di
tutti i tempi, in cui “Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebr
13,8). Il télos delle nostre vite è la vita eterna e quindi i nostri
giorni sono attesa di questo incontro con il Dio che viene.
Risuonano quanto mai attuali le parole di Dietrich Bonhoeffer, testimone
di Cristo in mezzo ai suoi fratelli in una stagione di martirio per
quei cristiani che avevano rifiutato ogni compromesso con la barbarie
nazista: “La perdita della memoria morale non è forse il motivo dello
sfaldarsi di tutti i vincoli, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia,
della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve termine,
tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la
bellezza e in generale tutte le grandi realizzazioni richiedono tempo,
stabilità, ‘memoria’, altrimenti degenerano. Chi non è disposto a
portare la responsabilità di un passato e a dare forma a un futuro,
costui è uno ‘smemorato’, e io non so come si possa colpire, affrontare,
far riflettere una persona simile”. Scritte quasi settant’anni fa,
queste parole pongono il problema della fedeltà e della perseveranza:
realtà oggi rare, parole che non sappiamo più declinare, dimensione a
volte sentite perfino come sospette o sorpassate e di cui – si pensa –
solo qualche nostalgico dei “valori di una volta” potrebbe auspicare un
ritorno.
Ora, se la fedeltà è virtù essenziale a ogni relazione interpersonale,
la perseveranza è la virtù specifica del tempo: esse pertanto ci
interpellano sulla relazione con l’altro. Non solo, i valori che tutti
proclamiamo grandi e assoluti esistono e prendono forma solo grazie ad
esse: che cos’è la giustizia senza la fedeltà di uomini giusti? Che
cos’è la libertà senza la perseveranza di persone libere? Non esiste
valore né virtù senza perseveranza e fedeltà! Oggi, nel tempo frantumato
e senza vincoli, queste realtà si configurano come una sfida per ogni
essere umano e, in particolare, per il cristiano. Ma come riconoscere la
propria fedeltà se non a partire dalla fede in Colui che è fedele? In
questo senso il cristiano “fedele” è colui che è capace di memoria Dei,
che ricorda l’agire del Signore: la memoria sempre rinnovata della
fedeltà divina è ciò che può suscitare e sostenere la fedeltà del
credente nel momento stesso in cui gli rivela la propria infedeltà. E
questo è esattamente ciò che, al cuore della vita della chiesa, avviene
nell’anamnesi eucaristica.
È lì, al cuore della nostra fede, che dobbiamo tornare per ritrovare
speranza contro ogni speranza, per ritrovare un respiro capace di
riaprirci orizzonti di vita piena, perché nulla mai potrà separarci
dall’amore di Dio e dal Vangelo che ce lo ha narrato
I fratelli e le sorelle di Bose
www.vinonuovo.it è un blog in cui ci si confronta su temi e problemi dei cattolici oggi in Italia.