Se il don Francesco adopera "l'aifon"
di Francesca Lozito | 25 marzo 2011
Le due signore quel pomeriggio erano un po' sorprese dal bagaglio ipertecnologico del giovane prete. Sempre connesso "per stare al passo coi miei ragazzi dell'oratorio"

- Cosa l'è quela roba lì

- L'è l'aifon

- E cosa l'è l'aifon?

- L'è una roba de giuvin.... ghe l'ha anca il Marco, ul me neud. L'adupera per telefunà, per mandare l'imeil. E l'ga anca la machina per fa i futugrafii.

- Ma cosa se ne fa il don Francesco?

Ah, tecnologia, questa sconosciuta per Maria e Adele, due arzille ottantenni iperattive in parrocchia.

E mica sono le sole: provate a chiedere a un po' di trentenni se sanno che cos'é Android. Molti vi guarderanno strabuzzando gli occhi .

Ma le due signore quel pomeriggio erano un po' sorprese dal bagaglio ipertecnologico del giovane prete. Sempre connesso "per stare al passo coi miei ragazzi dell'oratorio", si giustificava lui.

Tecnologia, amata da molti, esibita da tanti, dominata da pochi, ed anche tra i preti è così.

Ci sono quelli che "ma come, non vedi? Sto lavorando!" con un bel tablet di ultima generazione sul tavolo.

E quelli come don Francesco, che, massì lo status symbol ce lo possiamo anche concedere, saremo sobri in altro modo. Anche se ad esibirlo hanno un po' di pudore.

E poi ci sono quelli che la tecnologia la mettono al "servizio della causa": perfetti fogli di excel con il programma delle visite alle famiglie in cui ogni colore significa una via diversa, un planning degno di una multinazionale, oppure un giornalino parrocchiale fatto con metodi semiprofessionali, altro che quelle robe tristi di una volta. Risparmio di tempo, e magari più tempo per la preghiera personale e per l'accompagnamento spirituale dei fedeli.

Ma ci sono anche quelli che non si rendono nemmeno conto di averla in mano la tecnologia, magari frutto di un regalo per un anniversario di sacerdozio come di un compleanno importante, risultato di una colletta di amici che hanno pensato al regalo bello: e così lo espongono come un piccolo orgoglio, ma sotto sotto non ne sanno sfruttare le potenzialità.

E' così, nessuno è immune da una debolezza.

E Maria e Adele sorrisero all'evidente impaccio con cui si era giustificato don Francesco.

Pensarono con evidente tenerezza che tra il Marco, il nipote, e Francesco, il don non c'era poi così tanta differenza. In fondo erano comunque due ragazzi e qualche sfizio se lo potevano togliere entrambi. Bastava non prenderci il vizio però.

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Francesca Lozito

Giornalista professionista, vive a Milano e si divide tra radio e carta stampata. Giornalista con la passione per la scienza e la medicina scrive su questi temi da anni per testate nazionali cartacee e online. Dal lavoro che tra il 2007 e il 2009 ha compiuto nel mondo delle cure palliative è nata la prima traduzione italiana di un'opera di Cicely Saunders, madre delle cure palliative moderne, Vegliate con me (Edb) che ha curato con Augusto Caraceni

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