«Non si può fare che scompaio?»
di Fabio Colagrande | 18 aprile 2011
Più che discettare sulla Chiesa o sulla fede «Habemus Papam» descrive lo stato d'animo (attualissimo e trasversale) del sentirsi inadeguati di fronte alla realtà

Non bisognerebbe mai fidarsi di un artista obbligato a spiegare la sua opera ai giornalisti. Nanni Moretti ha presentato il suo ultimo lavoro Habemus Papam, uscito nelle sale italiane alla vigilia dell'84mo compleanno di Benedetto XVI, come una commedia. Ma quando, in apertura del film, pochi istanti prima di affacciarsi al balcone della loggia centrale della Basilica Vaticana, Michel Piccoli, nei panni del papa appena eletto, prorompe in un urlo di angoscia e fugge via, si capisce subito che ci sarà poco da ridere. Quell'urlo penetra fino in fondo nell'anima e risveglia paure oscure e ancestrali. Ci si ricorda allora che l'autore e regista di Ecce bombo non è capace solo di sapide ironie, ma sa indagare come pochi la sofferenza, come ne La stanza del figlio.

Appaiono subito spaventati i cardinali di Moretti riuniti in Conclave. Non aspirano al Soglio di Pietro, ma ciascuno si rivolge umile e un po' codardo al Signore, ripetendo sotto voce il mantra: "Non io! Non io!". E quando uno di loro, contro le previsioni, come accaduto nella realtà, diventa il prescelto, la loro gioia sembra la soddisfazione per uno scampato pericolo. Da qui in poi sullo schermo, nel tempo metaforico e claustrofobico di un conclave infinito, si dipana il dramma esistenziale di un papa, o meglio di un uomo, che non sa affrontare la realtà. "Non ce la faccio, aiutatemi". Il bravissimo Piccoli ripete con disarmante ed efficace semplicità queste parole, dandogli un significato universale. Sullo sfondo di questo dramma esistenziale, Moretti costruisce con garbo una cornice leggera, ma drammaturgicamente coerente, in cui lui stesso, nei panni di un egocentrico, autoironico, psicanalista, organizza tornei di pallavolo per i porporati nei cortili dei Sacri Palazzi. Ma si capisce che il cuore del film è altrove, in quel papa spaventato che vaga per Roma in abiti civili.

Un'originale, vivida metafora dell'uomo di oggi, confuso, inadeguato ad affrontare la realtà, che vorrebbe 'scomparire' di fronte a un mondo che lo sfida all'impegno, al rinnovamento. Il papa di Moretti lo sa: "ci sono tante cose da cambiare!". Ma non può essere lui la guida di cui pure c'è bisogno. Qui dunque non si parla della Chiesa, ma dell'uomo del duemila. E questo pontefice un po' Pinocchio, che fugge le responsabilità per rifugiarsi nelle malinconie del Gabbiano di Cechov, è una figura poetica indimenticabile. Forse si sentirebbe più autentico nei panni di un attore. Forse, come Amleto, trova nel teatro l'unico mezzo per mostrare la finzione della realtà. Ma comunque commuove, mentre sussurra vergognoso al portavoce vaticano il suo desiderio inconfessabile, che prima o poi è stato il nostro, 'Non si può fare che io scompaio?'.

Sembra dunque che a Moretti non interessi discettare sulla fede dei cardinali o del papa, ma descrivere  uno stato d'animo che sente vivo e attuale. Ma da regista laico, non vuole affatto 'scherzare' con la Chiesa. Racconta i fatti vaticani con eleganza, rispetto, qualche trattenuta ironia, quasi affettuosa. Anzi, più ci mostra l'angoscia e la confusione di un pontefice appena eletto, più sottolinea, indirettamente, la grande responsabilità che la Chiesa ha oggi sulle spalle. E il suo papa cinematografico, così incapace, fa risaltare per contrasto la fede e la forza del Papa della nostra storia. È stato lo stesso Benedetto XVI a confidarci che quando fu eletto, sei anni fa, sentì quasi una 'ghigliottina' calargli sulle spalle. Eppure, affidandosi a Dio, riuscì ad accogliere l'enorme responsabilità, di succedere a Giovanni Paolo II nella guida della Chiesa cattolica. E Habemus Papam fa riflettere, credenti e non, sulla forza che dona quella capacità di abbandonarsi con fiducia nelle braccia di Dio.

Viene da pensare allora che solo un regista non-credente, ma distaccato, incapace sia di lusingare quanto di attaccare la Chiesa, potesse ritrarre il Vaticano, in modo così umano. Forse solo uno sguardo che costeggia il limite dell'irriverenza, senza mai varcarlo, poteva restituirci un papa immaginario non retorico, così autentico e nobile nella sua fragilità da suscitare partecipazione. Un pensiero fastidioso che riapre le riflessioni, mai sopite nella Chiesa, sulle difficoltà espressive dell'arte cattolica post-conciliare. Appunto, fastidioso. Ricacciamolo via e godiamoci il film.

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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