Al prete gravato da una falsa accusa
di Diego Andreatta | 18 ottobre 2019
Abusi sui minori: senza abbassare la guardia della "tolleranza zero", proviamo ad "ascoltare" il prete poi dichiarato innocente

Perché non provare a mettersi per una volta dalla parte del sacerdote o del religioso che ha portato sulle spalle il peso di un'accusa falsa (abusi sui minori, ma non solo) e che è stato poi assolto dalla giustizia. Cerchiamo di capire che cosa ha provato in quei mesi e in quegli anni, come ha vissuto il suo ministero nel duro periodo di attesa, come possiamo ora - personalmente o comunitariamente - accompagnarlo in una fase di ritrovata serenità.

Con una premessa, però: quest'attenzione, umana e cristiana, non significa in alcun modo abbassare il livello di guardia in quella "tolleranza zero" sancita dal motu proprio di Papa Francesco contro gli abusi dello scorso 7 maggio e in quel lavoro educativo e giuridico indicato dalla CEI nelle "Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili" entrate in vigore nel giugno scorso e meritevoli di diffusione e severa applicazione.

Proviamo a volgere uno sguardo di misericordia al volto di quel prete (qualcuno di noi può averlo avuto come amico o parente) che prima di essere dichiarato innocente è stato messo sotto torchio in modo improvviso e inatteso per accuse mosse da altri motivi o da persone ritenute non credibili solo a distanza di tempo. Intanto, il suo nome e cognome (ma anche la sua persona, la sua famiglia e la sua comunità) sono finiti per qualche giorno sui media locali o nazionali con le necessarie cautele giornalistiche (non sempre) della presunzione di innocenza. E dietro a lui, anche dopo l'assoluzione, l'opinione pubblica vede ancora qualche ombra.

Il nostro don ha constatato che proprio per tutelare le fragili e incolpevoli vittime di altri reali abusi è scattata verso di lui una procedura giustamente severa con indagini in cui l'autorità ecclesiastica si è impegnata a collaborare con quella giudiziaria. A lungo si sarà anche interrogato se portava una qualche parte di responsabilità nell'essere finito dentro queste strette forche caudine, forse per il suo atteggiamento di eccessiva fiducia o per una vicinanza umana e paterna che è stata proditoriamente "girata" e usata contro la sua persona. Si sarà chiesto forse se i confratelli e la comunità non potevano fare di più per prendere le sue difese, se l'iter giudiziario doveva essere così lungo e logorante. E quale significato attribuire a questa croce, nel portare la quale ha avvertito l'aiuto di qualche cireneo ma anche passaggi di solitudine e abbandono.

Pensieri che proviamo a mettere in comune, sottoponendoli alla luce della Parola e sovrapponendoli al volto degli innocenti di ogni tempo. A partire dal salmo 1 che ci mostra - ben contrapposta alla via dei peccatori - la beatitudine dell'uomo che retto procede. «E sarà come l'albero, che è piantato sulle rive del fiume, che dà frutto alla sua stagione, né una foglia a terra cade».

 

 

 

23/10/2019 15:17 Alberto Hermanin
Buono un post che si occupa di questo problema. A me pare però, con tutto il rispetto, che semplicemente si tratti, tragicamente spesso, di una sorta di cultura della resa di fronte alla fogna del cd. "giustizialismo", sempre in cerca di vittime da ingurgitare, mentre quando arriva l'assoluzione e la tua vita è distrutta, nessuno ne scrive niente. Basterebbe tornare ad un liberalismo minimo, anche nella Chiesa, che si chiama presunzione di innocenza fino al giudicato. Si, domani: pressate dalla implacabile morsa di un circo mediatico senz'altro paragonabile ad un branco di iene che si aggirano intorno ad un animale ferito, anche le autorità ecclesiali, sembra, sovente strafanno lasciando crocifiggere in silenzio tanti povericristi, preti inclusi. Va bene che la croce è strumento di salvezza, ma la pavida resa alla canea urlante delle iene resta quello che è, certo non una virtù. Sarebbe il caso che si avesse "tolleranza zero" anche con i calunniatori e i seminatori di odio, non vi pare?


18/10/2019 20:11 Sara
"oggettivizzandola, per evitare coinvolgimenti emotivi."

L'oggettivazione funziona anche in positivo infatti è stato assolto proteggendolo dalle paure irrazionali delle persone.

È molto importante imparare a "contenere" i propri sentimenti, dando loro una forma non distruttiva.



18/10/2019 10:18 Paola
I tribunali umani per poter quantificare la pena, devono per forza definire la gravità di un danno subito, oggettivizzandola, per evitare coinvolgimenti emotivi.
In realtà, ogni ferita è interiore, e scava in maniera diversa in ognuno di noi, a volte distruggendo una vita, anche quando agli occhi umani sembra tutto sommato non troppo profonda...per questo, fuori dai tribunali, all'uomo spetta il non giudizio, anche se non è facile andare oltre quella che è l'evidenza oggettiva: il prete accusato è stato assolto, la sua ferita in teoria può rimarginare, ma chi neanche in un tribunale umano ha visto riconosciuto il proprio dolore, continua a sanguinare...Ma so bene che questo è un giudizio limitato, e non è quello che conta su un altro Piano, per questo infatti, occorre una comprensione diversa, ben poco umana e per niente limitata, e occorre lavorarci e pregare perché almeno in parte ci sia donata..



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Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista. È direttore del settimanale diocesano Vita Trentina e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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