Il fine vita non finisce di interrogarci (3)
di Gilberto Borghi | 14 ottobre 2019
A cambiare la cultura non saranno leggi ottenute con compromessi politici e battaglie giuridiche. Sarà solo una cultura della vita, testimoniata come offerta di amore, libera e liberante, a chi ci ama proprio per la nostra capacità di scegliere.

Di fronte al “fine vita” una parte del mondo cattolico sembra investire la proprie energie nel tentativo di erigere un baluardo giuridico alla “cultura della morte” e per ora, pare, sia stato un tentativo abbastanza fallimentare. Ciò anche perché il problema, prima che giuridico, è chiaramente culturale. Quando, però, il mondo cattolico prova a “giocarsi” sul piano della cultura, sembra solo capace di “annacquarsi” dentro ai tre paradigmi già mostrati qui.

Chi si accoda al primo paradigma, sottolinea l’assoluta intangibilità, da parte dell’individuo, del dato naturale come luogo della volontà di Dio. Anche la morte, che, pur essendo effetto del peccato dell’uomo, è indisponibile alla libertà dell’uomo stesso ed entra a far parte di quel “destino” ineluttabile che ci sovrasta. La sofferenza, anch’essa frutto del peccato, è inevitabile e su di essa la volontà individuale non può avere molto margine di scelta. Qui la volontà divina tende a schiacciare la libertà dell’uomo che diventa un ingranaggio del determinismo soprannaturale.

Nel secondo paradigma, l’individuo che si pone obiettivi in sintonia con il bene proclamato dalla Chiesa, si autorizza con questi a conferire senso alla sua vita e crede che Dio sia il suo aiuto in questo tentativo. La fede serve a realizzare sé stessi, fosse anche in funzione del salvarsi l’anima. La sofferenza è sensata se aiuta questo tentativo, altrimenti non può essere accolta. La volontà del singolo trova un compromesso con quella della di Dio in favore gli obiettivi dell’uomo, anche buoni magari. Ma così Dio serve a noi e non viceversa. Così anche la morte entra a far parte della disponibilità della volontà individuale e può essere desiderata e cercata, se gli obiettivi non sono stati raggiunti o se la sofferenza è tale da non permettere più di raggiungerli.

Quei cattolici che si “sposano” col terzo paradigma, “imboscano” molto la dimensione ultraterrena della fede, spostando l’accento di essa sull’esperienza emotiva che in molti modi può essere vissuta, qui e ora, nel presente. Miracolismi ed emozionalismi fanno da sfondo ad un sorta di edonismo cattolico esistenziale, in cui la morte e la sofferenza vengono messe da parte, e il rapporto con Dio diviene uno strumento per potenziare l’intensità del gusto della vita e del suo godimento. La sofferenza è inutile; diviene sensata solo se permette maggiore “consumazione” della vita, altrimenti deve essere eliminata, dal momento che Dio stesso non la vuole. Qui la bulimia umana della vita sovrasta la volontà di Dio e la piega al suo fine.

In ogni caso, nei tre paradigmi, Dio e uomo non sono sintonizzabili pienamente. O Dio azzera la volontà individuale, o la volontà individuale azzera quella di Dio. Credo profondamente che l’insignificanza culturale del cattolicesimo sul tema del fine vita dipenda molto anche da questo: condivide la stessa idea dei laicisti, cioè che uomo e Dio sono in contraddizione tra loro. In realtà la cultura post – moderna che ha rinunciato a Dio sta consumando anche l’uomo stesso, fino al suicidio. Proprio questo dovrebbe farci pensare che Dio e uomo stanno o cadono insieme. L’anelito profondo che sale da questa condizione è, infatti, che qualcuno sia in grado di mostrare una via che consenta di salvare e l’uomo e Dio.

Noi sappiamo che il vangelo ci indica con chiarezza questa via: “chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.” (Mt 16,25). Cioè il senso della vita di un cristiano non consiste nel “godere” la vita per sé, e nemmeno nel tentare di realizzarla, raggiungendo i propri obiettivi, fosse anche per salvarsi l’anima. Il senso invece consiste nello smettere di cercare un senso e consegnare la vita per amore Suo. E questo atto non può mai essere un atto “obbligato” dal destino, ma è e resta sempre un atto libero che la volontà individuale decide. “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo.” (Gv 10, 17-18). Dentro a questa prospettiva di amore liberamente scelto anche la sofferenza e la morte possono assumere significato, perché possono essere offerte per amore, e così permettere di sposare la libertà di scelta dell’individuo e la volontà di Dio, senza calpestare nessuno dei due.

Ma se prendiamo questa linea di significato, allora dobbiamo seriamente chiederci: possiamo imporre moralmente a chi non ha compiuto questa scelta spirituale, cattolico o meno che sia, di vivere una sofferenza e una morte che per lui non possono avere senso? Dio impedisce agli uomini di peccare? O accetta il loro peccato e continua ad amarli comunque, nella infinita speranza che questo amore faccia percepire loro che tutto, ma davvero tutto, può essere vissuto se è un’offerta a chi ci ama infinitamente? Possiamo allora chiedere che la legge civile impedisca di peccare a chi non ha una fede sufficiente per donarsi a Dio, in condizioni non scelte da lui?

A cambiare la cultura non saranno leggi ottenute con compromessi politici e battaglie giuridiche. Sarà solo una cultura della vita, testimoniata come offerta di amore, libera e liberante, a chi ci ama proprio per la nostra capacità di scegliere. (3. fine)

 

Leggi qui i precedenti articoli

Il fine vita non finisce di interrogarci (1)

Il fine vita non finisce di interrogarci (2)

 

 

15/10/2019 10:58 Sara
"Imo un percorso di morte automatico che non abbia bisogno del facilitatore cui restano rimorsi x sempre."

Un robot e mi sembra anche giusto.



15/10/2019 10:19 BUTTIGLIONE PIETRO
Che 🌐🌐🌐🌐!!
Se io aiutassi uno a commettere un omicidio sarebbe cosa ben diversa da un atto libero e determinato che danneggia solo me.
In sintesi, poi nn intervengo + su qs spinosissimo tema:
1) il suicidio è una decisione che fa parte della libera autonomia della Persona, che va aiutata, rispettata, partecipata ma senza emettere CONDANNE.
2) Se si accetta questo.. vanno stabilite modalità che evitino il "sotto il treno" o la Svizzera. Imo un percorso di morte automatico che non abbia bisogno del facilitatore cui restano rimorsi x sempre. ( ieri ho scoperto il mestiere di un dottore qui: nelle case di riposo "accompagna" alla morte! Guardiamoci intorno fratelli!)
PS



15/10/2019 08:19 Sara
Il privato è pubblico: era uno slogan del '68.


15/10/2019 08:08 Sara
Pietro ma come lo punisci un suicida che per definizione è già morto?
Qui si parla di aiuto al suicidio che è molto diverso perché si chiede alla società allo stato e ad un medico di farlo.
Non stiamo parlando di un'azione individuale, mi pare talmente palese la differenza...



15/10/2019 07:27 BUTTIGLIONE PIETRO
Ieri mi è capitato di leggere una notizia sul cuoco Borgazzi ( quello della Clerici).
Che stanotte rielaboravo insieme alla fine di una mia zia suora di s.Anna che si lasciò morire dopo che la sua Superiora, in cui aveva trovato una mamma, fu trasferita e lei non riuscì a elaborare la sua mancanza e si lasciò deperire e morire.
Questa e quella di Bigazzi ( 20kg!!) Sono forse meno SUICIDIO di quella del DJ Fabo??
Solo xchè invece che atto puntuale sono durati nel tempo??
Sono questi gli spunti, al di là dei vari paroloni difficili, he dovrebbero fare riflettere i cattolici ..
Altrimenti saranno sempre indicati come sepolcri imbiancati ipocriti.
Il suicidio è un atto individuale, forse la vera dimostrazione del libero arbitrio, e tale resta, anche se ad accompagnarti in CH è un altro.



14/10/2019 08:38 Sara
"La morte deve seguire la natura partendo dal considerarla un evento naturale e non catastrofico, insomma."

Il problema filosofico di fondo infatti non è affatto la paura o meno della morte anche perché con l'accanimento terapeutico si va nel transumanesimo e lì scatta la condanna uguale con tutti i rischi relativi al traffico di organi e alla possibilità di creare esseri umani ad hoc, il problema etico di fondo è solo la difesa delle persone più fragili, perchè una volta che passa l'idea di una vita di serie A e una serie B sai dove parti ma non dove arrivi.

Il discorso sulla testimonianza poi è un'arma a doppio taglio è la stessa cosa di chi non vuole l'immigrato e ti dice prenditelo in casa tua. Il problema non è se l'immigrato me lo prendo io o meno ma cosa si fa dei porti, dell'accoglienza pubblica e della fiscalità generale.


Detto ciò ormai è favorevole all'eutanasia l'80 o il 90 per cento della popolazione quindi a testimoniare rimarrebbe un residuo 10 per cento che nei fatti sarebbe pressoché invisibile.

E' il solito discorso di chi si sostanzialmente è d'accordo ma non si vuole più di tanto prendere la responsabilità di dirlo.

Io invece a questo punto ad esempio dico Si chiaro e tondo, non essendoci validi motivi nè laici nè religiosi per opporsi.

Se anche se ne abuserà pazienza, si è fatto di peggio nel passato e amen, l'ipocrisia del detto e non detto non la sopporto più.



14/10/2019 08:35 BUTTIGLIONE PIETRO
Leggo:
Il senso invece consiste nello smettere di cercare un senso e consegnare la vita per amore Suo. E questo atto non può mai essere un atto “obbligato” dal destino, ma è e resta sempre un atto libero che la volontà individuale decide. “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo.” (Gv 10, 17-18).

1) imo:dobbiamo distinguere Dio&Uomo? Mi pare una tua tesi
🙃😉
Allora il Suo sacrificio ha un senso che uomo nn può copiare.
2) inoltre: il senso della vita è corrispondere all'Amore di Dio ( interno ), e adoprarsi x gli altri.( Esterno).
Scusa ma il resto, cultura inclusa, mi sa di sofismi



14/10/2019 08:23 Paola
Concordo abbastanza, però secondo me ci sarebbe anche da rivedere l'atteggiamento verso la morte, perché finché verrà vista con terrore, come un nemico, ci sarà qualcuno che penserà ad essa come un ostacolo da aggirare. Si dice che spesso il nostro atteggiamento verso la vita, positivo o negativo, per farla breve, in fondo la condizioni; credo che così possa essere anche per la morte e per il dolore: se penso già che sarà il male peggiore che mi possa capitare, quando mi accorgero' che forse sta per giungere l'ora, il mio atteggianento non sarà certo sereno, e non potrà che peggiorare le cose, portando anche ad una sofferenza insopportabile.
La morte deve seguire la natura partendo dal considerarla un evento naturale e non catastrofico, insomma.

Scusate se sono ancora intervenuta su questo argomento, ma mi interroga molto. Passo e chiudo.



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Gilberto Borghi

Sono nato a Faenza all'inizio degli anni 60, ho cercato di fare il prete, ma poi ho capito che non era affar mio. E dopo ho studiato troppo, forse per capirmi e ritrovarmi. Prima Teologia, poi Filosofia, poi Psicopedagogia e poi Pedagogia Clinica... (ognuno ha i suoi demoni!). Insegno Religione, faccio il Formatore per la cooperativa educativa Kaleidos e il Pedagogista Clinico.... Lavoro per fare stare meglio le persone, finché si può... In questo sito provo a raccontare cosa succede nelle mie classi e a offrire qualche riflessione. E da qui è nato il libro pubblicato nel 2013 dal titolo: "Un Dio inutile".

 

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