Nella letteratura
L'amore consiste nell'essere reciprocamente necessari
di Sergio Di Benedetto | 09 giugno 2019
La Pentecoste con le parole di Italo Calvino: «E pensò: ecco, questo modo d'essere è l'amore. E poi: l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo»

C'è uno scambio d'amore al centro della pagina di Vangelo di questa Pentecoste, ed è uno scambio tra l'uomo e il Padre: «Se uno mi ama», «il Padre mio lo amerà», a cui segue una promessa: «prenderemo dimora presso di lui». Sono parole di rassicurazione: il reciproco amore tra Dio e l'uomo garantisce la presenza (donata) di Dio nella vita dell'uomo. È un «prendere dimora» che vince solitudini e angosce: la dimora, l'abitare rimandano allo stare insieme. L'uomo e Dio possono stare insieme, possono con-vivere, possono vivere reciprocamente presenti.

Il frutto di questo 'essere insieme' è lo Spirito, il «Consolatore» che insegnerà, ricorderà e abiterà, come presenza del Padre e del Figlio, nella storia dell'uomo.

È un amore di reciproca presenza e necessità che dalla Trinità si irradia sull'uomo, ammesso a questo abbraccio misterioso e gratuito.

L'amore come presenza, l'amore come necessità: lo aveva capito molto bene Italo Calvino, che esplicita la sua immersione nel dolore e nell'amore in quel piccolo prezioso gioiello che è La giornata di uno scrutatore, che racconta la giornata trascorsa da Amerigo Ormea nel Cottolengo di Torino per seguire le votazioni politiche del 1953. Le pagine di Calvino nascono da una esperienza vera che egli fece, come scrutatore appunto, nell'Istituto torinese dedicato ai disabili più gravi. Da lì trasse ispirazione per uno dei suoi libri più sofferti, ma anche più intensi.

In una scena, vedendo un padre contadino che tutte le domeniche arriva in città per passare qualche ora col figlio - gravemente disabile - sbucciandogli delle mandorle, in silenzio, senza all'apparenza alcuno scambio affettivo, scrive Calvino:

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d'ossa e di vene, e le teste chinate per storto - sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto - in modo di continuare a guardarsi con l'angolo dell'occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d'essere è l'amore. E poi: l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Parole scritte da un laico, che andrebbero meditate in modo profondo: l'amore è essere «reciprocamente necessari». Come il Padre e il Figlio e lo Spirito; come l'uomo e Dio, che prende dimora presso la creatura umana, abitando la sua vita. Perché, annota Calvino, «l'umano arriva dove arriva l'amore». È l'amore che apre la pista all'umano, è l'amore che allarga il confine dell'umano.

E cosa è lo Spirito se non l'amore donato di Dio, che allarga lo spazio della nostra umanità? Che può rendere umana la vita donata? E quando questo accade, nelle nostre giornate, sorge l'ora perfetta, l'ora dell'umano vero.

Lo riconosce, nella splendida conclusione del romanzo, lo stesso Calvino;

Un poco di tramonto rosseggiava tra gli edifici tristi. Il sole era già andato ma restava un bagliore dietro il profilo dei tetti e degli spigoli, e apriva nei cortili le prospettive di una città mai vista. Donne nane passavano in cortile spingendo una carriola di fascine. Il carico pesava. Venne un'altra, grande come una gigantessa, e lo spinse, quasi di corsa, e rise, e tutte e due risero. Un'altra, pure grande, venne spazzando, con una scopa di saggina. Una grassa grassa spingeva per le stanghe alte un recipiente-carretto, su ruote di bicicletta, forse per trasportare la minestra. Anche l'ultima città dell'imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l'ora, l'attimo, in cui in ogni città c'è la Città.

In ogni città ci può essere la Città. In ogni vita lo Spirito può prendere dimora e farne la sua Città.

 

 

10/06/2019 11:48 Sergio Di Benedetto
grazie Suor Carmela, e grazie Paola


10/06/2019 10:19 CARMELA
Semplicemente commovente, non emozionante, tanto meno di emozione passeggera si tratterebbe. Ma catturante l'anima e l'anelito profondo del cuore. E se lo spirito 'è disceso e discende' l'anima sale, scendendo ripiena di Lui.E con Lui riconoscere e com-prendere anche l'umanità 'nascosta', come Gesù di cui è detto "1Ecco il mio servo, che io ho scelto... Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia...Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni", Cf Mt 12,15-21,passim. E riandando ai particolari doni dello Spirito Santo, accogliere e invocare il dono della pietà. La pietà quale cifra della propria vita filiale e fraterna, umana e solidale, sapiente e realizzata,cristiana e felice. Grazie.
Sr Carmela



10/06/2019 09:17 Paola
In fondo Dio entra nel mondo anche attraverso di noi, e le nostre braccia sono un po' le Sue, questo ci dà una grande responsabilità, ma al contempo dona un senso alla nostra vita, che se si lascia guidare dallo Spirito, uniformandosi ad Esso, mettendosi in ascolto, e facendogli spazio affinché possa esprimersi, può diventare strumento di Dio, in uno scambio continuo, come in una vera storia d'amore, dove si diventa reciprocamente necessari..


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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