Se un amico diventa prete
di Francesca Lozito | 12 maggio 2010
«Il nostro problema di Chiesa oggi? - ci aveva detto il nostro don una volta durante un ritiro spirituale –. È che non vi abbiamo dato Cristo»

«Il corpo di Cristo … Amen ». Il giovane sacerdote porge le ostie ai fedeli un po' troppo velocemente non celando un'emozione che non può che essergli perdonata. Questo, infatti, è il giorno della sua ordinazione. I due ragazzi non lo guardano nemmeno in faccia per colpa di un'emozione anche più forte della sua: don D. è loro amico da quando avevano diciott'anni. Se lo ricordano ancora la prima volta che venne all'incontro del gruppo universitario, aveva appena iniziato ingegneria, ma non era come tutti gli ingegneri che avevano conosciuto fino ad allora, massì insomma, un po' freddini e persi nel loro mondo di numeri. D. era stato un piccolo fenomeno al liceo: bravo, bravissimo, e poi faceva tante cose e suonava il pianoforte in modo mirabile … arrivò con quell'aria un po' svagata, un bel sorriso ed una domanda nel cuore che ancora nessuno lo sapeva ma era già qualcosa che dentro, nel profondo, voleva dire sacerdozio.

Ma per loro era D., quello che faceva gli interventi colti agli incontri di Camaldoli citando nello stupore di tutti un libro di San Giovanni della Croce. Ma anche quello che si scordava dove aveva parcheggiato la macchina, costringendo i suoi amici il sabato sera ad una vera e propria caccia al tesoro nei parcheggi della città.

«Il corpo di Cristo … amen ». In fila i due amici si lanciano una rapida occhiata: quella dietro non capisce se l'altro la comunione l'ha fatta, o se si è defilato per la commozione e allora mentre don D. le porge l'ostia si volta e gli risponde «Amen » quasi ridendo. E basta piangere, è tutto il pomeriggio che va avanti così, da quando l'hanno visto entrare in processione con il suo sguardo sereno e hanno capito che ora davvero ci siamo, perché questi sei anni li hanno visti passare con lui.

«Ti devo dire una cosa, aspettami prima di partire»: lei lo aveva saputo così, mentre tornava a casa dopo l'esame di Stato, in un bar della stazione di Roma, quando ancora per tutti era quasi un segreto. E poi il seminario, gli studi e il servizio in parrocchia, il trasferimento nella capitale, le chiacchierate con la mamma, il papà, il fratello... oggi questa famiglia ha moltiplicato i figli, e dentro ci sono almeno venti persone che si sono ritrovate da ogni parte d'Italia, alcune anche dall'Europa nella grande cattedrale della città di mare.

«Il corpo di Cristo … Amen ». Il giorno dopo, per la prima Messa, don D. ha chiesto a don G. di fare l'omelia. Gli amici sono rimasti un po' stupiti, ma dopo le prime poche parole hanno capito. Don G. è stato il loro educatore: quello che quando li portava in montagna faceva ascoltare loro in macchina le cassette con le omelie di don Primo Mazzolari. E in rifugio leggevano assieme i testi di Giuseppe Lazzati. Quello che ha custodito la vocazione di D., che ha trepidato con lui, che ancora oggi anche se è lontano continua a seguirli, anche solo con un sms: «Oggi, in occasione della festa di Santa Francesca Romana ho pregato per te».

Le sue parole tengono dentro la storia di tutto questo gruppo di ragazzi: «D. tu da ieri sei pecora e pastore e dovrai imparare ad asciugare le lacrime di ogni persona che incontrerai, perché ad ogni persona che incontrerai dovrai dare Cristo», dice don G. e la voce si incrina nella commozione. «Il nostro problema di Chiesa oggi? - aveva detto una volta durante un ritiro spirituale – è che non vi abbiamo dato Cristo».

Da oggi don D. proverà a rimediare: e non fa niente se avrà dei momenti di fatica, se verrà risucchiato dai ritmi massacranti della vita di parrocchia o dallo studio biblico o da che cosa gli succederà. Sarà uomo, magari solitario, ma non solo. E nessuno gli chiederà nient'altro che questo.
«Il corpo di Cristo .. Amen ».

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Francesca Lozito

Giornalista professionista, vive a Milano e si divide tra radio e carta stampata. Giornalista con la passione per la scienza e la medicina scrive su questi temi da anni per testate nazionali cartacee e online. Dal lavoro che tra il 2007 e il 2009 ha compiuto nel mondo delle cure palliative è nata la prima traduzione italiana di un'opera di Cicely Saunders, madre delle cure palliative moderne, Vegliate con me (Edb) che ha curato con Augusto Caraceni

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