Joker: la cultura dello scarto genera mostri
di Sergio Di Benedetto | 13 novembre 2019
Il fim 'Joker' di cui tanto si è parlato ha un messaggio chiaro: quando la società mette a margine il debole, il fragile, il malato nascono rabbia e violenza, come può accadere anche nel mondo di oggi.

C'è un pensiero che mi è tornato alla mente per giorni dopo aver visto Joker, il film di Todd Phillips con protagonista assoluto Joaquin Phoenix. E questo pensiero trae spunto da uno dei Leitmotiv di Papa Francesco, che più volte ha parlato di ‘cultura dello scarto' per descrivere il sistema economico-sociale in cui viviamo. Sì, Joker mi pare sia una prova artistica (ma pure realistica) di un assunto: ‘la cultura dello scarto genera mostri'.

Il film vuole indagare l'origine di Joker, il criminale nemico di Batman, il lato malvagio di quella Gotham City frutto della fantasia di Bob Kane e Bill Finger.
Siamo nel 1981 e Arthur Fleck (questo il vero nome di Joker) è un comico fallito, psichicamente instabile, che si fa carico di una madre sostanzialmente invalida e più fragile di lui.
Arthur si muove in una società distopica percorsa da disuguaglianze terribili, con molti poveri sempre più poveri e pochi ricchi sempre più ricchi. È una società dominata da mass-media consumistici per i quali conta solo la percentuale dell'audience, senza alcun rispetto per la dignità umana di quanti incappano nella rete della televisione, il cui cinismo è rappresentato perfettamente da Murray Franklin (Robert De Niro), a cui Arthur guarda come a un padre. Infatti Murray, che si imbatterà per caso in un video di un pessimo numero comico di Arthur, è l'oggetto del desiderio di affetto del protagonista: egli è il padre che ha sempre voluto, quel volto apparentemente buono che possa rassicurarlo e fargli capire che anche lui vale qualcosa.
Ma la ricerca del padre, uno dei fili conduttori del film, è duplice, poiché, ad un tratto, il padre sembra assumere i tratti del ricco Thomas Wayne: la madre di Arthur, infatti, è convinta di aver concepito il figlio dal ricchissimo signor Wayne. Ma l'illusione dura poco: Thomas Wayne nega ogni gesto di affetto per Arthur, il quale scopre, indagando nell'archivio di un ospedale psichiatrico, di essere in realtà stato adottato: non solo dunque senza padre, ora Arthur scopre di essere anche ‘senza madre': ingannato, sradicato e privo di storia.

È l'inizio della fine: la solitudine è sempre più marcata: perfino i servizi sociali che lo hanno in cura, a causa dei tagli al bilancio, non gli garantiscono più le medicine necessarie per tenere a bada la sua instabilità. In una società che lo spinge sempre più ai margini, la follia di Arthur diviene omicida: così prima reagisce a un tentativo di pestaggio che tre ricchi rampolli borghesi tentano di compiere a sue spese, poi si vendica su un collega di lavoro che lo aveva umiliato e aveva causato il suo licenziamento come clown, poi è la volta delle figure genitoriali, vere o presunte.
Così, in una metamorfosi che è una discesa nel male, Arthur diviene Joker, nome affibbiatogli da Murray, che paradossalmente compie, a sua insaputa, un'azione paterna: egli dà il nome al figlio, riconoscendone l'identità di clown: in un mondo in cui ‘bisogna sforzarsi di ridere', la verità è però una tragedia. Quel Joker è un uomo che porta il pianto, non il riso.

È così raffigurata una cultura che scarta il debole, il malato, visto come un costo; una cultura che non ha denaro per recuperare chi è in difficoltà, spingendolo sempre più all'esterno della socialità. Una cultura di individui sradicati, in cerca di figure adulte che sappiano dare loro una radice.
È una cultura dove i pochi ricchi diventano oggetto dell'odio sociale dei molti ‘scartati': così Joker diviene il simbolo di una protesta di massa, violentissima. È l'esplosione della rabbia covata ‘nelle periferie' (non a caso Arthur vive in un quartiere e in un palazzo degradati), dove non c'è alcuna speranza, alcuna salvezza. Qui, dove non esistono criteri di bene e male, ma contano solo l'immagine, il successo e il denaro, lo ‘scarto' è la regola, la falsità una condotta accettata. Nemmeno l'amore per una donna è reale, dato che la relazione che Arthur sembra avere con una ragazza di cui si innamora si rivela in realtà un'illusione creata dalla sua mente.
Cosa rimane all'uomo scartato? La vendetta, l'odio, la violenza. Quella maschera che tutti indossano diventa un volto: Arthur è ora Joker, conosciuto, riconosciuto, stimato, seguito, in un finale che vede la morte anche di Thomas Wayne e della moglie, davanti al figlio Bruce: lì comincia la storia del futuro Batman, orfano come Joker, eroe del buio e al tempo stesso giustiziere in una Gotham senza luce.

Se volessimo far capire ai nostri contemporanei cosa sia la cultura dello scarto che troppo spesso abita il nostro mondo e quali ‘mostri' produce, usando un linguaggio iconico e moderno, credo che Joker sia eloquente e efficace: i confini del bene e del male si confondono quando, a monte, il debole non è considerato degno di abitare la città, quando la sua ferita, la sua malattia, il suo non essere competitivo sono un problema per la società del denaro e del successo, della maschera e della finzione.
Qui non c'è speranza, qui non c'è via d'uscita, con un'eccezione: solo in un caso Joker salva la vita a un uomo, e accade a Gary, un collega di Arthur, affetto da nanismo, che con il protagonista ha sempre avuto un comportamento rispettoso, difendendolo anche dalle angherie degli altri colleghi. Ecco, qui c'è una scintilla, che nasce dalla solidarietà tra ‘poveri', poiché solo chi è stato scartato è capace di solidarietà e affetto verso l'uomo messo ai margini.
Qui c'è un barlume di luce: se la cultura dello scarto genera mostri, la cultura della solidarietà genera un bene che rimane, e salva la vita.

 

18/11/2019 23:45 Carmela
Questa sera tra le intercessioni dei Vespri ha tenuto la mia attenzione particolarmente questa
“Gesù, sole che brilli nelle nostre tenebre, dirigi gli umili al bene e insegna ai poveri le tue vie”.
Avendo letto nel pomeriggio questo articolo, l’associazione (“e insegna ai poveri le tue vie”) è stata spontanea. E anche se i poveri forse non sono esattamente o del tutto ‘gli scartati’, ho avuto tremore, commozione e preghiera per gli infiniti modi di povertà esistente e per gli altrettanti infiniti modi possibili di affrontarla, di reagire, di viverla.
Mi è sembrato, alla luce di questo commento
[e pure del salmo 72(73) “Ma io per poco non inciampavo, quasi vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti…”],
di intuire più in profondità come facilmente di fronte a certe ‘realtà di ingiustizia’ possa agitarsi, e perdersi nel nulla e nel male l’animo umano, e come tutti abbiamo e dobbiamo interiorizzare e personalizzare la preghiera sopra citata
“Signore rendimi umile e dirigi il mio cuore al bene; guarda la mia povertà e insegnami le tue vie; perché io e quanti da Te ci lasceremo raggiungere, possiamo a Te aderire, e in Te ritrovarci un unico solo Bene”.
Grazie, sr Carmela



18/11/2019 14:13 g. g.
E' lo stesso discorso di chi per anni ha favorito l'invasione del nostro paese da parte di immigrati portatori non-sani di degrado... poi nascono i Salvini ... e allora sono dolori.
In questo caso lo "scarto" sono stati gli italiani che hanno visto invadere le loro periferie da stranieri spesso arroganti, fieri delle loro tradizioni e usanze medievali (donne velate, matrimoni di bambini e altre cazzate varie... noi dobbiamo rinunciare alle nostre tradizioni, ma guai a chiedere a loro di fare lo stesso... orde di boldrine e bergogli assatanati griderebbero al razzismo), quando va bene nullafacenti e quando va male delinquenti, incivili nel vivere ecc.
E' dall'essere trattati come scarto che nascono le rivolte e i vaffanculo alle boldrine e boldrini di turno! Guardate cosa sta succedendo proprio ora... l'Italia allo stremo e Zingaretti-Yoghi non trova di meglio che proporre lo ius soli.
E diciamoci fortunati che gli scartati italiani non abbiano ancora imbracciato le armi.



13/11/2019 10:34 BUTTIGLIONE PIETRO
Grazie Sergio x qs riflettore acceso, che mi fa riflettere..
Rivedo i volti della drogata per strada, risento le sue parole:
" No, voi non mi potete capire, voi siete diversi, inutile parlare con lei!"
In-comunicabilità
Senso di abbandono
Isolamento assoluto
Sfiducia totale
....-cidio di tutto.
Dopo?
Mission Impossible, percorsi ed esiti del tutto casuali.
Imo bisognerebbe riuscire ad avere un "rapporto" prima, in fase di pre-abbandono, quando le domande cominciano a non trovare + risposte...Sono scettico sui vari "telefono amico". Noi come CC abbiamo già iniziative, si tratta di strutturarle, coordinarle, soprattutto farle conoscere. Rimasi basito quella volta quando entrai nel C.Decanale nel sapere quante iniziative in quel territorio, assolutamente ignote anche dentro la CC.
Vedrei bene una Rete di Persone amiche pronte a soccorrere le Persone in disagio.
Dichiaratamente CRISTIANE, p.f.
Perché Lui ci mette la faccia e noi il braccio.
E scopriremmo quanta bontà ci circonda.
In silenzio. Come la Vera Bontà.



13/11/2019 09:37 Paola
La rabbia covata, il senso di ingiustizia, così come la paura per il futuro, sono la causa prima di ogni intolleranza, e davvero possono generare mostri, se non compresi, e lo vediamo bene ai giorni nostri.
L'umanità solidale salva sempre, ma non è facile da raggiungere quando il limite si è passato, e quando non si è lavorato sull'essere umano, per questo credo che chi di dovere debba concentrarsi innanzitutto sull'analisi delle cause più che sugli effetti, perché questi sono come un fiume in piena che quando rompe gli argini non lo tiene più nessuno, esplode e travolge tutto, anche il bello e il buono, e dopo son dolori. ..



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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