La Pasqua di quelli che non capivano
di Marco Pappalardo | 20 aprile 2019
Noi che rischiamo ancora oggi di vivere il triduo pasquale come se nulla fosse accaduto, abbiamo bisogno di trovarci in Pietro e Giovanni, di rispecchiarci nei loro limiti. Per raggiungere con loro il sepolcro vuoto

Il nostro vantaggio è che sappiamo il finale della storia, cioè che dopo la morte c'è la resurrezione! Di fatto è come conoscere prima con certezza il risultato di un evento sportivo e poter scommettere tutto con la sicurezza della vittoria. Se nel campo delle scommesse non è per niente corretto, eppure chi non punterebbe l'intero patrimonio? E nel campo della fede invece? Che cosa ci limita dal mettere ogni cosa sul piatto?

Il Vangelo della passione e le pagine che precedono, quelle in cui Gesù "spoilera" ai discepoli il finale in tutti i modi senza che essi comprendano, ci racconta di uomini spiazzati ed increduli, sulle difensive e preoccupati, in cammino ma facendo passi indietro, traditori e piangenti. Chi potrebbe biasimarli? In più occasioni fanno persino tenerezza, come quando si addormentano più volte nell'orto degli ulivi nonostante Gesù gli abbia fatto una raccomandazione precisa. Dividono il pane e il vino con lui, fanno di tutto per stare alla sua destra e alla sua sinistra, eppure nel momento culminante troviamo solamente Pietro che assiste a distanza amaramente e Giovanni sotto la croce insieme alle donne; è c'è anche Giuda paradossalmente, vicino e lontano allo stesso tempo, innalzatosi e morto anch'esso!

Di quest'ultimo non possiamo sapere altro, di Pietro e di Giovanni sappiamo che andranno correndo verso il sepolcro dopo l'annunzio di Maria di Magdala; corrono a velocità diverse, sicuramente per l'età e il vigore delle gambe, ma diversi sono sin dall'inizio per il tradimento del primo e la fedeltà del secondo, tanto che quest'ultimo verrà chiamato ormai "il discepolo che Gesù amava". Le parti si invertono davanti al sepolcro: chi arriva per primo, pur amando, si ferma forse per il timore giovanile, mentre chi giunge dopo, pur avendo tradito, passa avanti forse per cercare una consolazione al canto del gallo. "Vedono e credono" tuttavia ritornano a casa!

Insomma, hanno capito o no? Ancora dubbi sul finale più volte annunciato?

In fondo ci consolano questi atteggiamenti dei discepoli, poiché se proprio loro hanno perso di vista il senso della storia pur standoci dentro, figuriamoci noi. Sì, noi che rischiamo ancora oggi di vivere il triduo pasquale come se nulla fosse accaduto, abbiamo bisogno di trovarci in Pietro e Giovanni, di rispecchiarci nei loro limiti. Non può però essere un'autogiustificazione, una via facile per l'accidia! La resurrezione di Cristo e la salvezza che ne deriva non sono una storiella tramandata, bensì fatti ed eventi, memoria e memoriale, "già e non ancora". La liturgia e la vita sono il banco di prova nell'oggi, sono il sepolcro da raggiungere di corsa e l'ingresso da oltrepassare, ma anche il tornare indietro di Maria di Magdala per annunziare con la vita il più bel finale di ogni storia, di tutte quelle mai narrate prima e in futuro.

Per questo nella lavanda di piedi del Giovedì Santo c'è quel chinarsi necessario per servire la solitudine, la debolezza, la malattia, le povertà, i piccoli, la pace; per questo nell'adorazione della Croce del Venerdì Santo ci sono il bacio e la carezza ad ogni crocifisso del nostro tempo, parente, amico, collega, compagno, vicino, migrante, senza dimora, schiavo; per questo c'è il silenzio del Sabato Santo, per uscire dall'egoismo assordante e per ascoltare il sussurro sofferente del creato; per questo c'è la Pasqua, ogni Domenica, dunque ogni settimana, perché ne abbiamo bisogno e ci indica il bisogno del prossimo "qui ed ora"!

 

 

22/04/2019 04:46 Francesca Vittoria
........annunziare un inaspettato, incredibile fatto mai accaduto che cioè era vuota la tomba, eppure era morto, l'avevano tolto dal legno e portato lì è avvolto secondo tradizione. Sì, è vero, lui lo aveva annunciato che sarebbe morto e dopo tre giorni sarebbe ritornato vivo e li avrebbe rivisti , ma un conto è aver ascoltato , altro e viverla questa storia, vedere con i propri occhi, toccare con mano la persona che era morta e poi te la rivedi lì a voler mangiare insieme, apparire a tanti altri poi, entrare e uscire a porte chiuse, apparire e sparire. Sarebbe fantastico anche a noi ai giorni nostri, tanto che davvero è ancora difficile credere a una vita che lo è per sempre come la Sua. ,,, Mancanza di fede? No, gli apostoli erano semplicemente uomini, esseri umani come siamo anche noi oggi a loro somiglianti. Infatti le durezze della vita , lo stato della società nella quale ci troviamo a vivere , ci trova sempre impreparati al crederlo, tesi come siamo ad assicurarci qui un certo benessere, raggiungere uno stare bene magari anche a godere perché no? Ed evitare tutto quello che diventa peso da portare, povertà, malattie incertezze economiche, nostre e di altri, senza contare le scelte sbagliate a rendere insicuri i giorni e poco lieti....Lui ci garantisce che sopportando ognuno la propria croce vedremo e godremo di un finale della nostra storia uguale al Suo, e siccome ci è stato confermato vero, è da crederci di sicuro, e da sentirci consolati quando si affacciano delle difficoltà da superare. Eppure questa certezza di Pasqua di Resurrezione anche per noi, sembra come è stato per gli apostoli, ....incredibile..... La Chesa ci dice che ogni messa,la ripete questa verità, ma si dà il caso che sentiamo il bisogno di sentircelo ripetere in tanti modi diversi, per convincerci di questa verità, di questo finale che ci attende , lieta notizia, perché la realtà che è umana, che viviamo e che per questo ci coinvolge tanto da far sembrare incredibile quella promessa del Dio Gesù Cristo, della anche nostra resurrezione anche di tutta la persona , a godere , perché tutto quanto è stato sopportato, non esisterà più,. Oggi noi dobbiamo crederlo per fede. Si abbiamo bisogno di sentircelo dire al di fuori del servizio liturgico, come è stato per quelle donne a quel tempo.


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Marco Pappalardo

Marco Pappalardo, classe 1976, giornalista pubblicista di Catania e docente di Lettere. Collabora con Avvenire, con il quotidiano La Sicilia per il quale cura la rubrica "Diario di Prof", per il mensile Mondo Erre, per siti che si occupano del mondo adolescenziale, giovanile e della scuola. Già membro della Consulta Nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI, è impegnato nella diocesi etnea in vario modo e da anni nel mondo dell'educazione attraverso l'oratorio; tra le esperienze di volontariato quotidiano, condiviso con colleghi, amici, alunni ed ex-alunni, ci anche sono la cura e il servizio agli immigrati, ai senza dimora e alle famiglie disagiate. Scrive per la Libreria Editrice Vaticana, la Elledici, l'Effatà, Il pozzo di Giacobbe, per la San Paolo con cui ha pubblicato un nuovo libro dal titolo "Nelle Terre dell'Educazione".

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