Far politica nelle realtà ecclesiali?
di Marco Pappalardo | 07 giugno 2019
Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare) per il 'quanto basta' ma per capire e scoprire, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l'ansia pastorale per il bene comune

Sulla vicenda della docente di Palermo, sospesa per diversi giorni per l'accostamento che alcuni suoi alunni avevano fatto tra le "leggi razziali" e il "decreto sicurezza", avevo scritto un articolo per un quotidiano sul 'fare o meno politica a scuola'. Qualche giorno fa, in occasione della presentazione di due miei libri in una parrocchia, una signora si avvicina alla fine per ringraziarmi e mi mostra la pagina con il mio articolo, chiedendomi quando ne avrei scritto uno sul 'fare o meno politica nelle realtà ecclesiali'. Oggi, più ci rifletto più mi vengono in mente gli stessi concetti applicati alla scuola e quindi provo a convertirli ecclesialmente.

Innanzitutto è giusto o sbagliato? La politica che deve restare fuori è quella partitica - quella della militanza di destra, centro, sinistra, con i relativi estremi di qua o di là, tranne che non si dibatta sulla cronaca, a partire dai giornali, da un evento particolarmente significativo, e sempre mostrando tutte le sfaccettature. Non si può e non si dovrebbe fare a meno, invece, della politica come 'ricerca del bene comune' o come 'la più alta forma di carità'. In tal senso, parrocchie, oratori, movimenti e associazioni sono state in passato un laboratorio politico e di politica, palestre in cui imparare nella libertà e con responsabilità ad essere "onesti cittadini e buoni cristiani", costruttori della società! Di questo abbiamo tanto bisogno e forse tante realtà con tale prospettiva dovrebbero ritornare in campo un po' dovunque.

Scrivendo sulla scuola, ho affermato - per quanti vogliono al contrario una totale asetticità e distanza dalla politica nelle classi - di non dimenticarsi che ci sono pagine e pagine di Storia dedicate, capitoli di Geografia, ore di Cittadinanza e Costituzione, dibattiti e teorie della Filosofia. E come parlare di Dante senza toccare il tema politico? Come trattare Machiavelli, Foscolo, Alfieri, Manzoni? E andando indietro, possiamo forse eliminare tutte le tragedie greche sul tema o alcune commedie di Aristofane? Oppure c'è modo di conoscere davvero Cicerone senza?

Scrivendo, ora, sulla Chiesa direi che alcuni degli Autori citati calzano perfettamente, ai quali è bene aggiungere la sfera della santità citando tra i nomi Tommaso Moro, Giorgio La Pira, Alberto Marvelli, Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, ma ci sono anche tanti re e regine dei secoli precedenti, molti "santi sociali"; è che dire dei papi come capi di stato, dei vescovi che hanno risposto a tutte le necessità della gente e dei parroci che in varie piccole realtà sono considerati più del sindaco. Certo, è vero che in diverse situazioni alcuni politici, formati in contesti ecclesiali, hanno sfruttato l'appartenenza per fini propri e di potere, nonché travisato gli insegnamenti, e persino tradito il Vangelo; ciò non vuol dire che non ci sia speranza, che è meglio non parlarne nei gruppi ecclesiali, che la politica resti fuori dagli oratori, che la Dottrina della Chiesa in tal senso si fermi ai convegni per gli addetti ai lavori o agli uffici di curia.

Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare!) per il 'quanto basta', per la 'meno peggio', per il 'politically correct', per sopravvivere e prendersi un pezzo di carta, bensì per capire e scoprire, per discernere e giudicare, per comprendere e desiderare di saperne di più, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l'ansia pastorale per il bene comune, a testimoniare l'impegno per la cura del creato e della società, a scommettere sin dalla catechesi sulla formazione di "credenti credibili", a mostrare la passione per il servizio responsabile nei confronti di ogni povertà. Tutto ciò è una scelta comunitaria oltre che personale, un'opzione pastorale fondamentale non secondaria, un altro modo di pregare e di servire il Vangelo.

 

 

12/06/2019 11:58 mario chiaro
Sono d'accordo!Ilpunto, per quanto riguarda la compagine ecclesiale è dato dal blocco clericale (membri dell'ordine sacro e laicato). C'è sempre la voglia di controllare i credenti con la scusa che parlando di politica si minerebbe l'unità comunitaria. L'unità non c'è perchè il silenzio copre e cova le singole propensioni politiche: esperimenti fatti in singole comunità ecclesiali confermano invece che osare la discussione sociale a confronto col Vangelo è quanto di più salutare per una crescita inclusiva e democratica


11/06/2019 10:43 Francesca Vittoria
Il tema è interessante a essere proposto. Mi interessa tutto quanto avviene nella società, si chiama politica? Bene, ma credo questa possa essere nobile e anche di altri livelli; per esempio ieri è stato citato Enrico Berlinguer, altri sono De Gasperi, e altri nomi a definire la loro politica nobile per gli ideali che la significavano. Oggi, sembra si sia snaturata l'essenza, il significato della parola, le decisioni, gli atti sembrano venire da personali intendimenti, riferiti a sconosciuti interessi, che nulla viene interpretato come rispondente all'effettivo benecomune, risposta ai reali problemi, tanto che perfino talk show si discute più delle intese o critiche reciproche dei governanti che della cosa pubblica, ripetendo ormai la lista delle cose che si propongono, sempre la stessa. Ma la causa di tutto questo sono le scelte che con un voto il cittadino indica, scelte basate su una fiducia di chi ha promesso e che magari colgono le aspettative di certa popolazione, ma a realizzarle ? Dipende dalle capacità, dalla saggezza, dai nobili intendimenti. Su questa realtà manifesta, del nostro Paesein panne, credo sia importante essere preparati, arrivare a dare il proprio consenso a ragion veduta. Credo pertanto, che sia intelligente discutere di ciò che è oggetto di benecomune in ogni ambito dove ci si trova insieme, proprio perché è una cosa che riguarda tutti le decisioni prese da chi è deputato a governare, riguarda la nostra vita quotidiana, i nostri problemi, quindi averne discusso prima con scambi di vedute anche diverse e utile a sentirci stimolati anche da buona comprensione verso i problemi di altri, la nobiltà di Fini da raggiungere filtrata dai buoni sentimenti. Quindi approvo quella insegnante e tutti coloro che colgono nel loro ambito, o fanno spazio anche a riflessioni su quanto nel quotidiano accade, una cultura che serve alla nostra libertà quando questa viene interpellata su "cosa è bene per il Paese, e non soltanto per soddisfare iscritti a partiti e scontentare altri. Questo non è raggiungere il "benecomune"; quindi in ambito ecclesiale senz'altro sarebbe da far cultura, non di parte, destra/sinistra, ma conoscere ognuno il punto di vista degli altri, ad arricchire la propria visione dei problemi. Del resto un esempio lo abbiamo, il Santo Padre, fa politica, eccome, e guai se non lo facesse parla sempre e sollecita la partecipazione al benecomune, ovvio che fa scuola di quello che ha insegnato Cristo, anche lui nelle parabole ha definito cosa è bene e cosa è male, questo è anche far politica.cosi come dagli scritti di. Filosofi, letterati tutti si sono battuti per delle finalità che coinvolgono l'umanità a vivere insieme in armonia di intenti contro chi invece intende sopraffare, imporre, asservire, anche sacrificando vite umane, che soccombono incolpevoli, innocenti e avvengono per questo carneficine che nulla hanno di umano. Personalmente ritengo importantissimo il discutere i fatti comuni che accadono nel quotidiano, salienti del giorno anche se internazionali, una cultura che prepara a discernere e a essere cittadini consci nel dare il proprio consenso a interesse del Paese, oggi anche chiamato al dialogo con altri in Comunità di finalità
Francesca Vittoria



10/06/2019 10:00 Teresa Benedini
Ringrazio e concordo pienamente con quanto esposto. Oso dire: meglio tardi che mai ! Sì, perchè se è vero ( come è vero ) che il 50% dei preti vota Lega ....non solo trovo utile si parli di Bene Comune nelle istituzioni ecclesiali, ma lo ritengo un tema strettamente urgente , sia per i preti , sia per chi frequenta le realtà ecclesiali.

Visto che nessuno è obbligato a frequentare le realtà ecclesiali , nè tantomeno è obbligato a dirsi cristiano.....facciamo in modo che chi sceglie questa strada non sia " schizofrenico ". Non diamo scandalo a nessuno !!!



07/06/2019 11:34 Dario Busolini
Concordo con quanto scritto nell'articolo, anche se a mio parere andrebbe precisato che non tutte le realtà ecclesiali sono uguali ed hanno le stesse potenzialità, specialmente per esprimere forme di impegno politico, e non tutte le forme di carità sono uguali e si esercitano allo stesso modo, soprattutto la "più alta" di esse. Mi spiego con un esempio, in parte frutto di esperienze personali: un giovane che senta in sé il desiderio di impegnare un po' del suo tempo per il bene del prossimo e si presenti in una parrocchia, in un'associazione o in un movimento cattolico potrà facilmente essere indirizzato al gruppo Caritas, a quello del volontariato, degli anziani o ad uno qualsiasi e fare immediatamente, con impegno e fatica ma anche con una certa gratificazione, ciò che desidera. Ma lo stesso giovane che, magari proprio a seguito del suo impegno sociale, maturi un desiderio di impegno a livello politico, dove lo mandi concretamente? A qualche corso di formazione, e va bene, ma poi, una volta che prende la tessera di un partito e comincia a frequentarne una sezione, cosa potrà fare? Si troverà di fronte ad equilibri di potere più o meno consolidati, a personaggi che rappresentano un certo numero di elettori e di iscritti e si dividono tra loro le candidature e difficilmente troverà uno spazio immediato di azione. Dovrà accettare delle logiche di schieramento, quando non fare il portaborse di qualcuno, altrimenti sarà sempre isolato, non rappresenterà altri che sé stesso e la sua vocazione politica avrà per forza di cose vita breve. Purtroppo, mentre la carità in generale richiede solo buona volontà personale, quella politica ha anche bisogno di numeri. Perciò riesce meglio a quei cattolici che non rappresentano solo sé stessi ma portano in dote al partito l'appoggio di un movimento, di un'associazione, di una realtà numericamente pesante. Un conto è "parlare di politica", cosa che è giusto si faccia a scuola come in tutti gli ambiti sociali compresi quelli ecclesiali, un altro conto è "fare politica", che richiede spazi e condizioni determinate, doti non comuni (quando fatta in nome della carità, beninteso) e anche qualche "dote" di tipo materiale.


07/06/2019 09:27 pit Bum
X mia deformazione mentale distinguo sempre tra IN&OUT, tra Chiesa e società.
Quanto scrivi vale tantissimo x l'IN, a partire dalla catechesi, che ha sete di aria nuova.
Non possiamo applicare o sperare di avere qualche risultato vs l'OUT, X 2 motivi;
1) siamo troppo marginali
2) col passato che ci ritroviamo siamo poco credibili ( ma anche x molti "presenti"😎
PS Fa eccezione Papa Francesco, xchè è credUTO, xchè parla semplice ( te che scrivi sai cosa intendo!)' perché parla dei destini dell'uomo.



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Marco Pappalardo

Marco Pappalardo, classe 1976, giornalista pubblicista di Catania e docente di Lettere. Collabora con Avvenire, con il quotidiano La Sicilia per il quale cura la rubrica "Diario di Prof", per il mensile Mondo Erre, per siti che si occupano del mondo adolescenziale, giovanile e della scuola. Già membro della Consulta Nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI, è impegnato nella diocesi etnea in vario modo e da anni nel mondo dell'educazione attraverso l'oratorio; tra le esperienze di volontariato quotidiano, condiviso con colleghi, amici, alunni ed ex-alunni, ci anche sono la cura e il servizio agli immigrati, ai senza dimora e alle famiglie disagiate. Scrive per la Libreria Editrice Vaticana, la Elledici, l'Effatà, Il pozzo di Giacobbe, per la San Paolo con cui ha pubblicato un nuovo libro dal titolo "Nelle Terre dell'Educazione".

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