ROBE DI RO.BE.
«Mira il tuo popolo..»
di Roberto Beretta | 12 maggio 2011
In questi giorni di maggio mi sono ritrovato anch'io a cantare il classico inno. E a chiedermi all'improvviso che cosa mai stessi dicendo.

«Mira il tuo popolo, o bella Signora...». In questi giorni di maggio mi sono ritrovato anch'io, al termine delle «funzioni» (si chiamano ancora così? Spero vivamente di no) mariane, a cantare il classico inno. E a chiedermi all'improvviso che cosa mai stessi dicendo.

Perché, ragazzi, anche lasciando perdere il lessico desueto, il canto alla Vergine tuttora più noto d'Italia è di una povertà teologica sconcertante. Anzi, c'è forse da ringraziare il cielo che ormai certi vocaboli non li capisce più nessuno («Mira» per «guarda», «festevole» per «gioioso, contento», e così via), in modo tale che il minor numero possibile di pii fedeli si renda conto del nulla che sta cantando a squarciagola.

Se analizziamo quei versi, infatti, non ci troviamo nient'altro che la rappresentazione della contentezza del popolo devoto («che pien di giubilo») e la sua generica invocazione a Maria («O santa Vergine, prega per me»). E per fortuna la memoria dei frequentatori dei rosari di maggio, in genere, non va oltre la prima strofa, perché altrimenti ci sarebbe da rizzare i capelli tra il «pietosissimo tuo dolce cuor» e «al porto guidami per tua mercé», fino all'ultima richiesta: «Nel più terribile, estremo agone/ fammi tu vincere il rio dragone/ propizio rendimi il sommo re».

Non che si voglia screditare qui il canto sacro del passato (ci sarebbe da proporre un test, ad esempio, per scoprire quanti ancora capiscono il pur eseguitissimo «Signore di spighe indori/ i nostri terreni ubertosi...») per esaltare le composizioni contemporanee; anche queste ultime, infatti, lasciano molto, ma molto a desiderare. E non soltanto musicalmente parlando.

Un solo esempio, pescato sempre dal repertorio mariano e tra i più correnti nella liturgia italiana: «Giovane donna». Qui lo stile ellittico ha il pregio di lasciare spazio alla fantasia dei fedeli; ma la parentela con il sacro è quanto mai lontana: a chi allude, per dire, la frase «un desiderio/ d'amore e pura libertà»? Potrebbe essere buona anche in un fotoromanzo, così come la seguente «luce e silenzio/ annuncio di novità»...

Scrivo queste righe contro me stesso, perché canto sempre volentieri sia l'un brano che l'altro (più il secondo del primo, a dire il vero), in quanto vi sono emozionalmente affezionato; e chissà quanti altri come me. Però non posso nascondermi che il loro contenuto, anche musicale, è prossimo allo zero. E allora mi chiedo: qual è la cultura mariana che la Chiesa italiana promuove nel concreto, da un secolo a questa parte («Mira il tuo popolo» è del 1905), nei fedeli? Se i motivetti che rimangono nella testa alla gente sono quelli, cosa si può pretendere che pensino della Madonna e del suo ruolo? Di più: come si può pretendere che crescano in una devozione più matura e «pensata» alla Vergine? Faranno come me: dicono il rosario, recitano le litanie e poi cantano, il tutto senza mai pensarci. Già; sarà per questo che, in Italia, la devozione mariana è ancora tanto diffusa?

 

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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto 25 libri, quasi tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa). Gli ultimi lavori sono: Fake pope. Le false notizie su papa Francesco (San Paolo), Fuori dal Comune. La politica italiana vista dal basso (Edb), Oltre l'abuso. Lo scandalo della pedofilia farà cambiare la Chiesa? (Ancora) Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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