NO ROGO
Flaubert e la «vita buona» del Vangelo
di Gerolamo Fazzini | 28 febbraio 2011
Da genitore ripenso a un suo brano sul «contatto col grande». E mi chiedo se tante difficoltà nell'educare non nascano proprio dall'aver abbassato tropoo l'asticella

Si dibatte molto in queste settimane (vedi Internazionale, Corriere della Sera, Espresso...) sul tema della "severità" nell'educazione che i genitori devono o no impartire ai figli. Lo spunto è un articolo uscito negli Stati Uniti, "Il ruggito della mamma tigre", scritto da una docente di origine cinese ma da anni trapiantata negli Usa, che ha educato le figlie secondo il "modello cinese", un misto di rigore, autorità/autoritarismo e affetto.

Prendo spunto da qui per allargare il discorso e, spero, provare ad andare un po' più in profondità. La questione in gioco è l'emergenza educativa, tema che la Chiesa italiana ha scelto come bussola del suo impegno nei prossimi anni.

Lo spunto che vorrei offrire ai naviganti di Vino Nuovo è un brano bellissimo che trovo in "Scritti cristiani" di Mario Pomilio (Rusconi 1979, fuori commercio). Scrive l'autore del "Quinto evangelio" in una lettera alla figlia che si accinge agli esami di maturità: «Vedi, io non so nulla di pedagogia. O meglio, tutta la mia pedagogia si riduce a poche righe, che lessi una volta nell'epistolario di Flaubert e non ho più dimenticate. Riguardano un villaggio di marinai sull'Atlantico dove Flaubert si era recato in visita: "Un brav'uomo di quassù, che è stato sindaco per quarant'anni, mi diceva che in quel lasso di tempo non aveva visto che due condanne per furto nella popolazione, cioè su più di tremila abitanti. Mi pare lampante: i marinai sono d'una pasta diversa... Per che ragione? Credo la si debba attribuire al contatto col grande... (...) L'ideale è come il sole, assorbe tutte le lordure della terra. Si è qualcosa soltanto in virtù dell'elemento che si respira... Credo che se si guardassero sempre i cieli si finirebbe con l'aver le ali"».

Trovo queste righe illuminanti. In seconda liceo ci vennero date come traccia per un tema e da allora non le ho più dimenticate. Oggi che sono papà e il compito educativo mi tocca in maniera più stringente, di tanto in tanto ripenso a quel «contatto col grande» come chiave della proposta educativa che io e mia moglie cerchiamo di condurre. Faticosamente, come tutti.

A me, a noi pare che la sfida educativa di oggi consista proprio in questo: nell'educare al "contatto con il grande", affascinare i ragazzi e i giovani alla "vita buona del Vangelo" con proposte coraggiose, ancorché graduali e misurate all'età dei figli.

Mi domando però se, come Chiesa, condividiamo davvero questo obiettivo. Nella concretezza della quotidianità, intendo, non già nei convegni degli esperti o sulle riviste specializzare. A volte, nel vissuto ecclesiale, mi pare serpeggi uno spirito rinunciatario, che teorizza la necessità di proposte "deboli" ai ragazzi, perché - si dice - "altrimenti non ti seguono". A furia di annacquarla, però, la proposta rischia talora di diventare insapore; abbassando troppo l'asticella, si salta... rasoterra!

Qualche esempio, per capirci.

Complice anche il calo dei sacerdoti (adesso capisco quanto siamo stati fortunati ad avere il "prete dell'oratorio"!), ho la sensazione che le esperienze di volontariato e servizio proposte ai ragazzi in parrocchia si stiano riducendo al lumicino. Ma mi domando: quando mai impareranno il senso del gratuito se nessuno mai glielo mostra nel concreto?

A proposito di oratori: qualcuno ha coniato il neologismo "gioca-tori", forse un po' troppo severo ma che contiene una parte di verità. La sensazione, talvolta, è di proposte fatte con poca credibilità. I ragazzi, su questo, sono implacabili; se annusano che gli adulti non ci credono, non ti vengono dietro. O se lo fanno, è per un interesse immediato (il calcio, la ragazzina...). Ma alla prima occasione, troveranno altre opportunità più interessanti se nel frattempo non sono stati conquistati da qualcosa.

"Volare alto" non significa - intendiamoci - indicare percorsi selettivi ed elitari. Idem vale per gli oratori: una proposta educativa seria non è quella che punta ad averne "pochi ma buoni". Volare alto significa educare i ragazzi a non accontentarsi di proposte banali (bello lo slogan degli oratori milanesi di qualche anno fa: "C'è di più"), ma senza escludere chi fa fatica, chi alle spalle non ha una famiglia solida e via di questo passo.

Giusto perché non sembri una predica ad altri, quando invece si tratta di una riflessione ad alta voce, faccio anch'io, in conclusione, la mia bella autocritica. "Volare alto" costa. Non solo ai ragazzi, ma anche agli educatori. È molto più facile per i genitori cavarsela con un giro da Spizzico o una partita al videogame di moda piuttosto che sottoporre ai figli altre proposte, più valide e impegnative. "Volare alto" implica mettersi in gioco, rischiare con. È il prezzo della credibilità. Del resto, immagino di non essere l'unico convinto che, se facciamo così fatica a proporre la vita buona del Vangelo, è perché i primi a non trasmetterne adeguatamente il fascino siamo proprio noi educatori.

 

 

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Gerolamo Fazzini

Gerolamo Fazzini (Verona 1962) è giornalista, appassionato di temi religiosi ed internazionali. Oggi è consulente di direzione per Credere e Jesus, oltre che editorialista di Avvenire. Fondatore del sito MissionLine.org, è stato per anni direttore editoriale di Mondo e Missione. In passato ha diretto il settimanale Il Resegone, a lungo voce di Lecco, la città dove abita con la moglie e due figli. È autore di alcuni libri, l'ultimo Scritte col sangue. Vita e parole di testimoni della fede del XX e XXI secolo (San Paolo, 2014). 

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