SECONDO BANCO
In classe con Bin Laden
di Gilberto Borghi | 04 maggio 2011
I miei ragazzi non vanno per il sottile quando il cattivo viene beccato. Ma ciò che mi colpisce è l'impossibilità di accettare che qualcuno abbia una reazione diversa, che esista un confine tra vendetta e giustizia

Dopo dodici giorni di sosta per le vacanze di Pasqua-primo maggio, sono rientrato alla prima ora in una quinta. Quasi sulla porta mi si fa incontro Gianluca, 180 cm di muscoli e grasso e la testa rasata e mi dice: "prof, hanno ucciso Bin Laden! Evviva!!"

Lì per lì ci sono rimasto un po' e ho pensato ad una bufala degli studenti. "Sì, e io sono stato al matrimonio di William e Kate, invitato speciale". "Davvero prof. - salta su Caterina - Obama ha dato la notizia in tv, l'hanno fatto fuori stanotte, era ora, il maledetto!". "Béh a dir la verità - interviene Fabiano - non mi sembra che ci sia mai da festeggiare quando qualcuno viene ucciso volontariamente, può essere stato il più grande assassino della terra, ma è pur sempre un omicidio". "Ma sei fuorii?- ribatte Caterina - Bin Laden se lo meritava, Ma ti rendi conto di quello che dici?!". "Dico che magari adesso saremo un po' più tranquilli, ma la sua morte è pur sempre un omicidio, e non credo davvero si debba festeggiare per un omicidio".

La cosa mi ha sorpreso soprattutto perché Fabiano non ha mai dato segni di essere un pacifista radicale o tantomeno un moralista ad oltranza. Ma la sua uscita dell'altra mattina mi ha fatto venire in mente che due anni fa mi aveva stupito per un'altra sua presa di posizione a favore dell'eutanasia volontaria, ma nel contempo radicalmente contro a quello eteronoma, motivata a suo dire dal fatto che nessuno ha diritto di prendere nessuna decisione sulla vita o la morte di altri, chiunque sia.

"Quindi vuoi dire che sei addolorato - dico a Fabiano - perché l'hanno ucciso, ma ti rendi conto che questo può portare un po' di tranquillità in più al mondo". "Sì, ma credo che un vantaggio per qualcuno non possa mai giustificare la morte di una persona". "Ma prof? lo sente? - Enrica, appena svegliata dal torpore mattutino - Ma come si fa a discutere seriamente con uno così? Non ha mica il senso del valore delle cose...". "Ma secondo voi quindi una persona è sacrificabile per il bene di altre?" E mentre sto finendo la frase si apre la porta ed entra Mariastella, come al solito in ritardo. "Oh, lo sai? - le urla Gianluca dal fondo della classe - hanno ucciso Bin Laden!". "E vaiiiii!!!" urla Mariastella quasi facendo cadere gli unici due libri che ha portato.

"Ehi ragazzi, un po' di calma! Non siamo alla stadio... c'è modo e modo di discutere e così non lo accetto! Prima vi mangiate quasi vivo un vostro compagno solo perché ha il coraggio di avere una reazione diversa dalla vostra e la dice pubblicamente. Poi esultate per una notizia come se davvero fosse finita un guerra, magari fosse così! Purtroppo credo che questa cosa nell'immediato porterà ancora più rischi e paura di ritorsioni, perciò sicuramente meno sicurezza. E in secondo luogo credo che Fabiano abbia diritto di esprimere quello che sente senza essere né deriso né offeso. Ma la domanda è: c'era un modo diverso di catturalo senza farlo fuori?"

"No prof. la domanda non è questa. Non ci sono domande. Lui è un assassino e doveva essere fatto fuori. Se lo è meritato, e alla grande anche! Ma cosa crede che se l'avessero preso poi l'avrebbero giustiziato davvero? E comunque chi fa robe come lui non si merita più di vivere!" La sentenza sputata con ferocia e livore esce dalla bocca di Camilla, che a guardarla sembra Maria Goretti. Ma in verità ha una rabbia dentro che si avverte anche solo a passarle accanto.

"Quindi, mi sembra di capire che per voi la parola perdono ha un limite ben preciso e in questo caso non se ne parla nemmeno..". "Ma quale perdono prof? Lei avrebbe perdonato Hitler se fosse stato in campo di concentramento?"ribatte Caterina. "C'è chi lo ha fatto - le dico - e c'è chi ha accettato di lasciarci la sua vita al posto di altri, o per salvare altri. Non lo so se lo avrei fatto, mi ci sarei dovuto trovare. Ma sento che chi lo ha fatto ha una marcia in più, come uomo, di chi invece non riesce ad attraversare il suo dolore e la sua rabbia e perdonare anche una morte violenta e assurda".

Non è la prima volta che sento e vedo reazioni così dure e nette. I miei ragazzi non vanno molto per il sottile quando il cattivo viene beccato e alla fine muore, come nella migliore filmografia. Ma quello che mi ha colpito questa volta è l'accanimento vendicativo che sta dietro alla gioia con cui festeggiano questa notizia. E l'impossibilità di accettare che qualcuno come loro, invece, abbia una reazione diversa, e riveli così anche un'altra possibile lettura del dato, mostrando che esiste un confine tra vendetta e giustizia.

E mi viene da pensare che le reazioni dei miei ragazzi non siano molto diverse da quelle di tante di persone in occidente che hanno accolto la notizia festeggiando per le strade. Ma a casa mia il confine tra la giustizia e la vendetta è lo stesso che passa tra una reazione di sola "pancia" e una reazione "umana" in cui la persona pensa, sente e vuole con tutto sé stesso. Forse non è un caso che la giustizia oggi sia così presa di mira, richiede infatti equilibrio e armonia interna, che in questa società è merce rara.

 

 

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Gilberto Borghi

Sono nato a Faenza all'inizio degli anni 60, ho cercato di fare il prete, ma poi ho capito che non era affar mio. E dopo ho studiato troppo, forse per capirmi e ritrovarmi. Prima Teologia, poi Filosofia, poi Psicopedagogia e poi Pedagogia Clinica... (ognuno ha i suoi demoni!). Insegno Religione, faccio il Formatore per la cooperativa educativa Kaleidos e il Pedagogista Clinico.... Lavoro per fare stare meglio le persone, finché si può... In questo sito provo a raccontare cosa succede nelle mie classi e a offrire qualche riflessione. E da qui è nato il libro pubblicato nel 2013 dal titolo: "Un Dio inutile".

 

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