Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata ha tre figli e insegna scienze al liceo scientifico; studi in scienze religiose con tesi in bioetica e giornalista dal 1984 per passione. Collabora, fra l'altro, con i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno, le riviste delle Edizioni Dehoniane, Settimana, Testimoni e Rivista di Teologia morale ed il portale Vatican Insider-La Stampa.

L'ultimo libro pubblicato è La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato, EDB 2013.

 

 

 

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L'ospitalità di san Benedetto
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 25 aprile 2011
I rom a San Paolo Fuori le Mura nel cuore della Settimana Santa: un fatto guardando il quale dal Cielo dom Giuseppe Nardin avrà certamente sorriso

Chissà come avrà sorriso dom Giuseppe Nardin al vedere la "sua" Basilica di San Paolo fuori le Mura invasa dagli oltre 150 rom appena sfrattati dal campo di Casal Bruciato alla periferia di Roma giusto il Venerdì Santo.

Lui, benedettino di origine trentina morto di cancro a 58 anni, ci aveva provato ancora trent'anni fa a spiegare ai suoi monaci che l'ospitalità di san Benedetto declinata nel XX secolo portava a dar asilo anche alle nuove povertà che si affacciavano in quel quartiere Ostiense che stava cambiando colore nell'indifferenza generale.

Ci aveva provato con una famiglia di vietnamiti accolti nella foresteria in attesa di un intervento della Caritas di Luigi Di Liegro con cui collaborava attivamente. E poi ancora con dei giovani in disagio, altri con problemi di droga raccattati qua e là e segnalati dai Gruppi san Benedetto che - guarda caso - aveva contribuito a fondare. "Storie piccole, di persone sconosciute ai più, marginali in una grande città come Roma, ma che, tra quelle mura, silenziose e fraterne, recuperavano dignità e importanza e si sentivano a casa propria", commenterà mons. Giuseppe Pasini della Caritas nazionale.

E i profeti - lo sappiamo tutti, ma poi non siamo in grado di riconoscerli quando ci si presentano davanti - guardano sempre un po' più in là dei nostri spazi angusti e spesso così comodi. Stanno lì ad indicarci una strada possibile, già ora, ma noi troppo spesso preferiamo guardare altrove. Viene, però, prima o poi il momento di una sorta di riscatto, purtroppo quasi sempre postumo in una comunità che talvolta ha perso lo spirito e la lettera della profezia.

Così dom Giuseppe, ora a fianco del suo Padre fondatore da oltre vent'anni, avrà gioito dal profondo del cuore per quell'ospitalità concessa, contro ogni convenienza politica. Solo una notizia, fra le tante, ma un segno di una Settimana Santa 2011 che ricorderemo tutti quanti.

Forse, quando nel 1987 era stato costretto alle dimissioni da Abate di san Paolo, anche il suo concetto di ospitalità avrà costituito un problema, chissà. Alcuni dei suoi monaci - e non solo loro - non capivano quel suo ritornare all'essenziale e originario carisma del Fondatore che nella Regola non aveva mai parlato di clausura, ma tanto aveva spiegato riguardo all'ospitalità.

"Un monaco vive nell'oggi di Dio con un orecchio teso in ascolto del mondo - era solito spiegare dom Giuseppe a chi gli chiedeva la natura del suo "mestiere" - La contemplazione e la scelta degli ultimi sono due elementi fondamentali per la vita del monaco: dobbiamo essere molto vicini alla gente, dobbiamo essere capaci di farci prossimi, non con tanti servizi, ma con servizi significativi, soprattutto a contatto con i più poveri".

"Chi è contemplativo, autenticamente contemplativo, è di conseguenza anche apostolico. Chi è apostolico, veramente tale, non può esserlo se non è profondamente contemplativo ...

L'obiettivo di san Benedetto non è solo quello di aiutare a lavorare e aiutare a pregare, ma è quello di integrare preghiera e lavoro in modo che tutta la vita del monaco diventi preghiera. Ed ecco che alla preghiera deve dare ispirazione il lavoro, il servizio, l'impegno verso gli altri. E tutto deve partire dalla preghiera in modo da essere ispirato e animato da essa e non ci siano differenze tra la carità che prega, la carità che ascolta e la carità che lavora e la carità che si impegna.

Un esempio molto chiaro di questa linea è nel cap. 53 che Benedetto dedica all'accoglienza dell'ospite, la cui presenza è un avvenimento normale nel monastero. <Tutti gli ospiti che sopraggiungono siano ricevuti come Cristo. Egli stesso dirà: Fui ospite e mi accoglieste. A tutti si renda il conveniente onore non solo il saluto dovuto, particolarmente ai più poveri>. Appena annunciati gli ospiti, il Superiore con i fratelli vanno loro incontro con ogni dimostrazione di carità. Prima preghino insieme e poi li accolgano con l'abbraccio di pace: <col capo chino si adori in essi il Cristo che viene accolto>. Si offra subito loro un momento di lettura della Parola del Signore per la loro edificazione e poi sia usata ogni premurosa benevolenza. Per loro riguardo il Superiore rompa il digiuno. La regola più importante nell'accoglienza dell'ospite rimane sempre la carità".

"Il monachesimo di oggi deve caratterizzarsi certamente come scuola di umanità che abbraccia Dio e l'uomo insieme, però in una veste di povertà molto più viva perché sia veramente evangelica. E' necessario che sia proprio accanto ai poveri, che senta la gente e si faccia carico della gente con i suoi problemi, in maniera che si possa dire di ogni monastero che la gente vicina è la <sua gente>. Preghiera e lectio non possono che proiettare verso l'uomo e i suoi problemi. L'educazione all'ascolto e al servizio del Signore deve far sì che il discepolo, proprio perché sa ascoltare Dio, sappia ascoltare l'uomo".

(Da "Giuseppe Nardin monaco nella storia. Un benedettino sulla frontiera del rinnovamento, EDB 2010).

 

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