Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà
di Sergio Di Benedetto | 15 maggio 2019
Riflessioni poste come premessa per cercare di raccogliere le idee in vista di qualche reale passo in avanti nel nuovo libro di don Giuliano Zanchi

Ci sono libri che hanno il pregio di sollevare insieme tutti i nodi di un tempo, senza fare confusione e distinguendo ordinatamente i singoli fenomeni, in un'analisi lucida e pacatamente argomentata, evitando di focalizzare l'attenzione solo su un singolo argomento; libri cioè che non fanno sintesi, ma tentano di prepararla, individuando linee di fondo, permanenze e cambiamenti, muovendo da una descrizione veritiera del presente: riflessioni poste come premessa per cercare di raccogliere le idee in vista di qualche reale passo in avanti.

È questo il caso di Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà, l'ultimo libro di don Giuliano Zanchi, edito per Vita e Pensiero; un volume che, appunto, vuole essere una lettura dell'hinc et nunc della Chiesa (italiana) di oggi, continuando quanto fatto dall'autore con il precedente L'arte di accendere la luce (2015). La panoramica è condotta in modo onesto, a tratti delicatamente spietato, come raramente ci è capitato di leggere, senza tralasciare nulla delle grandi volte che reggono le nostre comunità: dalla liturgia alla pastorale, dalla cultura all'arte, dalla morale al ruolo dei credenti, fino alla struttura concreta della vita parrocchiale.

Il perno del ragionare di Zanchi, che poggia su una solida ermeneutica dell'oggi, è ancora una volta il Concilio, rimesso in circolo nelle sue istanze più profonde dal pontificato di Francesco e proprio per questo, quasi paradossalmente, risultato ancora più marcatamente inattuato, ancora di là da generare concretezza per una chiesa che, nelle sue fondamenta, è ancora essenzialmente tridentina. Non a caso, dice l'autore, le critiche a Francesco sono così feroci: attaccare il Papa vuol dire, essenzialmente, «mantenere nella sfera del rimosso quei punti fermi del Vaticano II mai presi veramente in carico, mai condotti a coerenza in una reale traduzione istituzionale» (p. 24). Ma al tempo stesso il calore del dibattito dimostra una ritrovata libertà di parola in seno alla Chiesa, anche trattando con franchezza tematiche scottanti: anche questo, in sostanza, un dono del Vaticano II.

Così, ecco che Zanchi cerca di riprendere quei fili conciliari e rimetterli nel circolo dell'attualità ecclesiale, per comprendere cosa andrebbe tenuto, cosa rivisitato, cosa invece definitamente perso, non toccando più il cuore del messaggio evangelico.

Molti sono i temi affrontati nel libro, a partire dalla liturgia, cuore delle nostre comunità cristiane e oggi, troppo spesso, decaduta a disputa tra spinte in avanti e congelamenti retrò, senza giungere però a una vera ars celebrandi che sappia parlare all'uomo del XXI secolo; lo spettacolo descritto è desolante nella sua verità: banalizzazioni, partecipazione ridotta a mera divisione di compiti tra i pochi presenti, predicazione disincarnata dalla vita, isolamenti estetizzanti, anacronismi, verbosità, aggancio a tempi lontani dai ritmi della modernità. Al contrario, proprio la ricchezza della liturgia saprebbe ancora oggi dire molto all'uomo, a partire da quel senso di itinerario nel tempo che l'anno liturgico offre, radicandosi nell'esperienza cronologica più profonda dell'umano. E forse si potrebbe tentare qualche nuova strada, magari permettendo a laici ben formati la possibilità di predicare?

Alla liturgia si legano anche le riflessioni sull'arte, su cui Zanchi esprime un pessimismo piuttosto netto: vi è nelle comunità una tendenza al ribasso, un «declino estetico» (p. 80) ormai inarrestabile, un'estraneità netta tra arte e Chiesa che solo raramente viene colmata in modo pensato e non folkloristico. Da qui, anche, la denuncia di un'altra grande assente: la cultura. Oggi, in parrocchia, non si fa più cultura; essa è la prima voce a cadere a fronte di qualche difficoltà di bilancio. Manca insomma una vera integrazione della cultura nella pastorale ordinaria, e perfino i professionisti, quando coinvolti, vengono messi nelle condizioni di non usare a pieno le proprie competenze, sia per motivi di costi, sia per un pregiudizio anti-intellettuale, purtroppo radicatosi negli anni. Eppure la cultura è quanto mai necessaria, per poter leggere il tempo in cui il cristiano vive, per poter discernere in modo profondo i movimenti della contemporaneità, per indirizzare il vasto campo della carità, per poter mediare il contenuto evangelico a favore del mondo postmoderno. La cultura, insomma, come necessario strumento per vivere nel mondo senza essere del mondo, ma anche per annunciare in modo credibile e pertinente la Parola.

La Parola appunto, la fonte a cui attingere sempre: la necessità di «mantenere la parola» (titolo del terzo capitolo) deve condurre a ripensare la catechesi, ancora basata sul modello scolastico e che, verso i piccoli, è di una palese inefficacia: «i sacramenti dell'iniziazione cristiana non hanno più la forza di generare cristiani» (p. 85). È questa un'urgenza non più rimandabile, che richiede un coraggioso sguardo su ciò che non va e che implica qualche tentativo in nuove direzioni, a partire da «una iniziazione ai fondamentali della vita da far precedere senza fretta a qualsiasi traguardo sacramentale» (p. 91). Come si intuisce, sullo sfondo rimane la questione antropologica: può la Chiesa rimanere uguale nelle sue strutture e modalità, di fronte a un'antropologia mutata, a una società che ha nuovi dei (il consumo), nuovi bisogni, nuove fragilità, ma anche nuove richieste (implicite) per il cristiano?

Non è quindi più rimandabile una rivisitazione della morale, che è però soprattutto un nuovo modo di presentare la salvezza, sfidando pregiudizi ormai ben radicati: «la sensazione che la vita cristiana abbia finito per intendersi come la spasmodica ricerca di una 'salvezza' che l'uomo deve contendere a Dio sulla base di una giustizia decisa dall'adempimento di pratiche religiose e di norme morali, con speciale puntiglio per quelle legate alla sfera della purità sessuale, appare oggi tutt'altro che immaginaria e ben radicata nell'immagine ormai fissata del senso comune» (p. 30). La pastorale allora non deve arbitrare l'incontro tra Cristo e l'uomo, ma deve favorirlo, «in tutti i modi possibili, senza perdere nessuna occasione» (p. 32). Bisogna però partire da un dato di fatto: vi è una grande e frequente distanza tra «appartenenza cattolica» e «determinazione dei comportamenti», che trova come conseguenza «l'autogestione dei singoli» (p. 177), e quindi un'afasia morale della Chiesa nella sostanza della vita.

È indispensabile prendere atto del mutamento antropologico nella sfera dell'amore, della sessualità e del matrimonio, avanzando con il discernimento pastorale già attuato nelle singole comunità e lasciato, però, alla sensibilità del singolo pastore, per una Chiesa che faccia riscoprire, sulla scorta di papa Francesco, la centralità della misericordia, che non è in contesa con la giustizia. Ad esempio, è forse è il momento di pensare a «specifiche progressioni anche rituali» (p. 94), evitando l'equazione ormai consolidata tra rito del matrimonio e Eucarestia, fermandosi a una liturgia della parola ben celebrata, laddove il cammino della coppia ancora non è maturo per la comprensione del valore eucaristico?

Ma anche, e soprattutto, è il momento di trattare seriamente la questione dei laici, a partire dalle donne, non riducendo il discorso a un 'chi può fare cosa': la riscoperta del sacerdozio universale deve condurre a ripensare il ruolo del ministro ordinato (oggi preso tra eccessive responsabilità, fughe, disorientamenti, creatività personale) e la sua funzione nella comunità, superando la 'corresponsabilità' dei laici, oggi concetto ridotto a etichetta; lo scopo è giungere a una serena e condivisa ripartizione dei ruoli, che sappia integrare in un nuovo modello di parrocchia le diverse vocazioni. E, obbligatorio corollario di tale ragionamento, prendere atto delle assenze; i giovani e, in modo sempre più drammatico, le donne, fino a pochi anni fa 'cinghia di trasmissione' della fede. Come allora riaprire il canale tra Chiesa e donne, stante la mutata identità femminile, che vede nella crisi degli ordini religiosi un chiaro segno?

Ma, ancora, non è rimandabile una rivitalizzazione degli organismi di confronto (consigli pastorali in primis) che nella loro riduttività consultiva sono risultati semplici luoghi di retorica, se va bene, o spariti nel sottobosco dei tanti organismi ecclesiali di nulla efficacia. Potrebbe essere ormai giunto il tempo di dare loro qualche effettivo potere giuridico?

È una chiesa chiamata, oggi, alla profezia, quella auspicata da Zanchi: una Chiesa che sappia proporre nuovamente l'umano nel mondo dell'economia, della politica e del lavoro, che rinnovi l'apertura verso il trascendente, che ricordi quanto il Vangelo sia cammino di umanizzazione, perché Cristo è vero Dio e vero uomo.

Naturalmente, per ricominciare il cammino, cogliendo il bene di quello che c'è, è imprescindibile esercitare il discernimento, a partire dai vescovi, i quali, in futuro, ci si augura sappiano realmente avere quel coraggio e quella profezia che libera e guida, al di là delle paure e delle prudenze eccessive.

In gioco, ancora una volta, è la traducibilità del kerigma per gli uomini con cui il cristiano vive, nella consapevolezza che lo Spirito già abita la storia, che la storia non è maledetta né abbandonata, che lo sguardo di Dio sul mondo permane e salva, al di là del contingente, o meglio, nel contingente.

Bisogna partire ancora, bisogna «distinguere le situazioni in cui, a seconda dei casi, occorre applicare scarti perentori o scelte di gradualità» (p. 238), cercando di avere un criterio di fondo che funga da navigatore.

Un passo alla volta... ma che sia, almeno, un passo...

È un primo passo potrebbe essere leggere Rimessi in viaggio, in questi giorni che ci conducono alla Pentecoste...

 

 

17/05/2019 02:07 Francesca Vittoria
Cambiare, una Chiesa che sappia parlare agli umani di oggi? Secondo me non c'è niente da inventare di nuovo, se non lo spirito con cui si prega, si celebra, si parla, si commenta, si mette in pratica sempre la stessa dottrina cristiana. Se si ritrova quella semplicità di spirito, quella fede e fiducia in quel l'esempio che è stato Cristo, che ha insegnato, non c'è bisogno di tanti corsi, a perfezionarsi o pensare che la Chiesa debba cambiare qualcosa. Una messa può diventare viva e partecipata anche se non c'è il coro classico, quello che si esibisce, ma se si canta anche soltanto l'Agnello di Dio questa preghiera è semplicemente perfetta unificante rivolta è concentrata proprio sulla presenza viva di Cristo, il Santo e il Signore altro inno corale ad esaltare e rendere onore al Dio Altissimo, con qualche altra scelta di preghiera cantata durante la comunione in sintonia con la Parola del giorno, credo che basti non essere stonati, e cantare per anche far sentire un po' del calore che insieme i fedeli si uniscono a incensare la divinità ed esprimere un proprio sentire, un dialogo personale con la divinità. . In quanto a rompere il vuoto che sembra sia irreversibile , cominciare intanto da una messa più curata, con lettori che non vanno all'ambone per proprio piacere, ma a sincerarsi di svolgere quel servizio che significa il fedele non debba uscire di chiesa senza aver capito niente della lettura, e il sacerdote dovrebbe mettere del suo personale a creare non una lectio magistralis ma, imparare da un Maestro quale è il Papà di oggi, il quale sa comunicare pensiero personale, c con quello che la Parabola e le altre letture si intendono vengano compreso dall'ascoltatore. È' questa quella cultura che dovrebbe essere messa in pratica vivendo a prova della verità di cui Cristo ha detto di essere, via,verità, e vita. Certo con la vita che si conduce oggi, usurata così avvitata al tempo degli impegni famigliari, di lavoro , e altro di routine, pregare sembra non trovare spazio , quindi è preghiera anche in quello che facciamo. Forse se fosse possibile, non alle 10 di sera, ma magari in un giorno di domenica, un approfondimento aperto anche a domande circa la Parola nella vita quotidiana, sarebbe anche una opportunità di confronto e dialogo tra persone della comunità. Anche su temi che ci coinvolgono come del ben comune, l'economia e la direzione in cui il potere politico intende portare il Paese, c pareri espressi da più sensibilità possono aiutare a crescere anche come cristiani attivi nella società e anche essere di aiuto a meglio discernere nelle scelte . Tanto si può fare in aiuto anche come cittadini, lavoratori che così ci si sente in un clima di fraternità pur rimanendo e rispettando la personale libertà di scelta e opinione.
Di ciascuno.
Francesca Vittoria



16/05/2019 06:05 Francesca Vittoria
La mostra del libro è stata un successo di visitatori e per questo si sono scoperti tanti piccoli capolavori di nuovi editori, libri che fanno conoscere una letteratura nuova raffinata; la stampa anche di opere pittoriche intercalate a pagine scritte, che diventano una seconda lettura . Una mostra diventa anche evento di incontro tra persone, , c'è da domandarsi se per caso per un invito a maggior cultura non sarebbe utile portare i libri anche sul sagrato di chiese e scuole! Come fanno gli spacciatori di erbe varie, questo per favorire una maggiore inclinazione alla lettura. Si pio obiettare che con l'avvento del cellulare, e a mezzo computer, l'obiettivo è stato già pensato, ma avere un libro tra le mani e diverso, induce più a riflettere, sul pensiero dell'autore, a soffermarsi su una frase, e coadiuvati dalla sensibilità anche l'immaginazione contribuisce a fare memoria come certo pensiero o descrizione si fanno disegno, rappresentazione . Occorre essere disponibili a farsi portatori di libri pro-cultura . Così anche quella del pensiero religioso a renderlo più vicino alla persona, che altrimenti non lo va a cercare. Un Natale io l'ho potuto constatare, che cioè i libri vengono guardati, comperati, se trovati anche nel luogo dove ci si trova a passare. Pigrizia? No, e che ci sono così tante cose prioritarie che manca il tempo per muovere certi passi.
Francesca Vittoria



15/05/2019 10:53 Claudia Caloi
Tema cultura. Qui si è pensato in pratica solo a quella letteraria.
Di cose scritte ce sono tantissime ma capita presso di leggere prolissi papiri infarciti di citazioni messe in corsivo o tra parentesi.

Se uno scrive: Gesù disse: "Io sono la via, la verità e la vita" è proprio necessario aggiungere anche tra parentesi Giovanni 14 come se quella fosse una citazione che non ho mai sentito prima o che io non sono in grado di trovare nel Vangelo in modo autonomo?

C'è in giro anche di molto peggio. Se trovi un testo così: "Come dice papa XYZ virgolette, citazione in corsivo da 10 righe, parentesi, riferimento enciclica ABC o titolo del libro, casa editrice e pagina, seguito da due righe di testo originali dell'autore che dice le stesse cose con parole diverse" il risultato è una cosa più o meno illeggibile dove il contenuto dell'autore è il 15/20% del libro.
Dovremmo annoverare questo prolisso mattoncino quasi tutto copiaincollato nel computo della cultura?

Comunque, la cultura è anche arte. Quella figurativa in quadri e sculture sembra limitarsi alla conservazione di ciò che è stato fatto nel passato senza produrre nulla di pregevole di nuovo.

Ma forse non è un male perché dove stanno cercando di produrre del nuovo per forza è il campo della musica (oddio, musica .. certe cose è difficile chiamarle così)
Basta andare a messa anche solo una volta a nord delle alpi per notare la differenza e capire lo scempio che è stato fatto qui in italia.
Se la musica nella liturgia non viene insegnata a monte ai sacerdoti poi quasi sicuramente questi appiattiranno l'uso della musica alla loro incompetenza nelle parrocchie dove verranno mandati. Ci sono, per fortuna, delle belle eccezioni. Dove magari il sacerdote sa valutare correttamente il suo livello di conoscenza musicale e lascia all'organista di curare la musica nelle celebrazioni e la direzione del coro.
Ma se siamo arrivati ad avere messe dove il prete legge (cioè non canta) anche l'Alleluia e il Santo le radici partono da lontano e dare la colpa al CVII è sbagliato. Ad una sua pessima interpretazione invece sì.



15/05/2019 09:14 Pietro Buttiglione
Non so se dire "Ottimo" ...oppure "Terribile!"
Sicuramente spiega i famosi 200 anni di Martini.. basterebbe prendere coscienza dei Vescovi che ci governano o delle arroccate resistenze a cedere spazi ai laici al grido
" Meglio il nulla che il non-noi!!"

Detto questo focalizzo il tema "cultura".
Dice:
Manca la cultura.. soggiunge:
Quanto mai necessaria.
Sobbalzo...
Ma basta guardare alla produzione culturale nella CC case editrici, giornali e giornaletti ( non letti😭), TV, radio.. ecc
Fin troppa produzione culturale. Fin troppi giornalisti (😂 mi è scappato, scusassero i presenti!)
E allora??
IL vero problema sta tutto nella distanza tra qs tipo di cultura ed il mondo reale, il popolo salviniano e non.. Esiti Ruiniano che ci rovinano tutt'oggi.
Ma se ci riflettiamo bene questo è il sotteso che attraversa TUTTI i temi del libro, Liturgia inclusa.. Un gap che forse tra 200 anni, nuove generazioni..



Commenta *






Versione stampabile
Invia ad un amico
Scrivi a Vino Nuovo





Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
leggi gli articoli »
Ogni opinione espressa in questo sito è responsabilità del singolo autore. www.vinonuovo.it è un blog in cui ci si confronta su temi e problemi dei cattolici oggi in Italia.
Come tale non rappresenta una testata giornalistica e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

Cookies: ai sensi della normativa sulla privacy si informano gli utenti del presente sito che, ai fini di garantire un ottimale funzionamento dello stesso, viene fatto utilizzo di cookies. I cookies sono piccoli file di dati che i siti visitati dall'utente inviano solitamente al suo browser, dove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi agli stessi siti alla successiva visita del medesimo utente. Alcune operazioni non potrebbero essere compiute senza l'uso dei cookies, che in alcuni casi, sono quindi tecnicamente necessari. I cookies utilizzati nel presente sito sono di tipo tecnico ed hanno lo scopo di garantire il corretto funzionamento di alcune aree del sito stesso e di ottimizzare la qualità di navigazione di ciascun utente. Non vengono utilizzati cookies di profilazione.
Web Design www.horizondesign.it