Le domande di Gesù e le nostre
di Antonio Buozzi | 23 novembre 2019
Un libro del monaco di Bose Ludwig Monti sulle domande di Gesù ci pone di fronte alla fatica di comprendere a fondo il mistero del Messia e, soprattutto, di saper attendere da Lui, con pazienza e fiducia, una risposta ai nostri interrogativi profondi

"Le domande veramente serie sono solo quelle che possono essere formulate da un bambino. Solo le domande più ingenue sono veramente serie. Sono domande per le quali non esiste risposta. Una domanda per la quale non esiste risposta è una barriera oltre la quale non è possibile andare". Mi viene da citare Milan Kundera ne L'insostenibile leggerezza dell'essere per introdurre il libro su Le domande di Gesù del monaco del monastero di Bose Ludwig Monti (edizioni San Paolo). Perché dalle domande che l'autore, studioso di ebraistica con dottorato all'Università di Torino con Paolo Sacchi e autore di un apprezzatissimo commento ai salmi (I Salmi: preghiera e vita, Qiqajon), fa emergere dai vangeli a opera di Gesù risulta questa evidenza paradossale: le vere domande sono quelle che non hanno risposta. O, per lo meno, non immediata. Umberto Galimberti, autore a sua volta di una riflessione su Il segreto della domanda (edizioni Feltrinelli), parla di "radicalizzarla" perché "è meglio deludere l'attesa di una risposta immediata che isterilire una domanda, impoverirla, non tenerla all'altezza di ciò che si chiede". La mentalità del consumo, invece, sembra avere inquinato anche la fonte da cui sgorgano gli interrogativi più profondi: si cerca la risposta, la soluzione a portata di mano, la più semplice e accomodante, ma che non è quasi mai quella vera. La risposta autentica è quella che ha dimensione del tempo, che non si brucia nell'attimo o si risolve nell'effimero, ma che richiede costanza, fatica e, per noi cristiani, permanenza nella sequela di Gesù. E' lo stare dietro a Gesù che consente di entrare nel suo mistero di vita, prima, e di salvezza, poi. Non a caso la chiamata dei primi discepoli nel vangelo di Giovanni avviene in questo modo: "che cosa cercate?" chiede Gesù, e all'interrogativo su "dove abiti?" risponde: "venite e vedrete". Ecco l'inizio della sequela che porterà quel "che cosa cercate", ancora nella dimensione di un'aspettativa infra-umana, a "chi cercate", conclusione e maturazione di una ricerca che individua proprio nella persona di Gesù la risposta alla sete di senso che abita nel cuore dell'uomo.

Monti conta nei Vangeli 217 domande da parte di Gesù, di cui la maggioranza (63) nel vangelo più breve che è quello di Marco. Molte di meno sono quelle ricevute (141). E' interessante vedere anche queste ultime - le domande poste a Gesù - perché rispecchiano il nostro stesso modo di fare domande. Vi sono due categorie distinte: quelle rivolte dagli uomini religiosi (scribi, farisei, dottori della legge) e, quantitativamente molte di meno, quelle degli stessi discepoli. Le accomuna il fatto di essere domande «chiuse». I primi chiedono sempre conto a Gesù di comportamenti o affermazioni che confliggono con la loro visione religiosa e vengono poste in atto, il più delle volte, con finalità tendenziose, per indurlo a contraddirsi nella sua osservanza della legge. E' il modo di domandare di chi vuole avere prima di tutto conferma delle proprie opinioni, di chi pretende di omologare alla propria visione del mondo quella degli altri. In definitiva, è la logica corrente delle approvazioni (i Like) nei social: mi piaci se la pensi come me, altrimenti pollice all'ingiù.

Poi ci sono le (poche) domande dei discepoli che nascono sempre da una reazione immediata ed emotiva a qualcosa che è successo e di cui non hanno afferrato il senso: che cosa volevi dire, come possiamo fare quello che ci chiedi (ad esempio, sfamare le centinaia di persone nella pericope della moltiplicazione dei pani). Oppure che derivano da una paura immediata, come sulla barca in tempesta: "Signore non ti importa che moriamo?" Mc. 4,38). «Sono sempre domande con un oggetto molto piccolo», osserva Ludwig Monti che incontro a Bose in una splendida giornata d'autunno, «Gesù invece con le sue domande apre a profondità di orizzonti sconfinati, ci porta a fare i conti con noi stessi».

Fare i conti con se stessi, però, è fare i conti con la propria morte. La difficoltà che i discepoli manifestano nel capire a fondo Gesù è quella di accettarlo non come il messia glorioso dell'aspettativa tardo-giudaica, ma come il messia sconfitto, sofferente adombrato nei canti del Servo in Isaia. Difficoltà di comprensione che fa sì, come sottolinea Monti nel libro, che i "discepoli più stanno vicino a lui meno capiscono", come, ad esempio, quando li invita al rinnegamento di sé e preannuncia la propria passione. «La verità è che i discepoli non erano pronti ad accogliere un messia sofferente», osserva Monti. «Gesù li spingeva ad andare in profondità, guardando alle fatiche della vita, senza edulcorarla, e questo li spaventava. E' significativo che all'inizio del vangelo di Marco si dica: "i discepoli lasciarono tutto e seguirono Gesù" mentre alla fine, al capitolo 14, Marco annota: "lasciarono Gesù e fuggirono tutti". In Marco più che negli altri vangeli si vede la fatica del credere da parte dei discepoli».

Monti, a questo proposito, ha una sua lettura anche del grido di Gesù dalla croce in Marco e Matteo, unica domanda che egli rivolge direttamente a Dio Padre: Eloì, Eloì, lemà sabactàni che è una citazione dell'inizio del salmo 22. «Gesù incarna pienamente il salmo 22, che però, attenzione, alla fine si trasforma in una lode a Dio: 'Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea'. Gesù non abbandona il Dio che lo abbandona, nell'imprecazione non può rivolgersi se non a lui. L'espressione aramaica citata nel vangelo andrebbe forse tradotta con "a che scopo mi hai abbandonato?". Quella di Gesù morente è piuttosto una richiesta ultima di senso all'offerta della sua vita sulla croce. E questo lo capisce molto bene il centurione romano che esprime la più autentica confessione di fede che si trova nei vangeli: "avendolo visto spirare così, disse: questi era veramente il Figlio di Dio"».

Il grande avversario della fede, quindi, non è tanto il dubbio, o l'ateismo, ma la paura della morte che conduce all'idolatria: è da questa paura che siamo spinti ad accumulare potere, ricchezza, che deriva la brama di soddisfare ogni desiderio in piaceri terreni. «Sono tutti modi per cercare di sfuggire alla morte» osserva ancora Monti. «Ed è una paura che si vince solo con l'amore. Penso alla conclusione del Cantico dei cantici: "mettimi come sigillo sul tuo braccio perché forte come la morte è l'amore". Solo l'amore sta alla pari con la morte. E con il Nuovo Testamento addirittura la supera con la fede nella resurrezione».

 

 

25/11/2019 10:03 BUTTIGLIONE PIETRO
Insisto: il discrimen non sta nel post-mortem, in cui già la maggioranza degli ebrei credeva...
Sono convinto che la Resurrezione è stata pompata xchè il ritorno di Gesù tardava ( e nel medioevo poi il suo msg era ridotto a sei peccatore?? No Paradiso!!
Il discrimen sta tra chi crede nella Sua Rivelazione, chi si nutre della Sua Parola, chi vive con Lui vicino qui ed adesso, magari anche senza accorgersene, e chi invece vive di idolatrie diverse.
PS probls su funzionamento sito??



24/11/2019 11:40 antonella franchini
Ringrazio Antonio Buozzi per la segnalazione di questo libro che in un momento storico e per me personale difficile mi sostiene nella certezza del progetto buono di Dio su ognuno di noi e nella consapevolezza che ogni situazione può diventare occasione di felicità e libertà dalle pretese di realizzare i nostri desideri e obiettivi che spesso non corrispondono al nostro vero bene ma anche di liberarci dalla prigione della pretesa dalle pretese verso gli altri che ostacola la vera amiciza il vero amore
Chiarissimo l'articolo pur nella complessissità dell'argomento



24/11/2019 07:28 Francesca Vittoria
Scribi, farisei, dottori della legge, le loro domande erano tendenziose a scoprire il pensiero di questo nuovo Maestro, che osava parlare alla folla immettendo idee nuove, mai sentite prima, e tali idee conquistavano quella folla sulla quale con leggi e decreti esercitavano il loro potere, che l'ignoranza rendeva schiavi. Quel Maestro , parlava un linguaggio nuovo, confutava le loro domande tendenziose, apriva a conoscenza le menti di sottoposti di come aver diritto a libertà, indicava la via da seguire per diventare, vivere da uomini liberi. A mio parere, subodoravano un pericolo , quello di veder insidiato il loro potere.l
Prima di diventare Apostoli quegli uomini erano artigiani, pescatori, gente umile, schiav sottoposti al potere. Facevano fatica così privi di conoscenze, capire anche speditamente quel Maestro, ma ne erano affascinati perché improvvisamente , stando alle parole di quel Maestro, la loro vita poteva cambiare, esisteva un Padre il quale li avrebbe considerati figli, potevano sperare a esserlo se avessero imparato la legge dell'amore. Già stavano e sperimentando un vivere da morti, il loro vivere dipendevano dai mezzi di sussistenza, e concepivano vita godere di più cose, avere beni, godere di quegli agi che vedevano vivevano chi li governava. Naturale che non capissero la vera ricchezza che predicava quel Maestro, la quale implicava anche il sacrificio, conseguente a un amore per gli altri. Guariva tutte quelle malattie di cui erano molti afflitti, quindi ai loro occhi era un Uomo che aveva potere. Incomprensibile, da morto resuscitare, il perdurare della vita per sempre, ancora sentir parlare di vita felice, diversa dal presente, e da capire quanto fosse distante dalla realtà che vivevano. Quindi, come oggi, 'l'aspirazione era a quel tempo , vivere meglio, di quanto la realtà concedesse. Il credere nel futuro da risorti, se si vive per conquistare ricchezza e potere, l'asse si ha fede a perseguire questi obiettivi qui ora, si diventa schiavi di passioni che tutte portano a morte. Altra via invece apre alla possibilità a essere eterna, perché Non deriva da beni materiali,dal possedere il cosiddetto paradiso in terra, ma da una conquista di bene che proviene da amore "donato" quel l'amore che viene tramandato da una generazione all'altra, quel l'amore che non muore con il corpo, ma resta vivo, per quanto di affetto, di sentimenti e anche costato in sacrifici. Eterna riconoscenza, si dice di provare per chi ti dà un aiuto gratuito! La vita stessa non avrebbe senso se finisse, con tutto quanto costa in certe condizioni esistere! Gesù Cristo ha portato questo, un esempio di amore grande e per il Padre e per noi, ha richiesto il donare la sua vita. Un esempio simile si concretizza quando la madre da alla luce il figlio, tutto quanto della propria persona si sacrifica per dare a un prossimo, . E invece quanto viene fatto soltanto per se stessi, per sentirsi idoli, per ricchezza e potere, si chiude autonomamente ,ad altre aspirazioni, e forse anche la morte viene accettata, presa in considerazione come darla ad altri, la parola vita rimane carnale, a soddisfare esigenze che non seguono lo Spirito, quello infuso da Dio Creatore . Gli Apostoli hanno veduto, hanno esperimentato la Parola, hanno creduto, vedendo il Cristo, il Risorto, non è stato abbandonato come sembra,, da un Padre che ha voltato la faccia, imperturbabile è stato a guardare un figlio morente, ma era tanto addolorato per i moltissimi che diversamente sarebbero morti, . Papà Francesco e missionario di questa Speranza, di questo Vangelo di Vita, altrimenti potrebbe tranquillamente stare tranquillo, non sottoporsi a fatiche, regnare tra i suoi fedeli No, fa conoscere al mondo lo rende partecipe di quanta ingiustizia esista per tutti coloro che muoiono di fame, servi oggi come di padroni del potere, come li ha trovati Cristo a suo tempo, gente che ancora emigra come è stato per i suoi genitori, che vivono ai margini, , una umanità ancora In particolare sofferenza, Li va a trovare, portando lo stesso bagaglio ,Speranza, fiducia che per qualcuno esistono e non sono dimenticati, sconosciuti, si fa loro avvocato, promotore , difensore, soccorritore . Infonde così fiducia, stimola i cuori di chi governa a sensibilità, a obiettivi di Pace , promotore di dialogo , servizio verso i propri simili. Anche gli Apostoli sono diventati messaggeri itineranti, imitatori di Cristo Fondatori della Chiesa,
Il Papà la dirige, ha potere ma questo gli deriva dal farsi Pietro, dall'amore per Cristo e per i Fratelli e conquista atei, uomini di altre fedi , di ogni condizione sociale, sotto ogni cielo, Fa conoscere un modello di una Carità che si manifesta multiforme, l'uomo nella sua interezza . . Feith, Hope, Charity, but the gratest of them is Charity....



23/11/2019 21:55 Gian Piero
in un qualsiasi gruppo di persone provate a chiedere di rispondere sinceramente se credono che vi sia vita oltre la morte oppure che dopo la morte finisca tutto.
Si possono avere delle sorprese.
Qui sta il discrimine : tra chi crede nella vita eterna e chi non vi crede. E si incontrano tanti sedicenti cattolici che non credono nella vita eterna.E vecchi mangiapreti che ammettono di credere che c’ e’ qualcosa dopo la morte.
Gesu’ Signore , ricordati di me quando sarai nel tuo Regno, chiese il buon ladrone, non certo un esempio di edificante vita sociale e religiosa, ma un esempio di Fede. Per lui ormai contava solo la vita dopo la morte.



23/11/2019 18:52 Paola
È vero, è la paura di morire,- o anche di "perdere" il nostro, cioè ciò con cui ci identifichiamo e che ci rassicura -,che ci tiene in basso, che fa sì che quella che chiamiamo fede, sia in realtà più una credenza, una superstizione, anziché un affidamento, una fiducia nella Vita.
Ma quella domanda senza risposta in fondo siamo noi, quando ci percepiamo oltre il corpo in cui ci riconosciamo, perché noi siamo sopratutto i nostri pensieri, le emozioni, i sentimenti, e da dove arrivano? Perché non si vedono pur essendo reali? Di quale sostanza?
Non si tratta di voler sperare nell'eternità, ma di sentire in se stessi una dimensione che va oltre i limiti fisici, e allora perché non anche temporali?
E poi c'è Gesù, che è morto ed è risorto, ma soprattutto: perché, pur potendo sfuggire a tutto questo si è donato così? Cosa doveva insegnarci? Da cosa doveva salvarci? Forse dai nostri limiti mentali, dalle nostre paure? Forse anche da questi, non sono forse anche questi peccati, visto che ci impediscono di volare?



23/11/2019 15:11 Pit Bum
Caratteristica di tutte le Persone in ricerca è di porti domande, tracciare percorsi spesso affascinanti e illuminanti.
Così è x tutti di Bose.
Il percorso qui tracciato..
Chi sono io? Domanda madre..
Ma come? Poi finisci così!?
Noi credevamo che..
Gesù crocifisso e abbandonato..
Sembra che lo stesso Gesù si chieda a che scopo, che senso ha?
Premesso tutto questo, da rimurginare e digerire bene,.. io non condivido del tutto la soluzione con cui si conclude il msg :
La risurrezione risolve tutto!
Certo, se il probl fosse solo la morte, la NOSTRA morte...
Ma davvero tutto, tutta la nostra vita è ancorata alla speranza di un oltrevita o meglio oltremorte? Cosa di cui non potremo MAI avere certezza??
Mi fermo qui x sentire altre voci...



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Antonio Buozzi

Antonio Buozzi (Torino, 1959) giornalista e consulente con oltre venticinque anni di esperienza nella comunicazione aziendale in gruppi e agenzie internazionali. Si occupa di temi culturali, soprattutto narrativa, su Lettera 43, dove ha un blog “L’Argonauta”, e ha avuto varie collaborazioni con RaiUno, Corriere della sera, Avvenire. Segue con attenzione anche argomenti sociali, in particolare il fenomeno degli orfani bianchi e degli impatti della migrazione dell’Est Europa, su cui ha realizzato in Romania un reportage breve. Svolge poi attività di relatore e moderatore in rassegne ed eventi a carattere culturale e sociale. Laureato all’Università di Torino in Storia del cristianesimo con Franco Bolgiani, è un appassionato cultore di spiritualità monastica, sia delle origini, sia contemporanea.

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