Il tema del mese
Preferivo le cipolle
di Giorgio Bernardelli | 11 settembre 2019
«Fa troppo caldo. Parlano lingue incomprensibili. C’è sempre la guerra. Chissà poi cosa si mangia...». Di pregiudizi intorno alla Terra Santa ce ne sono tanti. Giorgio Bernardelli (che la conosce molto bene) ha scritto un libro per sfatare le 10 maggiori obiezioni a un viaggio nella terra di Gesù. Ne pubblichiamo un capitolo.

Ebbene sì, un ostacolo non da poco a un viaggio in Terra Santa è quello che apertamente non confesseremo mai: andare a Gerusalemme per noi oggi vuol dire fare i conti sul serio con gli ebrei. O meglio: con l'idea che noi abbiamo degli ebrei. Perché sotto sotto ci portiamo dentro ancora una convinzione: che siano un popolo chiuso, poco ospitale, a cui fondamentalmente piace stare per conto proprio. Dimenticando un piccolo dettaglio: in Europa nei ghetti li abbiamo rinchiusi noi.

Alla fine è un dato di fatto: nonostante la presenza a Roma di una delle più antiche comunità ebraiche del mondo, per molti italiani un viaggio in Terra Santa è la prima e forse unica occasione per un incontro reale, in carne ed ossa, con il mondo ebraico. Con buona pace delle annuali celebrazioni in occasione della Giornata della memoria, sappiamo ancora pochissimo sugli ebrei. E quel poco che sappiamo spesso è inquinato da stereotipi, se non da veri e propri pregiudizi. Lo stesso sguardo della comunità cristiana per molti aspetti resta fermo al giudaismo del tempo di Gesù; come se in questi duemila anni non fosse successo nulla di significativo per gli ebrei.

Anche per questo l'incontro con Israele è un ingrediente molto importante in ogni pellegrinaggio in Terra Santa. E andrebbe preparato con cura. «Eh, certo, gli ebrei sono suscettibili, se poi sbagliamo qualcosa...». Eccolo affiorare puntualissimo il pregiudizio: no, non è affatto questo il motivo, se pensi così sei completamente fuori strada. Va preparato per coltivare la stessa curiosità e trepidazione con cui si va a incontrare dal vivo un parente del quale finora avevamo soltanto sentito parlare. E vi posso assicurare che - se vissuto davvero così - può diventare un incontro intrigante e pieno di sorprese.

Certo, riconosco che trovarsi davanti come primo volto di Israele un ragazzino dell'El Al (la compagnia di bandiera israeliana) che ti fa mille domande su perché il tuo gruppo vuole andare pure a Betlemme o su chi ha messo le mani nei tuoi bagagli non è esattamente il massimo dell'accoglienza. In queste situazioni ci vuole pazienza: il conflitto, l'abbiamo visto, è una cosa seria; e anche tirare fuori dal cilindro un po' di misericordia è un modo per condividere la sorte di chi quest'esperienza la vive sulla sua pelle ogni giorno. Tra l'altro ultimamente i sistemi di sicurezza israeliani si sono fatti un po' più sofisticati, quindi spesso anche questo tipo di controlli avvengono in maniera più rapida.

Passato questo scoglio, però, non avete più scuse: lasciate uscire fuori la vena yiddish che è in voi; provate a respirare la vita di Israele, che è davvero uno spettacolo straordinario. Una delle esperienze più belle, ad esempio, è entrare nella casa di una famiglia religiosa la sera del venerdì, quando tutti insieme al tramonto accolgono lo shabbat come la sposa che giunge al cospetto dello sposo. Rito essenzialmente domestico con preghiere che si recitano intorno alla tavola, prima che la cena vera e propria diventi il rito dell'incontro che accomuna ogni popolo e tradizione. Mi è capitato a Gerusalemme di essere ospite in una famiglia ebrea ortodossa in occasione dello shabbat ed è stato un grande dono per me. Non sapevano praticamente nulla su chi fossi, conoscevano solo l'amica comune che mi aveva indirizzato a casa loro. Ecco, è bastato questo per farmi sentire di casa, parte della famiglia, alla faccia di tutti i pregiudizi.

Il punto alla fine è proprio questo: siamo disposti a provare a lasciarci accogliere dal mondo ebraico? A entrarci dentro sul serio riconoscendo che Israele ha qualcosa di unico? Se accetteremo la sfida ci capiteranno tante cose. Sorrideremo per i mille contrasti tra tradizione e modernità: basta fare un giro nella moderna Gerusalemme ebraica per incrociare lo studente della yeshiva (la scuola rabbinica) che suona la chitarra elettrica. Subito dopo, però, ci lasceremo rapire dalla bellezza delle vetrate di Marc Chagall che raccontano le dodici tribù di Israele alla sinagoga dell'ospedale di Hadassah; dalla profondità delle pagine di Amos Oz che in Una storia d'amore e di tenebra raccontano come è nato tutto ciò che vedi intorno a te; oppure, anche molto più semplicemente, dalla gioia trascinante delle famiglie che al Kotel, il Muro Occidentale, celebrano il Bar Mitzvah dei propri figli. A proposito: gli ebrei lo chiamano Muro Occidentale, non Muro del Pianto. Ed è abbastanza comprensibile che ci tengano a sentirlo chiamare con quel nome: vorrei vedere voi se identificassero il vostro luogo più sacro con un grande lacrimatoio collettivo...

Se poi imparerete ad osservarlo in profondità questo mondo ebraico israeliano constaterete anche che per ogni gruppo di fanatici che pensano di trovare nella Torah l'ispirazione per imbrattare con scritte offensive le chiese o le moschee a Gerusalemme, ce n'è sempre almeno un altro che in nome di quella stessa Legge fa cose ben più coraggiose: andare a prendere i palestinesi ai check-point per accompagnarli in un ospedale israeliano, mietere le olive per loro nei campi rimasti "dall'altra parte" del muro, promuovere iniziative di solidarietà per i richiedenti asilo eritrei e sudanesi, gli ultimi tra gli ultimi oggi in Terra Santa... E capirete anche che lo Yad Vashem - il memoriale della Shoah a Gerusalemme -, insieme a tutti gli altri riferimenti a quella tragedia, non sono un modo per continuare a "menarla" con il passato ma un tassello fondamentale per capire l'identità ebraica di oggi. Con quel desiderio profondo di dare un nome a ciascuna delle 6 milioni di vittime; ma anche ai Giusti tra le nazioni che durante la persecuzione nazista misero a rischio la propria vita pur di salvare quella di alcuni ebrei.

E le contraddizioni di Israele? Certo che ci sono, come in tutte le esperienze umane. Ma ho conosciuto pochi altri posti nel mondo dove gli intellettuali e i giornalisti hanno saputo guardarsi allo specchio per metterle a nudo con lo stesso coraggio. L'osservazione più bella su questo tema non l'ho sentita però da loro; l'ho letta in un'intervista a Yohanan Elihai, piccolo fratello della famiglia religiosa di Charles de Foucauld che ha dedicato tutta la sua vita all'incontro con il popolo ebraico in Terra Santa. Un giorno ebbe una battuta folgorante su quanti non capivano il suo desiderio ostinato di condividere fino in fondo la sorte di Israele: «Ci sono europei che mi dicono: "Ma come? Tu fai parte di quel popolo?". Io rispondo loro: "Sì, alcuni israeliani fanno delle cose orribili, altri protestano, si agitano. Ecco perché qui non mi sento solo..."».

Giorgio Bernardelli, Preferivo le cipolle. Dieci obiezioni (da sfatare) a un viaggio in Terra Santa, Edizioni Terra Santa, pp. 128, euro14.

13/09/2019 04:52 Francesca Vittoria
Un viaggio in Israele è sempre nuovo anche quando si ritorna. Ogni volta si scoprono cose nuove, è un presepio vivente, un andare e venire di genti diverse, provenienti da culture diverse, ma a Gerusalemme si sale al Monte di Dio, confluiscono pellegrini da tutto il mondo, non per ammirare qualcosa, non per comperare, non per fare affari, anche se tutto si svolge come in altre città. No qui si cerca l'aria di Dio, si respira, si tocca le pietre, la terra, l'acqua che Lui ha toccato, visto, abitato, vissuto con il Suo popolo, quel popolo che non dimenticherà mai! Che ha amato e, si pensa, continui ad amare. Tra quel popolo ha scelto i genitori del Figlio Suo, ben sapendo che sarebbe stato , sacrificato vittima innocente, per far suoi tanti altri figli. Terra dove scorre latte e miele? Vero, nessuna spremuta di agrumi eguaglia la bontà di quelli li coltivati. L'aria è dolce, anche quando nevica, o piove e dalle vie l'acqua scorre come da torrenti, si respira sia una atmosfera di serenità, sia si ha percezione di vigilanza, di qualcosa che si teme e crea tensione. Povertà e ricchezza non si notano, tutti sembrano vivere vite i diverse sotto lo stesso cielo, ma incrociandosi e ignorandosi per uno sforzo di certa buona pace , amando tutti la stessa terra, ammettendo la presenza di un Dio unico. Definire la Terra Santa il cuore del mondo? Che batte con non regolari pulsazioni, soggetto a essere tormentato da tante pressioni e a doverle contenere tutte , se non avesse un Dio per Padre come farebbe a esistere sempre sotto minacciose ritorsioni reciproche tra popoli , p fratelli diversi? In quel Santuario che è il Santo Sepolcro il flusso di genti e continuo, in nessun luogo sembra udirsi canti contemporaneamente inneggianti a Dio, come in quel luogo! Popoli che si sfiorano ma sono uno . Perche quella è veramente una terra speciale, e ancora abitata da Dio, tutti vanno perché si sa di trovarlo, calpestando quelle pietre, guardando la natura rigogliosa, affascinati dal deserto che si specchia sulle acque che il fiume irrora a farlo rifiorire. Israele e anche musica, anche triste, come il pianto di chi vuole Qualcuno che ama, ciononostante le contraddizioni, ama e spera e prega il Dio che è diventato anche di una moltitudine, come sta scritto....


11/09/2019 17:26 BUTTIGLIONE PIETRO
Forse le olive non si mietono😊
Ma ben evidenzi le contraddizioni e certo non posso competere con te nella conoscenza di Israele.., soprattutto dei contrasti, insanabili. Ricordo JPII : non ci può essere pace senza giustizia. E imo Israele è pieno, soffocato da ingiustizie.



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