La cura al tempo del Coronavirus
di Giorgio Bernardelli | 11 febbraio 2020
Come sarebbe bello se almeno in questa Giornata mondiale del malato 2020 cogliessimo la provocazione del virus globale per interrogarci su quale sia uno sguardo davvero cristiano davanti a un'epidemia

Abbiamo visto costruire a tempo di record il nuovo ospedale di Wuhan. Vediamo scorrere le immagini delle metropolitane vuote nelle grandi metropoli cinesi. Tutte le sere riconosciamo il passeggero della nave da crociera in quarantena in Giappone che fa ginnastica sul suo balconcino. Ormai ci è familiare persino il modellino che dovrebbe spiegarci com'è fatto questo dannato virus. E non c'è servizio tv che non ci mostri le tute bianche, i termo-scanner, le mascherine. Sì, le conosciamo tutte a memoria le immagini di repertorio legate al Coronavirus. Tutte a parte una: il volto di chi soffre a causa di questa malattia.

Ci avete fatto caso? Nell'overdose di informazioni che sta circondando l'emergenza sanitaria che dalla Cina fa paura a tutto il mondo, sono le storie degli ammalati l'ingrediente che fa più fatica ad emergere nei racconti. Parliamo di tutto e del contrario di tutto: delle colpe e dell'efficienza del regime comunista cinese, degli allarmismi e dei rischi di sottovalutare l'emergenza, della necessità di isolarsi dalla Cina e dei pericoli per il made in Italy se un blocco del genere dovesse andare avanti sul serio. Un minestrone che vede il principio di non contraddizione vacillare in continuazione. Parlano gli esperti. Mai visti tanti professori nei nostri telegiornali. E, per carità, probabilmente è giusto così.

Però quello per cui non sembra esserci posto è il volto umano di questa grande tragedia. Siamo così preoccupati dal possibile contagio da non avere tempo di guardare davvero negli occhi chi sta soffrendo e morendo sul serio in Cina. Lo stesso dottor Li Wenliang - il medico eroe che per primo aveva provato a rompere il silenzio sul virus ed è morto contagiato dai suoi pazienti - fa notizia più per il trattamento subito dal Partito che per il suo gesto di altruismo. E, certo, per fortuna adesso in Italia si stanno moltiplicando i gesti di solidarietà con la comunità cinese, si stigmatizzano le reazioni ghettizzanti o addirittura violente, i politici e i vip fanno a gara a farsi immortalare mentre gustano l'involtino primavera nel locale dietro l'angolo. Però il messaggio - in fondo - è che «questi cinesi» non sono mica malati. Già.

Oggi la Chiesa - nella festa della Madonna di Lourdes - celebra la Giornata mondiale del malato. Ecco, sarebbe bello se almeno le nostre comunità per un giorno si fermassero un attimo a pensare sul serio a questa ricorrenza. È vero, di Giornate ne abbiamo tante, forse troppe, anche nella Chiesa. Nascono per mettere davanti agli occhi di tutta la comunità un grande tema, ma poi finiscono per diventare il raduno annuale di una determinata «categoria». Sarebbe bello se almeno oggi non fosse così; e se almeno in questa Giornata mondiale del malato 2020 cogliessimo la provocazione del Coronavirus per interrogarci su quale sia uno sguardo davvero cristiano davanti a un evento come l'epidemia di cui tutti ci ritroviamo a parlare.

A me vengono in mente tre idee. La prima: i calendari della società civile ci propongono tante giornate e iniziative dedicate a singole malattie; iniziative lodevoli, che spesso sono occasioni importanti per sostenere la ricerca scientifica o le associazioni che si danno da fare per la cura e l'assistenza. Però l'11 febbraio ha un valore del tutto particolare: è la giornata che ci ricorda che il malato viene prima della malattia. Che dietro c'è sempre una persona. E vale la pena di ricordarlo in maniera particolare oggi, di fronte a un'epidemia che rischiamo di guardare solo attraverso i dati diffusi quotidianamente dall'Oms o i puntini illuminati nelle mappe che mostrano la distribuzione geografica dei «casi». Ci sono fratelli che soffrono e che muoiono a Wuhan; almeno oggi portiamoli singolarmente nel cuore e nella nostra preghiera.

Secondo: l'11 febbraio ci viene proposto dalla Chiesa come una giornata mondiale. E anche questa, in fondo, è una provocazione. Quando pensiamo alla salute la tentazione è sempre quella di guardare solo ai nostri malanni o a quelli delle persone che ci sono più care. Invece il ritrovarsi insieme oggi è un invito anche ad allargare il cuore. A capire che il diritto alla salute è una grande sfida globale. E se l'incubo di un virus ci fa aprire gli occhi su quanto sarebbe pericoloso abbandonare un angolo del mondo al proprio destino, dobbiamo fare sì che domani non torniamo a richiuderli di fronte ad altri fratelli che muoiono a causa di malattie meno globalmente contagiose ma che sarebbero curabili se solo credessimo sul serio al fatto che una sanità dignitosa e accessibile è un diritto di tutti.

Infine un'ultima parola su ciò che rende specifica la paura del Coronavirus: il fatto di ritrovarci davanti a una malattia fortemente contagiosa. È un'esperienza a cui non siamo più abituati, per fortuna. Ma non è un fatto così nuovo per il cristiano. Lo sapevano bene generazioni di santi che hanno donato la propria vita tra gli ammalati di peste, di tifo o di tubercolosi. Non erano pazzi suicidi, ma gente che aveva compreso che vivere l'amore di Gesù in quel momento significava non lasciare solo chi stava soffrendo e morendo. Anche a costo di poter contrarre la malattia. Certo, un eroismo del genere oggi ci fa venire i brividi. E i progressi della medicina e gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi probabilmente rendono queste situazioni davvero un caso limite.
Ma queste figure ci ricordano lo stesso che non sta nella quarantena la salvezza dell'uomo. E che a custodirci davvero sarà sempre e soltanto la cura di chi sceglie di chinarsi sulle piaghe del fratello.

 

Foto: China News Service

 

12/02/2020 02:34 Francesca Vittoria
Io invece noto quanto la cosa sia diventata quasi la notozia più importante del giorno,da parte dei servizi del telegiornale, e i domando perché debbano assumere quel tono ansioso,allarmato, quasi peggiorante invece che un tono informale, perché già di per se la osa e seria ma per questo da affrontare senza peggiorare l'atmosfera è creare panico. Bene informare di comportamenti utili da osservare circa l'igiene. Magari non sarebbe male avere il coraggio come è stato nel passato, quando non essendoci la medicina nella quale confidare, la gente pregava Dio, sono innumerevoli le testimonianze lasciate , di Invocazioni a Maria, mentre invece oggi a parte la ricorrenza di Lourdes non si fa cenno o è se Dio stia pure lui a guardare l telegiornale ! Magari chissà, pregando la tensione diminuisce, magari Lui può ispirare qualche ricercatore aiutandolo a scoprire tutto di questo virus.e come lo carne la diffusione. In fin dei conti tutto quanto esiste nella natura delle cose obbedisce a delle regole che solo Lui il Creatore conosce . Comunque, il locale cinese che è sulla via, era buio e deserto per giorni, ma oggi ho visto alcuni tavoli occupati., certamente che questo coronavisus ha soppiantato ogni altra notizia , finalmente si tace sulle beghe tra politici, anzi sparisce le cose che non contano e si fa più chiara luce su quello che conta è cioè quanto di concreto ed efficace si porta a compimento di bene per il Paese. Anche eventi sportivi o di altro genere sembrano aver perso tutto quel l'interesse mediatico costruito da un mercato del passatempo, un piccolissimo quasi invisibile virus accumuna l'interesse di tutti gli esseri umani, nessun Stato è superiore ad un altro in potenza e ricchezza, sottostanno ad un unico interesse diventato denominatore comune come bloccare la diffusione del coronavirus,! C'è da riflettere quanto, e magari saggio riflettere sulla fragilità e come perdono di valore certe cose ritenute più importanti fino a ieri, tanto l''attenzione è concentrata sulla ricerca di come bloccare un disagio dinventato male per tutti. Io credo che pregare Dio, da tutte le parti sosta un uomo sia saggio e questa umiltà e riconoscimento della nostra piccolezza agli occhi di Dio serva farci perdonare tante colpe.


11/02/2020 17:26 Maria Teresa Pontara Pederiva
Grazie, Giorgio, per questo "promemoria" che dovrebbe svegliare le nostre coscienze intorpidite. Che si conosca di più il modellino di questo Coronavirus rispetto ai volti delle persone che stanno lottando per la propria vita la dice tutta di una situazione anomala di cui non ci rendiamo conto, presi dall'informazione prima di tutto. Ma di quel informazione stiamo parlando?
Forse rileggere il Messagggio di papa Francesco per la prossima Giornata delle Comunicazioni sociali potrebbe aiutarci a riflettere su cosa siamo chiamati a fare come cristiani, tenuto conto che ormai con l'uso dei social siamo tutti costruttori di notizie, non più solo fruitori. Karen Blixen scriveva che «tutti i dolori possono essere sopportati se vengono messi in un racconto, o se si narra, su di essi, un racconto» ci ricordava Chiara Giaccardi nei giorni scorsi. Potrebbe essere il primo passo, dato che il "raccontare storie" è proprio l'invito del papa in quel Messaggio. Un invito a tutti noi, giornalisti e non. Ma soprattutto, in questo caso, operatori di blog.



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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