Bin Laden e Giovanni Paolo II
di Stefano Femminis | 03 maggio 2011
Dietro alle dichiarazioni dell'onorevole Biancofiore un tarlo che abbiamo dentro tutti. Ma che proprio il Papa della Divina Misericordia ci aiuta a rigettare

«Siccome si sa che nel terzo millennio tutto è interconnesso, ci sarà pure un collegamento tra la beatificazione di papa Wojtyla e l'uccisione di Bin Laden, due eventi epocali avvenuti nello stesso giorno»: così deve avere pensato tra sé e sé l'onorevole Micaela Biancofiore prima di rilasciare alla stampa la dichiarazione secondo cui l'uccisione del terrorista più ricercato del pianeta può essere letta come «un nuovo enorme miracolo regalato da Giovanni Paolo II al mondo».

Complimenti onorevole, è un po' come accusare il neobeato di essere il mandante di un omicidio (complice di lusso la Trinità, esecutori materiali i marines). Affermazioni farneticanti di chi non perde occasione per conquistarsi un briciolo di visibilità? Può essere. Ma può essere anche che questa sia una lettura riduttiva e benevola. Anzitutto verso noi stessi.

Perché le parole dell'incauta parlamentare in fondo nascondono - sotto una coltre di opportunismo e superficialità - un'idea di Dio e della religione tutta basata sulle categorie della (onni)potenza, della vendetta, di un «interventismo» divino che bypassa la libertà dell'uomo. Un'idea che si annida in ognuno di noi più o meno dai tempi del paradiso terrestre, in modo ben più insidioso e diffuso di quanto forse siamo disposti ad ammettere. E che riemerge a ogni piega della storia: basti pensare all'apocalittica lotta tra Bene e Male spesso evocata da George W. Bush o, per cambiare genere, allo tsunami giapponese interpretato come castigo divino dal vicepresidente del Cnr.

Così, forse perché sospetta che ci sia un po' del Biancofiore-pensiero sparso in giro per il mondo, il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, pochissime ore dopo la notizia dell'uccisione di Bin Laden ha detto parole che trovo bellissime nella loro essenzialità: «Di fronte alla morte di un uomo un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini, e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione per una crescita ulteriore dell'odio, ma della pace».

Quale migliore omaggio, questo sì, a Giovanni Paolo II, messaggero di pace e riconciliazione, annunciatore della buona notizia di un Dio che è, anzitutto, «divina misericordia»? Sì, perché, come ha scritto il biblista gesuita Silvano Fausti, «Dio non è l'onnipotente padrone di tutto, e per di più, anche legislatore, giudice e boia che uccide tutti! Questo dio è ciò che il serpente ha suggerito a Eva e Adamo: è satana, modello dei "signori della morte". L'unico potere di Dio è dare la vita, non toglierla. Per questo la giustizia di Dio non è come la nostra: se sua legge è l'amore e suo giudizio il perdono, sua giustizia sarà morire in croce per chi lo crocifigge!».

 

 

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Stefano Femminis

Stefano Femminis è nato a Milano nel 1968 e oggi vive a Lecco insieme alla moglie Pamela e ai figli Ester e Michele. Dal 2000 lavora a Popoli, mensile internazionale dei gesuiti italiani, di cui è stato nominato direttore nel 2006 e che ha contribuito a rinnovare profondamente. Quando aveva il tempo di girare il mondo, ha viaggiato diverse volte in America Latina, da cui ha portato a casa alcuni reportage e molti ricordi. Ha lavorato per dieci anni anche ad Aggiornamenti Sociali, il mensile di analisi e intervento sociale dei gesuiti, diretto allora da padre Bartolomeo Sorge.

 

 

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