I libri di Vino Nuovo
Gli adolescenti mi hanno salvato
di Sergio Di Benedetto - Sergio Ventura | 28 giugno 2019
Si può "diventare adulti educando i giovanissimi?". Gilberto Borghi ne ha fatto la sfida (appassionata e appassionante) della sua vita di insegnante ma soprattutto di uomo. E la descrive in un nuovo libro.

«Per tutta la vita [Dio] mi ha guidato e anche viziato. Mi ha dato un bel cammino e ha messo al mio fianco molte persone, che mi hanno istruito e sostenuto e hanno avuto bisogno di me. Così mi sono sentito sempre più amato e accettato da Dio»: ci tornavano alla mente queste parole di Carlo Maria Martini mentre leggevamo le pagine de Gli adolescenti mi hanno salvato. Diventare adulti educando i giovanissimi (Milano, San Paolo, 2019), l'ultimo libro di Gilberto Borghi, pedagogista, teologo e insegnante di religione, poiché in esso l'autore ripercorre con lealtà il suo 'cammino dell'uomo': dal naufragio - di ieri - all'invocazione - di oggi.

Le parole di Borghi hanno anche l'eco de Le confessioni di Sant'Agostino; infatti, come ci si stupisce che il vescovo africano, appena ricoperto tale ruolo, scelga di confidare in pubblico chi era stato senza tralasciare nessuno dei propri lati oscuri, così analogo stupore potrebbe sorgere nel lettore quando vedrà il professor Borghi mettersi a nudo, ma con grande pudore, nelle proprie radici familiari, nei dubbi lavorativi attraversati, nelle storie d'amore vissute, nei suoi conti in sospeso con Dio. Decisivo, però, affinché lo stupore permanga, è che l'avanzare della lettura, tra i vicoli e i bivi di questa avventura umana e spirituale, avvenga con la stessa tenerezza impiegata dall'autore.

Il fil rouge del percorso di Borghi è - non a caso - un grande canto alla libertà, conquistata più per grazia che per sforzo di volontà: un giovane-adulto 'irrigidito', che a causa della formazione ricevuta in famiglia e in seminario vede «nel rispetto della legge etica il compimento del rapporto con Dio», si trova a dover fare i conti con i propri attacchi di panico e un'inquietudine a volte rabbiosa, perché si imbatte in 'specchi' che non fanno sconti: sono gli adolescenti che il giovane insegnante incontra ogni mattina in classe e che mostrano un crescente disinteresse per un modo dottrinario e conflittuale di 'trasmettere il contenuto'. Gli adolescenti non barano: esigono umanità autentica e non sopportano maschere.

Di conseguenza, il professore ha di fronte a sé due strade: continuare a 'resistere' con un disagio sempre maggiore, oppure scendere nel suo 'porto sepolto' e sciogliere gli ormeggi del proprio rapporto con i genitori, con la corporeità, con i desideri, finanche con quel Dio creduto giudice severo e mero regolatore degli impulsi peccaminosi della natura umana. La seconda via è quella intrapresa. Poteva reggersi, infatti, una fede basata sul merito di fronte alle provocazioni che la vita pulsante nei giovani studenti fa risuonare senza sosta nelle aule?

Borghi nel libro ripercorre tutte le fermate, le soste, gli avanzamenti che ha vissuto: dalla psicoterapia alla laurea in filosofia, dalle difficoltà nelle relazioni affettive alla decisione di 'prendersi una pausa con Dio', fino a giungere ad uno snodo: presentarsi agli studenti senza infingimenti: «avrei solamente dovuto essere sincero con loro, raccontando me stesso». Non prima, però, di essere passato per una tanto simbolica quanto reale 'morte del padre'. Le due pagine che narrano l'addio di Gilberto Borghi al suo babbo e il seguente pianto liberatorio toccano il lettore in profondità.

Tale decisione, vissuta come liberazione di una profonda energia, porta frutto. Di fronte ad un adulto che sa entrare in relazione con il loro mistero a partire da un sorriso comprensivo, i ragazzi piano piano si aprono al confronto e alla cooperazione didattica con il professore, che si mette a sua volta 'a scuola dagli studenti', ma senza che venga persa l'asimmetria che caratterizza ogni relazione educativa: «convinto che un senso alla vita ci fosse [...], forse, sapevo un po' meglio di loro come si cammina e quali sono le cose da annusare per non perdere la strada». Da qui la nascita di un accompagnamento capace di evitare ogni «dipendenza relazionale», puntando invece sullo sviluppo di una vera libertà responsabile.

Sorge così la scelta di approfondire i propri studi in pedagogia, in una progressiva maturazione umana, professionale e culturale che gli permette di scorgere tutte le potenzialità e tutti i limiti della realtà scolastica: in questo regno della forma, si domanda Borghi, chi osa un apostolato dell'orecchio nei confronti del ragazzo che ha perso la fede, o della ragazza che ha vissuto il lutto?

Nel tentativo di strutturare una nuova metodologia didattica e un nuovo sguardo su di sé e sul mondo, si fa nuovamente - e gradualmente - strada Dio, ma in una veste più evangelica: «non più il carabiniere e il giudice ma il padre sorridente, che mi guardava con benevolenza e allegria». Ne deriva una nuova grammatica spirituale, non più solo razionale, ma anche emozionale e corporea - una grammatica integrale: «Gioia, dolcezza e pienezza di vita erano le emozioni che si accompagnavano in me quando sentivo la presenza di Dio», perché Egli «cercava la mia felicità più di quanto io stesso riuscissi a fare per me».

Giunti a questo culmine, la seconda sezione del libro vuole testimoniare il modo in cui gli studenti diventano 'scuola di vita'. Ecco, quindi, una ventina di storie reali che sono un periscopio nel mare degli adolescenti di oggi e che rivelano come essere un insegnante che ha imparato a «togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell'altro» [EG 169]. Storie di vita teologiche, poiché nel dià-logos esperienziale con gli studenti si chiarifica la centralità per la fede odierna di alcuni snodi concettuali relativi a Dio ('madre', 'santo', 'bello', 'innamorato', 'kenotico'). Storie di vita salvifiche perché, professa Gilberto Borghi nel suo piccolo credo, «il sacramento essenziale che mi è stato concesso di vivere sono stati proprio loro, i miei studenti. Mi hanno salvato loro». E, grazie a loro, c'è un seme cristologico che cresce: «Attraverso i miei studenti quello strano signore di nome Gesù lavorava. Silenzioso, umile e discreto».

Una vita adulta, tante vite in crescita, tutte in perenne cammino, e lo sguardo buono di Dio, che rialza e cura, fino a spargere il dono della riconoscenza eucaristica per le ferite e le gioie vissute, per la consapevolezza di essere infine al proprio posto nel mondo. Perché, davvero, Dio prepara misteriosamente «un bel cammino» per ognuno. Ed è una benedizione scoprirlo, ma anche incontrare chi ce lo fa scoprire.

 

 

07/07/2019 18:14 MariaTeresa PontaraPederiva
Per quello che conta il mio giudizio, il libro di Gilberto merita davvero una lettura, attenta e non superficiale. È la testimonianza di vita vissuta, di un amico, un docente, un teologo che non se la tira ..
Buona lettura a tutti!



05/07/2019 14:47 Pietro Buttiglione
Un guiderdone e un viatico per le vacanze:
https://www.youtube.com/watch?v=HofYnHB-iDw&feature=push-u-sub&attr_tag=HAIvbUUW6BDUoz_u%3A6

Proprio come Gilberto ...



04/07/2019 08:14 Pietro Buttiglione
Lasciami aggiungere un giudizio personale sugli strizzacervelli ( fuori da effetti "Anna"..)
Servono a quasi niente.



03/07/2019 20:48 gilberto borghi
Grazie Pietro. Hai colto l'essenziale. Un abbraccio


02/07/2019 17:45 Pietro Buttiglione
Arrivato con Amazon a 1/2 GG.
Letto ( salvo Alla scuola...).
Saranno almeno 40 anni che nn leggo libri del genere, romanzi inclusi.
Ma affetto e curiosità mi hanno spinto.
Che dire? Di fronte al nous, al ❤️ di una Persona si dovrebbe solo tacere, in contemplazione.
Mi limito a una sintesi, come aiuto a capire Gilberto:
Il cammino alla ricerca di se stesso.
# A partire da una profonda INSICUREZZA RELAZIONALE. (( Basterebbe qs x capire il tuo punto di arrivo con gli studenti, matchando la loro..)
# Poi ti liberi dalle schiavitù, anche di quel dio .. IO sono IO!!
# Anche qui il cammino interiore (la tua vita è tutto un cammino interiore..) ti porta ad accettare tutto te stesso, nel bene e nel male, a conquistare la tua libertà.
# a qs punto puoi riconciliare te stesso&Dio ( pag.167)
PS partecipo quella tua domanda :
Ma chi cavolo sono poi io xchè Lui mi sia stato sempre così vicino?? Boh..



30/06/2019 15:23 Sara
" Ecco, io credo invece che se succede in un certo modo, se siamo in un posto anziché in un altro, ci sia un senso e uno scopo, e che magari proprio quel ruolo o quella persona che ci fa soffrire, in fondo possa insegnarci qualcosa di noi..non so, io non credo al caso, credo che tutto ma proprio tutto abbia un senso, e che è questa consapevolezza che in fondo possa renderci felici, cioè sapere che c'è un fine anche se ci sembra di non scorgerlo, e lasciarsi andare fiduciosi di essere guidati e che sia giusto così. "

Di questo sono convinta anche io specie negli ultimi anni che sono stati davvero difficili.

nel mio rapporto con Dio più che a un generico sentimentalismo mi sento vicina a Giacobbe, poichè sono davvero dura di cervice e non abbasso mai lo sguardo quando mi succede qualche cosa penso: "Ecco Dio che mi da una toccata al femore".

E lo dico con affetto, davvero...



30/06/2019 14:35 Paola
Ad esempio, quando dico di fidarsi della vita, intendo che a volte quello che causa il nostro stato d'ansia o di vera depressione, è il pensare che il posto che occupiamo nella vita, o le esperienze che capitano, non siano adatte a noi, che siano ingiuste, ecc. Ecco, io credo invece che se succede in un certo modo, se siamo in un posto anziché in un altro, ci sia un senso e uno scopo, e che magari proprio quel ruolo o quella persona che ci fa soffrire, in fondo possa insegnarci qualcosa di noi..non so, io non credo al caso, credo che tutto ma proprio tutto abbia un senso, e che è questa consapevolezza che in fondo possa renderci felici, cioè sapere che c'è un fine anche se ci sembra di non scorgerlo, e lasciarsi andare fiduciosi di essere guidati e che sia giusto così.
Lo dico per esperienza, mi sono accorta nella mia vita di avere imparato di più proprio dalle mie sofferenze, e se sono quella che sono, anche in quel poco di buono che ho, e guardo ai miei dolori, ora che sono passati, vedo che mi hanno forgiata, certo sono rimasta una persona ansiosa e temo di soffrire, e mi dimentico troppo spesso quello che ho appena detto, ma credo che questa sia un po' la verità. .



30/06/2019 14:10 Paola
Sì, essere felici è difficile, forse impossibile, ma forse non è nemmeno lo scopo: non dico che sia meglio la depressione, ma quando ci si sveglia si fa sempre un po' fatica, in fondo è il prezzo da pagare per essersi mossi dal torpore..., forse però, consapevoli di questo, dobbiamo imparare a fidarci della Vita, la fede è anche un po' questo credo, ma io sono la prima a non mettere sempre in pratica quel che dico..sigh ! !


30/06/2019 12:40 Sara
Il mio analista verso la fine (mi sposavo e andavo via dovevo interrompere per forza) disse che anche la depressione è una confort zone: è brutta però la conosci ed è meglio di niente, è proprio che essere felici è difficile (Insegnami com'è!) e che il sentiero della leggerezza è stretto nella vita.

Mi ha lasciato come regalo Le Lezioni americane di Calvino:


Leggerezza
Rapidità
Esattezza
Visibilità
Molteplicità

Le più carine quella sulla leggerezza e sulla molteplicità con Gadda che per spiegare la ricetta del risotto si avventura in un labirinto dove ogni chicco di riso apre un mondo a parte.

:-)



30/06/2019 10:24 Paola
L'inquietudine di vivere secondo me è la cartina tornasole che indica che ci stiamo muovendo, che non siamo immobili ma cerchiamo di capire chi siamo veramente, e a volte capita, se scaviamo bene a fondo, di avere paura di ciò che troviamo, perché purtroppo niente è mai come appare in superficie, e noi non facciamo eccezione.
Credo però che questo sia il destino di chi è in cammino, questo non vuol dire che dobbiamo passare la vita in psicanalisi o in tormento, ma il turbamento è la strada privilegiata per andare "al di là " delle apparenze, perché chi non lascia un po' di certezze e non molla la presa non può scoprire cosa c'è dietro la facciata, dietro il ruolo che ci siamo costruiti per il mondo, ma che non ci appartiene fino in fondo, e non dà contezza di tutto il nostro essere.. Credo sia il prezzo da pagare per il libero arbitrio, dobbiamo scegliere, e per farlo dobbiamo percorrere le vie, anche le più impervie; se non conosco il buio, non apprezzero' mai la luce, l'importante è però credere in quella Luce, sapere che abita dentro di noi, e ci appartiene come noi le apparteniamo, ma forse per riuscire a sentirla bisogna andare all'essenza, essere in definitiva semplici, e per esserlo, bisogna eliminare tutto quello che non ci riguarda veramente, ma che distoglie solo l'attenzione, quando rimaniamo scoperti fa un po' male, certo, ma l'importante è accettarlo e non averne paura, perché quando succede in fondo significa che siamo più vicini alla strada di casa, e dobbiamo provarne gioia...



29/06/2019 19:03 P B
1)Dubito che si possa ridurre GIL a soggetto x strizzac.
2) in ogni caso eviterei di trattare VN come area x discutere di psico_pratiche che imo hanno anche fatto il loro tempo.
3) io personalmente rifuggo da testi imbottiti di paroloni.. tipo quello citato e tanta 'teologia''
Quindi .



29/06/2019 19:02 Sara
Insegnami com'è, insegnami com'è
Insegnamelo
Insegnami com'è, insegnami com'è
Insegnami com'è, insegnami com'è
Insegnamelo
Insegnami com'è, insegnami com'è
Insegnami com'è, insegnami com'è
Insegnamelo
Insegnami com'è, insegnami com'è
Insegnami com'è, insegnami com'è
Insegnamelo
Insegnami com'è, insegnami com'è



Io lo adoro Achille Lauro.

https://www.youtube.com/watch?v=GDuTM0EWru8


Buona Domenica a tutti.


:-)



29/06/2019 18:48 Sara
"Se le tecniche analitiche si aggiornano, non vi è dubbio che le forme patologiche cambino con il mutare della società. «L’ analisi – spiega Medri – è la terapia elettiva per le nevrosi nelle sue varie espressioni: fobie, ossessioni, ansia, depressione, difficoltà relazionali di ogni genere, impotenza, frigidità, psicosomatosi… Ma la patologia di oggi si presenta in larga misura sotto altre forme, decisamente più gravi. Si tratta di disturbi identitari, di grandiosità narcisistica, di scarso controllo degli impulsi, di difficoltà nel reggere la frustrazione e venire a patti con i propri limiti, di perversioni, di dipendenza da sostanze, di disturbi alimentari. Inoltre, mentre una volta l’ analisi era l’ unica terapia disponibile ora ve ne sono molte altre che per giunta promettono la “guarigione” in tempi molto più rapidi e quindi a prezzi più convenienti, la terapia cognitivo comportamentale, gestaltica, sistemica e tante altre, per non parlare della terapia farmacologica».
L’ osservazione clinica va di pari passo con le spiegazioni culturali: «La psicoanalisi – dice Medri – ha perso la sua carica eversiva che le conferiva grande fascino nei confronti dei modelli sessuofobici del passato. Anzi, funziona come un freno verso una sessualità oggi troppo trasgressiva. La nostra poi è diventata la società del narcisismo, basato sul successo e sul consenso. L’ analisi richiede invece la messa in mora del riscontro sul piano sociale, pone il progetto per la conoscenza di se stessi al centro dell’ attenzione, proprio quel che il narcisista non sa fare. Per non parlare dei modelli oggi vincenti rispetto a quelli analitici: l’ azione al posto della riflessione, l’ informazione al posto dell’ approfondimento, il futuro al posto del passato, il tutto e subito al posto dell’ impegno nel tempo. Infine, il mondo oggi è costruito dalla tecnologia. Il terreno della psicoanalisi è quello del sogno, delle emozioni, delle fantasie; che cosa ci sta a fare vicino a un computer?».



http://lanostrastoria.corriere.it/2011/03/24/perche_sdraiarsi_sul_lettino_d/

Mi è venuta nostalgia oggi di quel periodo lì, in cui ci si poteva permettere il lusso di indagare le sfumature mentre oggi ci si sente sballottati come una pallina da flipper tra un litigio e un altro.

Sigh sob....



28/06/2019 10:41 Ari
Leggerò sicuramente questo libro che mi incuriosisce.
Grazie per la bella presentazione.



28/06/2019 02:58 Sara
Di attacchi di panico ne soffro anche io: 9 anni di psicoterapia e uno di psicanalisi 3 volte a settimana sdraiata sul lettino come nei film di woody Allen.

Quello che ho imparato è che sono fatta così e chi se ne frega, pure del panico e dell'ansia, è il prezzo da pagare per essere un filo più curiosa del solito.

A mio figlio dico sempre però che io sono io e lui è lui, non mi piace entri troppo nei miei casini, trovo molto utile separare le cose e cercare di non proiettare su di lui il mio vissuto.

Non so se ci riesco ma perlomeno ci provo....



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