Alessandro Speciale

Romano ma di formazione pisana, 30 anni, sposato, è giornalista vaticanista per l'agenzia Asca, scrive per Jesus e GlobalPost.com, collabora con la Radio Svizzera Italiana e Al Jazeera English, e viaggia ogni volta che può.

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Chi va e chi viene nella Chiesa cattolica
di Alessandro Speciale | 26 aprile 2011
Su certi trionfalismi un po' superficiali rispetto alla «mobilità» religiosa. E sull'assenza di uno studio sistematico di questo genere relativo all'Italia

Si sente parlare spesso, di questi tempi, del 'ritorno' di molti protestanti e anglicani alla Chiesa cattolica. Auspice, naturalmente, il decreto di Benedetto XVI Anglicanorum Coetibus, che permette di tornare a Roma 'in blocco' a gruppi di anglicani 'tradizionalisti' - scontenti, cioè, di quelle che loro vedono come concessioni della loro Chiesa alla modernità come l'apertura del sacerdozio e dell'episcopato alle donne o, in casi relativamente ridotti a livello mondiali, la benedizione ecclesiale di coppie omosessuali. Si registra con soddisfazione - a volte anche con trionfalismo - la notizia che qualche migliaio di anglicani o altri protestanti sarebbero in procinto di rientrare sotto l'ala di Roma.

Ma spesso, guardando le cose dal centro del mondo cattolico, si perde un po' di prospettiva. A rimettere le cose nella loro giusta dimensione non sono solo i dati, ogni anno più inquietanti, della emorragia di fedeli dalla Chiesa cattolica nei Paesi di lingua tedesca - simili e in alcuni casi peggiori di quelli che arrivano dalle Chiese protestanti. (In Germania e Austria l'appartenenza a una confessione è un atto formale che conseguenze non di poco conto, tra l'altro, sulla dichiarazione dei redditi. Di qui la precisione dei dati).

Ci sono anche i numeri dell'analisi periodica dello 'stato delle fedi' negli Stati Uniti condotta dal Pew Forum on Religion and Public Life. L'ultima edizione dello studio segnala un preoccupante tasso di abbandono tra i cattolici: circa un terzo di chi viene cresciuto come cattolico passa a un'altra confessione religiosa - o all'indifferenza - nel corso della sua vita. Capita soprattutto durante l'adolescenza o la giovinezza. "Circa un americano su dieci è un ex-cattolico", sintetizza in maniera lapidaria i dati il gesuita Thomas Reese sul National Catholic Reporter.

Quel che è più interessante, però, sono i motivi di tanta 'mobilità' religiosa. Non tanto, o solo in misura minoritaria, quelle questioni dottrinarie o etiche sulle quali tanto ci si spacca la testa sui giornali e, immagino, ai piani alti del Vaticano e delle Curie che contano; ma temi molto più terra terra: mancano liturgie coinvolgenti e efficaci, mancano risposte a bisogni spirituali profondi, manca un pastore che sappia 'aprire' le porte della Bibbia di cui i cattolici rimangono preoccupantemente ignoranti e di cui invece i cristiani - almeno quelli statunitensi - hanno una gran 'fame'.

Tutti questi numeri - una vera scorpacciata, per chi vuole leggerseli tutti - lasciano in realtà con qualche domanda.

La prima: non sarebbe bello avere uno studio del genere anche in Italia? Dopotutto, i fondi per iniziative di argomento religioso non mancano, dato che la fede nel nostro Paese - così come negli Usa - ha una grandissima rilevanza sociale. O forse c'è un po' di timore a 'guardarci allo specchio', per paura di quello che il vetro potrebbe mostrarci?

La seconda: è vero che "v'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede". Ma un trionfalismo smaccato per il passaggio al cattolicesimo di qualcuno che cristiano già è (e per cui possiamo con fiducia già sperare nelle "imperscrutabili vie"), è veramente l'atteggiamento più appropriato nel mondo di oggi, mentre migliaia di cristiani se ne vanno e basta, spesso senza che nessuno nemmeno se ne accorga perché non si prendono nemmeno la briga di sbattere la porta?

Il problema, naturalmente, non sta nelle - benedette - conversioni al cattolicesimo, ma nel fatto di vedere questa 'mobilità' come una partita - direbbero gli studiosi di relazioni internazionali - 'a somma zero', dove ogni guadagno di uno è la perdita di un altro. Il tutto, mentre in realtà il totale in gioco (ovvero, grossomodo: il numero dei cristiani) continua a diminuire vertiginosamente.

Si ha un bel dire della bellezza della Chiesa 'minoritaria' - più piccola certo, ma almeno forte di una ritrovata omogeneità identitaria; ma a me piace pensare che la mia Chiesa, quella cattolica, è universale proprio perché è anche - anzi, soprattutto - di chi non mi piace. Di chi non sentirei mai come a me vicino se non fosse proprio perché siamo in Chiesa assieme.

 

 

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