Voglia di sagrato
di Antonio Torresin | 14 aprile 2011
Un parroco racconta come vive lui la Messa domenicale. Compreso il gesto di fermersi alla fine a salutare le persone, per non lasciarsi risucchiare subito dalla vita

La celebrazione domenicale, e nelle feste principali, è forse il momento più importante per me, come prete e come parroco. Celebro il mistero di Gesù, ascolto la Parola di Dio insieme alla mia comunità, dono e ricevo la grazia di una comunione che ci rende Corpo di Gesù, Chiesa.

Per questo cerco di prepararmi con cura ad ogni celebrazione. C'è una preparazione remota: leggo i testi della liturgia, prego la Parola di Dio fin dall'inizio della settimana, porto con me quella parola anche negli incontri e negli ascolti di tante persone che avvicino. Poi c'è una preparazione prossima: cerco di non arrivare in chiesa all'ultimo momento, per essere disponibile a qualcuno che chiede di confessarsi, per controllare che tutto sia pronto, ma soprattutto perché mi piace guardare l'inizio del radunarsi del popolo di Dio. C'è chi arriva con largo anticipo, prende posto, si mette a pregare; chi arriva giusto in tempo; chi affannato, perché la vita sembra incalzare e il tempo sfugge. Piano piano si forma l'assemblea che celebrerà il mistero della Pasqua di Gesù che ci raduna e ci nutre.

Poi viene l'inizio vero e proprio: si dovrebbe compiere una breve processione, quasi un graduale avvicinarsi al mistero, sorretti dal canto, senza fretta, con timore e tremore. Il bacio dell'altare porta tutti a concentrarci sul centro della celebrazione, la presenza del Signore nel memoriale della sua cena. Infine mi volto e guardo l'assemblea raccolta.

È un momento particolare. La chiesa prende i volti delle persone, le voci di chi prega e canta... Non sono che tre mesi da quando celebro in questa parrocchia, ma comincio a riconoscere i volti; le persone, il più delle volte, scelgono gli stessi posti, come si fa a tavola, ed è bene, perché è un gesto che crea familiarità. Così posso riconoscere quella famiglia con due bellissimi bambini che si mette sempre nel transetto alla mia sinistra, la coppia di anziani che arriva a braccetto sulla navata di destra, la signora a metà della chiesa che una volta mi ha raccontato la sua storia... e devo stare attento, perché mi perdo! Mi vengono in mente mille cose, vorrei salutare qualcuno, chiedere come stanno familiari malati ecc. Ma devo restare concentrato sulla celebrazione, aiutare tutta l'assemblea a tendere il cuore all'ascolto. E la Messa riprende.

Per questo, alla fine della celebrazione, mi è caro ricucire le trame di questi pensieri e poter incontrare le persone. La vita corre in fretta, lungo la settimana le occasioni per scambiare due parole sono così rare, che la domenica rappresenta una possibilità unica. La chiesa vive in una trama delicata di relazioni che vanno curate, di rapporti che sono preziosi e fragili.

Mi chiedo: cosa ci fa sentire a casa? Sentirsi conosciuti; da Dio certo, ma anche da qualcuno che ci rivolga una parola non formale. Questo vale per tutti, anche per me. Non riesco a pensare al mio ministero senza delle relazioni che superino l'anonimato e la formalità di un ruolo. E credo che sia vero anche per ogni fedele. A volte, le nostre chiese sono un poco fredde (e non solo per la temperatura segnata dal termometro), e la fruizione della celebrazione viene vissuta in modo individualistico, come se ciascuno prendesse un servizio in modo funzionale e il più asettico possibile. Questo, in realtà, stride con il senso della comunione che celebriamo. Non si vive la relazione con Gesù senza entrare nel corpo di una chiesa di cui ci si sente parte, senza riconoscersi fratelli e sorelle, senza curare i legami e le relazioni. Serve rompere quel clima di solitudine e d'individualismo che ci porta tutti a vivere chiusi in noi stessi. La comunità dovrebbe essere un segno di comunione, e questo passa proprio dalla gioia di incontrarsi, di salutarsi, di cantare e pregare insieme, ad una sola voce, perché le nostre vite si riconoscono legate le une alle altre. Senza, per questo, voler trasformare le nostre comunità in congreghe di amiconi, in gruppi perfettamente sintonici. Proprio questo è il bello delle nostre assemblee: siamo diversi, di età, cultura, sensibilità, ora anche di pelle e di lingua. Eppure il miracolo del Vangelo è che crea una lingua comune che permette di intenderci e di parlarci, costruisce una comunione che ci fa sentire non estranei gli uni agli altri, anche se viviamo vite diverse. E questo miracolo prende forma proprio nelle celebrazioni.

Per questo, alla fine della Messa, mi è caro - ed è una scelta che ho condiviso con gioia con altri preti - fermarmi a salutare le persone all'uscita della Messa. Come se non volessimo troppo in fretta scappare alle nostre faccende, perché quello che abbiamo vissuto è troppo bello per essere risucchiato dall'incalzare della vita. Mi piace soffermarmi con tutti, essere a disposizione di chi vuole anche solo dare un saluto. E sono contento quando vedo che anche altri lo fanno, quando si creano spontaneamente capannelli di chi si ferma per due parole in amicizia.

La chiamerei: "voglia di sagrato". Non è solo un piazzale, un posto per parcheggiare una macchina quando serve, o per allestire un banchetto vendita. È uno spazio simbolico d'incontro, la necessità che la celebrazione trovi il suo prolungamento in una trama fitta di relazioni e di amicizia.

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Antonio Torresin

Antonio Torresin è un sacerdote dell'arcidiocesi di Milano. È parroco di San Vito al Giambellino, quartiere popolare della metropoli lombarda. È collaboratore del Vicariato per la Formazione del Clero della Chiesa ambrosiana. Per l'editrice Àncora ha curato la redazione di diversi testi sul ministero sacerdotale.

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