La Via Crucis nella letteratura
di Sergio Di Benedetto | 05 aprile 2019
Questa settimana proviamo a percorrere lasciandoci guidare dalle parole degli scrittori e dei poeti il cammino di Gesù lungo il Calvario

Ci sono calvari che gli scrittori e i poeti del Novecento hanno raccontato con una forza che ce li ha resi straordinariamente vicini. Sono queste loro parole che oggi vogliamo far dialogare con la Parola, in questa Via Crucis che associa sette tra le stazioni tradizionali ad alcune pagine della letteratura. Per provare a leggere in profondità il dolore, il male e il volto di chi lo ha vinto nella sua Passione e Croce.


 

I STAZIONE

GESU' È CONDANNATO A MORTE

 

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

 

Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. (Gv 19,14-16)

 

Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all'attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche fra loro contrastanti: l'elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l'elogio dell'impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape.

(Primo Levi, da Zinco, Il sistema periodico).

 

Quante vite abbiamo crocifisso in nome della purezza? Quante vite abbiamo giudicato e condannato in nome della nostra idea di purezza, che altro non è che paura della complessità, del mutamento e, in sostanza, della vita che procede? Quante vite abbiamo caricato di una pesante croce di pettegolezzo, di maldicenza, di calunnia perché non rientravano nelle nostre rassicuranti morali, nei nostri compiacenti catechismi personali, nelle nostre regole diventate il fine della vita e non più un mezzo per vivere e portare vita?

 

Signore,
donaci una luce che non abbia paura del buio,
uno sguardo che sappia amare il grigio,
un cuore che sappia apprezzare l'impuro che
rende fertile la terra
e torna a far girare il meccanismo della vita.
Perché, lo sappiamo, solo tu sei il puro,
il bianco che vince il nero,
l'acqua che dà vita alla terra.

 

 

II STAZIONE

GESU' CADE SOTTO LA CROCE

 

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

 

Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte. (Is 53, 7-8)

 

Fucilarono i sei ministri alle sei e mezzo del mattino contro il muro d'un ospedale. C'erano pozze d'acqua nel cortile. C'erano foglie morte sul selciato del cortile. Pioveva forte. Le imposte dell'ospedale erano sbarrate e inchiodate. Uno dei sei ministri era malato di tifo. Due soldati lo portarono da basso e poi fuori sotto la pioggia. Cercarono di farlo star in piedi contro il muro, ma si accasciò in una pozza d'acqua. Gli altri cinque stavano molto tranquillamente contro il muro. Finalmente l'ufficiale disse ai soldati che era inutile sforzarsi di tenerlo in piedi. Quando spararono la prima raffica era seduto nell'acqua con la testa sulle ginocchia.

(Ernest Hemingway, Capitolo V, da I quarantanove racconti).

 

Di fronte alla croce, non riusciamo a stare in piedi. Ci sono croci che ci tagliano le gambe, che tolgono ogni energia. Ci sono croci che ci rendono uomini accasciati, uomini a terra.
Ma in quella posizione c'è una dignità: è la dignità di chi sa essere uomo, non eroe disumano; è la dignità di chi riconosce che ogni vita può essere piegata, e che è bene accettarsi nella debolezza, nella paura, nello sconforto.
La dignità... quella che ci rende veramente uomini e che si conserva stando dritti, stando in ginocchio, stando a terra.
Che si conserva anche quando gli altri fanno di tutto per strapparla alla vittima; loro perdono la dignità, non la vittima. Perché anche Cristo è stato gettato a terra, perché era vero uomo.

 

O Signore,
che hai conosciuto la polvere delle strade
sui tuoi piedi e sul tuo viso,
sulle tue ferite e sul tuo corpo,
dona la dignità della vittima
a quanti sono gettati a terra,
ricorda la solidarietà a quanti assistono al triste spettacolo,
rialza corpi e cuori
che hanno assaggiato
l'arsura della polvere.

 

 

III STAZIONE

SIMONE DI CIRENE AIUTA GESU' A PORTARE LA CROCE

 

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

 

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. (Lc 23, 26)

 

ABC

Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B fino all'ultimo non mi abbia perdonato.
Perché C fingesse che fosse tutto apposto.
Che parte avesse D nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F, sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c'ero, lì accanto,
avesse un qualunque significato
per J, per K e per il restante alfabeto.

(Wislawa Szymborska)

 

Siamo persone che vivono in un mondo di persone; siamo esseri aperti alla relazione. E la relazione, spesso, può essere una croce da portare: incomprensioni, aspettative deluse, perdoni mancati, finzioni, ipocrisie, timori, tradimenti. Ma tra tutte le croci, rimane l'esempio di Simone di Cirene: esserci è meglio che non esserci, la presenza vale incomparabilmente di più di ogni assenza. Lì, nell'essere accanto, come dice Wislawa Szymborska, c'è un significato, presente anche quando non è compreso.

 

Signore,
aiutaci a essere accanto all'altro
anche quando non troviamo un significato in quello stare,
anche quando è dimenticata la nostra mano che aiuta,
anche quando il nostro accostarsi è interpretato
come atto di egoismo.
E donaci di vedere il bene di quanti ci stanno accanto,
il dono delle mani che dividono il peso,
l'umiltà di accettare l'aiuto.

 

IV STAZIONE

LA VERONICA ASCIUGA IL VOLTO DI GESÙ

 

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

 

Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

(Is 53, 2-3)

 

"Devo farti una confessione", esordì Ivan, "non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano. [...] Perché si possa amare una persona, è necessario che essa si celi alla vista, perché non appena essa mostrerà il suo viso, l'amore verrà meno".

"Più di una volta, lo starec Zosima ha parlato di questo", osservò Alëša; "ha anche detto che spesso il viso di un uomo, per chi è inesperto in amore, diventa un ostacolo per l'amore. Tuttavia, c'è anche molto amore nell'umanità, amore quasi comparabile a quello di Cristo, questo l'ho visto io stesso, Ivan..."

"Be', io non ne so niente di questo per ora e non posso capire, e, come me, una moltitudine innumerevole di uomini. La questione è se questo è dovuto alle cattive qualità degli uomini o se tale è la loro natura. Secondo me, l'amore di Cristo per gli uomini è una specie di miracolo impossibile sulla terra. Vero è che egli era Dio. Ma noi non siamo dei. Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un'altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un'altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un'onorificenza). [...]. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l'elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile.

(Fëdor. M. Dostoevskij, da Ribellione, I fratelli Karamazov)

 

Guardare il volto del sofferente, stendere un velo di compassione che sappia asciugare il suo dolore: questo è il difficile dell'amore. Perché l'amore esige il contatto, e il contatto costa. Meglio un amore astratto, virtuale, che non ci coinvolga, che non ci chieda di uscire dal nostri fortini ben difesi. Fare un bonifico può andare bene; toccare con mano, invece, richiede la vicinanza. Richiede la condivisione.

 

Signore,
copri le distanze dei nostri piccoli amori,
dona realtà ai nostri pensieri ideali,
immergi di concreto i nostri gesti astratti.
Tu, che sei il Verbo incarnato
che hai dato dignità a ogni carne,
a ogni contatto, a ogni vicinanza.


V STAZIONE

GESU' E LA MADRE

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
perché con la tua santa croce hai redento il mondo

 

Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. (Gv 19,26-27)


Oh Signora, che il tuo santuario
sta sul promontorio, prega per tutti quelli
che sono sulle navi, quelli
che hanno mestiere di pescare,
e quelli intenti a ogni traffico legittimo
e quelli che li guidano.

Ripeti una preghiera anche per le donne
che hanno visto i loro figli o mariti
partire, e non tornare:
Figlia del tuo Figlio,
Regina del Cielo.

Prega anche per quelli che erano sulle navi,
e terminarono il loro viaggio sulla sabbia,
sulle labbra del mare
o nella gola oscura che non li restituirà o dovunque
non può raggiungerli il suono della campana del mare
eterno angelus.

(Thomas S. Eliot, da Quattro Quartetti, I Dry Salvages, IV)

 

Madri che vedono i figli navigare nelle onde della vita, madri che vedono partire e non tornare figli e figlie, madri che soffrono l'assenza dei propri cari, madri che vivono la solitudine, madri abbandonate, madri che sentono il dolore del parto protratto lungo l'arco della vita.
Madri che trovano figli naufragati sulla spiaggia, vittime di violenza, droga, alcol, vittime del mondo, vittime del male, sprofondati nella «gola oscura che non li restituirà».
Tutte queste madri, tutti questi grembi straziati e sempre generatori di vita trovano spazio sotto la croce, accanto alla Madre che canta il suo eterno angelus, il suo perpetuo fiat.

 

O Signore,
che hai vissuto il momento del massimo sconforto
sotto lo sguardo di tua Madre,
dona a chi vive nel dolore e nella solitudine
un madre da guardare o da ricordare,
un figlio da guardare e da custodire,
un volto che dica l'adozione a figlio
e una casa in cui essere presi
gratuitamente, per puro amore.

 

VI STAZIONE

GESU' MUORE IN CROCE

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
perché con la tua santa croce hai redento il mondo

 

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. (Mc 15,33-37)

 

Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare... Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c'è più tempo per ricominciare da zero, e la nostra generazione ne ha prese talmente tante, di cantonate! Ad ogni modo, se Dio benedetto vuole, tu sei così giovane! Tra qualche mese, vedrai, non ti sembrerà neanche vero di essere passato in mezzo a tutto questo.

(Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini)

 

Nel Dio che muore in croce sono raccolte tutte le morti dell'uomo; la morte finale, definitiva, ricapitolazione della vita. E le tante morti che ogni vita porta con sé, che sono preparazione e assaggio, doloroso e misterioso, di quella che tutti attende alla fine del sentiero. Di queste morti ci rimane, forse, la speranza che essa serva a una comprensione più alta. Dobbiamo sempre morire un poco, per trovare un senso e sperimentare una rinascita; lezione difficile, che trova il suo compimento della croce del Calvario: morire dunque, per scorgere e per donare un senso. Salita ardua, scacco della mente e del cuore, buio su tutta la terra, nella speranza del significato che apra alla vita.

 

O Signore,
donaci il coraggio di affrontare le nostre piccole morti quotidiane,
la forza di sopportare le pazienze d'ogni giorno,
la speranza di cogliere un senso
nelle morti che ci fanno rinascere
e nella morte ultima,
estremo passaggio che ci apre a Te.

 

VII STAZIONE

GESU' E' DEPOSTO NEL SEPOLCRO

 

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

 

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù. (Gv 19,41-42)

 

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

(Giuseppe Ungaretti, Sono una creatura, da Il porto sepolto)

 

Abitiamo continuamente giardini e sepolcri; viviamo alla compresenza di morte e di vita. Quando, nel mezzo di una lunga fatica, di un dolore, di una ferita, di una malattia sentiamo di essere così sprofondati da essere pietra... allora siamo nel sepolcro.
Quando il nostro cuore, la nostra mente, i nostri sensi diventano pietra fredda, dura, prosciugata per le troppe lacrime, disanimata... allora siamo nel sepolcro.
Quando la solitudine ci fa spargere lacrime che nessuno vede, che nessuno raccoglie, che nessuno asciuga... allora siamo nel sepolcro.
Lì, viviamo scontando la morte, viviamo portandoci dentro la pietra del sepolcro.
La speranza è che quel sepolcro diventi luogo di passaggio, e che la vita si colmi vivendo, che la morte sia vinta vivendo.
La speranza è che la vita non rimanga una pietra, ma, per grazia, trovi il modo di uscire nel giardino.

 

Signore,
tu che hai fatto esperienza della pietra
dura, fredda, prosciugata,
trasforma i nostri sepolcri in giardini,
spezza la pietra che ci tiene nel buio,
donaci la luce e l'aroma della vita
ricordaci che in ogni vita, accanto a un sepolcro,
ci può essere un giardino a primavera.

 

Per i meriti della Sua Passione e Croce
il Signore ci benedica e ci custodisca. Amen

 

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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