PRESO IN RETE
La Quaresima dei giornali
di Guido Mocellin | 13 marzo 2011
La splendida provocazione di Sequeri pubblicata su Avvenire nel mercoledì delle ceneri: le vere facce quaresimali non sono le nostre, ma quelle impresse sulle maschere del godimento

Si potrebbe anche dire che è «il ritorno di Benedetto». Già dall'altra settimana la notizia dell'uscita del secondo volume del «libro del papa» su Gesù aveva preso a scalare la classifica delle notizie religiose sui quotidiani italiani, e oggi la troviamo in testa: da sabato 5 marzo a venerdì 11 marzo si è guadagnata 26 titoli, contro i 24 titoli delle posizioni sul «testamento biologico» dei credenti (cattolici perlopiù: come lamenta il moderatore della Tavola Valdese Maria Bonafede in una risposta a G. Fofi riportata da L'Unità del 5 marzo, anche se non mi pare che la sua analisi colga il centro del problema) e i 14 titoli che, tra Libia, Egitto e Pakistan, vanno intestati al tema della «cristianofobia» nei paesi a maggioranza musulmana, che siano o meno in rivolta.

Se si aggiunge che la quarta notizia da 10 titoli o più è quella dell'annunciata presenza del papa in uno speciale del programma religioso RAI A sua immagine, il pomeriggio del prossimo Venerdì santo, si può concludere che questa settimana è la seconda, dall'inizio del 2011, in cui a «fare notizia» è un atto del papa: anche se a gennaio si era trattato di un atto «istituzionale» (il discorso al corpo diplomatico presso la Santa Sede, centrato sul diritto alla libertà religiosa) e ora sono due atti «paraistituzionali», il libro cofirmato da papa Benedetto XVI e dal teologo J. Ratzinger e la presenza del primo (o forse di entrambi...) come «ospite» in un programma televisivo.

Questa seconda notizia mi ha fatto ricordare che un tempo, se non sbaglio fino alla riforma della RAI del 1976 e al parallelo affermarsi della TV commerciale, il pomeriggio, oltre che la sera, del venerdì santo la programmazione di radio e TV sottolineava inequivocabilmente il momento liturgico dei cristiani: musica classica, documentari... quasi una sospensione del tempo radiotelevisivo, a dire che non c'era nulla, in quelle ore, di più importante che fare memoria della morte del Figlio di Dio. Oggi, nell'era digitale e sotto l'impero dell'Auditel, sarebbe impensabile e anzi non mi stupirei se la trasmissione serale della Via Crucis al Colosseo avesse resistito, in questi anni, nel palinsesto anche a motivo di un'accettabile performance dei relativi dati di ascolto.

Si lega a questo ricordo l'osservazione che questa settimana, in effetti, è passata una notizia, per così dire, socio-liturgica: l'inizio della Quaresima. Se ne sono occupati il Corriere della sera («Insalata o niente pranzo: i cattolici del digiuno») e Il Giornale («Che sorpresa: è Quaresima ma l'Italia non se ne è accorta») del 10 marzo, e i loro titoli preannunciano le diverse chiavi scelte, sintoniche alle rispettive linee editoriali. Ma il bello è che entrambi questi articoli dipendevano dallo splendido editoriale di mons. Sequeri su Avvenire del 9 marzo, mercoledì delle Ceneri (appunto).

Pierangelo Sequeri, docente della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, teologo, scrittore e musicista di rara finezza, quando scrive o parla in sede accademica non è di facile accesso per chi non frequenti di professione la filosofia, la teologia e la musicologia. Ma quando parla o scrive rivolgendosi al più vasto popolo di Dio e oltre (a maggio uscirà per Il Mulino, nella fortunata collanina de «I Comandamenti», Non ti farai idolo né immagine, scritto a quattro mani con S. Natoli); quando parla delle generazioni più giovani come de «i nostri cuccioli», o quando dice «agape» invece di amore «perché la parola si è consumata», allora è... un'altra musica.

A me che ogni anno non riesce di fare non dirò il digiuno, ma nemmeno l'astinenza, con i panini secolarizzanti di tutti i bar nei dintorni della redazione e, prima che andasse a cucinare per il Padreterno, i manicaretti di mia suocera e i suoi sacrosanti ricatti affettivi («le ho fatto le polpette, non le piacciono più?») a congiurare contro i miei virtuosi propositi; a me che ho fallito anche quando ho provato ad astenermi dalla televisione («ma proprio quest'anno che al venerdì c'è Zelig!») o da Internet invece che dalle carni, o dal parlare troppo (e allora in casa o al lavoro montava subito qualche discussione nella quale tacere proprio non potevo); a me che alle adorazioni eucaristiche dopo cena mi addormento come un sasso, e che ringrazio Dio perché non smette di offrirmi occasioni per qualche infimo gesto di carità, perché se aspetta che me le vada a cercare io campa cavallo... a me cristiano minimo, del suo editoriale è piaciuto tutto, ma di più l'idea che «la Quaresima, oggi, è anche rito dell'ironia: che sorride in faccia ai gufi della fine della storia», e che le vere facce quaresimali non sono le nostre, ma quelle «impresse sulle maschere del godimento», sulla «obesità delle nostre abitudini pigre e insaziabili» che ci rende insensibili a tutto, sul nostro tono di voce «perennemente alterato, il nostro gesto isterico», il naso «spiaccicato sul cellulare, non vediamo più niente», non sentiamo più niente.

Invece, dice Sequeri, «il digiuno affila la mente. La rinuncia rende acuto lo sguardo. L'esercizio dello spirito ingentilisce il gesto. L'eleganza del distacco ridona sensibilità all'essenziale. La silenziosa lotta con il male rende affidabili. Il credente transita così, con gesto sobrio e discreto, attraverso le anime flaccide e sepolcrali delle nuove divinità d'Occidente. Impara ad abitare coraggiosamente la disperazione della vita che vive per niente. Insegna a morire per qualcosa di enorme che riguarda tutti. Segna la soglia del mistero. E ci rende capaci di varcarla. Perché la generazione che viene esca dall'incantamento che l'istupidisce preventivamente: a caro prezzo. E ritorni sveglia per l'attrazione della vita che sta oltre la barriera. Deve finire questo paese dei balocchi: e deve ritornare, infine, il senso della vita come storia. Altroché, se deve».

 

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