«Bisogna chiudere il rubinetto»
di Fabio Colagrande | 08 aprile 2011
Un credente esasperato si sfoga con noi sui pericoli dell'immigrazione. E su quei preti che parlano di accoglienza indiscriminata con la scusa del Vangelo

Non mi interessa se nel loro Paese c'è la guerra o se la spassa un dittatore. Mi importa un fico secco se sono disertori o se una volta rimpatriati saranno condannati a morte o chiusi in cella. Cosa vuoi che me ne importi se nelle loro carceri non si rispettano i diritti umani. Succede anche da noi. E mica ci lamentiamo. Come può essere un mio problema il fatto che questi vogliano ottenere lo stato di rifugiati o che vogliano chiedere asilo? Quella è una questione europea. Io, come italiano, devo affrontare la crisi economica, la disoccupazione, il caro-vita, il rischio della crisi di governo. E soprattutto il grossissimo problema della sicurezza. Un problema che supera tutti gli altri.

Quando la mattina esco di casa per accompagnare i miei figli a scuola, non sono tanto preoccupato dal traffico impazzito, dal fatto che il tetto della classe potrebbe cadergli in testa perché le aule italiane sono fatiscenti. Mentre guido non penso con ansia al loro quasi impossibile futuro ingresso nel mondo del lavoro o al fatto che il fisco mi toglierà gran parte del reddito. Sono in primo luogo concentrato sul gravoso problema del terrorismo internazionale strettamente connesso agli sbarchi dei nord-africani a Lampedusa. Si fingono dei morti di fame. Ingaggiano donne incinte, bambini magrissimi e sofferenti, per impietosirci. Oppure fingono di essere bravi ragazzi diplomati in cerca di un futuro migliore in Europa. O millantano fantomatici parenti o amici in Francia che debbono improvvisamente andare a trovare. Ma in realtà i tunisini, i libici, gli eritrei, i somali, e tutti gli altri, che cercano con l'inganno di giungere sulle coste italiane, sono criminali potenziali. Si camuffano da poveracci ma hanno sicuramente conti correnti alle Isole Cayman con cui finanziare terribili attentati. Celano sotto le sudice vesti per lo meno un kalashnikov. Mica mi fregano a me.

E quelli che non arrivano per compiere mirabolanti azioni terroristiche sono certamente candidati ad entrare nelle fila della malavita. D'altronde la conferma arriva dai giornali. Dietro un episodio di cronaca nera c'è sempre lo zampino di uno straniero. È più forte di loro. Noi italiani, bianchi e cristiani, siamo invece onesti per predisposizione genetica. A parte i mafiosi, che comunque sono quasi tutti in prigione adesso. E se poi non sono né terroristi, né ladri, sono di certo persone che vengono a toglierci il lavoro. Mio fratello, ad esempio, fa l'avvocato come mio padre. Ma se avesse voluto raccogliere i pomodori a Rosarno? Si sarebbe trovato davanti una fila di immigrati clandestini. I soliti raccomandati.

Per non parlare poi del fatto che sono tutti musulmani e quindi non sono integrabili nel nostro Paese cristiano che mette i crocifissi in classe e fa i bei presepi a Natale. Bene hanno fatto tempo fa a prendere a mitragliate quei pescatori che nascondevano i clandestini nella stiva. La politica dei respingimenti e dei rimpatri è l'unica possibile. Bisogna chiudere il rubinetto! La realtà è che ognuno deve stare a casa sua. Se vogliamo aiutarli dobbiamo aiutarli a casa loro. Potremmo mandargli le Frecce Tricolori che buttano panini imbottiti dal cielo, ad esempio. O organizzare un bel reality-show lì da loro che con l'indotto gli risolve la stagione turistica.

E poi quelli che proprio non sopporto sono i preti che parlano di accoglienza indiscriminata e criticano le politiche migratorie con la scusa del Vangelo. Sempre a titolo personale, naturalmente. Troppe ingerenze. Io sono per la laicità. I preti si occupino delle cose del cielo, o al limite di embrioni e nozze-gay. Ora scusate che devo andare in chiesa. Amen.

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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