Nella letteratura
La sproporzione per uomini di misura
di Sergio Di Benedetto | 31 marzo 2019
Il primo passo, forse, sarebbe riconoscere che il perdono costa e che noi, da soli, umanamente, non riusciamo a usarlo in modo totale. È la bellissima lezione che Primo Levi offre in «Vanadio»

 

C'è un eccesso di misericordia divina che consola e al tempo stesso scomoda in questa notissima pagina di Vangelo. Il Padre supera il calcolo, va oltre il limite dell'attesa, scardina pure il discorso preventivo del figlio che torna.

Il Dio che Gesù narra è un Dio della sproporzione: a chi è fuggito, sperando nella morte del Padre, offre un abbraccio e una festa, una corsa e un bacio fondati su uno scrutare l'orizzonte con speranza. Niente rimproveri, niente pagamenti.

È una sproporzione che turba il nostro metro di giudizio, la nostra idea di giustizia. Il che può essere felice se siamo noi l'oggetto di quella gratuità senza misura. Ma quando essa investe il peccato dell'altro, l'esagerazione ci sembra ingiustizia, ci pare torto, ci genera risentimento, come accade al fratello che stava nei campi.

E ogni volta, mi pare che sotto le parole del Padre che cerca anche il figlio maggiore si possa sentire quello che il padrone dice agli operai della prima ora: «Sei invidioso perché sono buono?» (Mt 20, 15). È una domanda che coglie nel segno: sì, siamo invidiosi della bontà di Dio quando essa è rivolta all'altro: questo, mi sembra, è il nodo di tante polemiche e incomprensioni nate in questi ultimi anni. Mascheriamo di giustizia, di salvezza, di verità le nostre piccole attese, i nostri torti subiti, le fatiche che abbiamo fatto per mantenere una fedeltà non sempre agevole e non sempre così cercata. Ci siamo rinchiusi in reti di cristallo che ci danno sicurezza, ci fanno sentire migliori; e quando il figlio minore torna a casa dopo aver rotto la rete di cristallo, non sopportiamo il dolce suono della festa.

Qui, davvero, si trova una chiave per leggere tante reazioni all'attuale stagione ecclesiale. Ma il Vangelo ci dice altro: ci racconta di un Padre che mette l'anello al dito, che integra nuovamente il figlio ribelle, che non fa calcoli, che vive secondo la sproporzione di un amore donato. Anche per noi.

Allora, forse, il primo passo richiesto a molti potrebbe essere quello di riconoscere che questa sproporzione ci infastidisce, perché ci svela le nostre obbedienze non libere. Forse, davvero, è il tempo di ammettere che quel perdono non lo sappiamo vivere, che quella misericordia non la sappiamo praticare.

Il primo passo, forse, sarebbe riconoscere che il perdono costa e che noi, da soli, umanamente, non riusciamo a usarlo in modo totale.

È la bellissima lezione che Primo Levi offre in Vanadio, un bellissimo racconto de Il sistema periodico. Qui, casualmente, per motivi di lavoro, Levi racconta di essere entrato in contatto con il dottor Muller, che scopre essere l'ex responsabile del laboratorio chimico di Auschwitz in cui lo scrittore era stato a lavorare come prigioniero. Il racconto si snoda seguendo (con la pacatezza e la lucidità che sono pregio di Levi) l'evoluzione del rapporto tra i due secondo i temi del riconoscimento della colpa, del perdono, della giustizia.

Il dottor Muller tende a fuggire la sua responsabilità personale: «Attribuiva i fatti di Auschwitz all'Uomo, senza differenziare», si legge nel testo. Ma poi si rivela, fa un passo. E chiede un incontro al sopravvissuto alla Shoah.

Che fare? Il personaggio Müller si era "entpuppt", era uscito dalla crisalide, era nitido, a fuoco. Né infame né eroe: filtrata via la retorica e le bugie in buona o in mala fede, rimaneva un esemplare umano tipicamente grigio, uno dei non pochi monocoli nel regno dei ciechi. Mi faceva un onore non meritato attribuendomi la virtù di amare i nemici: no, nonostante i lontani privilegi che mi aveva riserbati, e benché non fosse stato un nemico a rigore di termini, non mi sentivo di amarlo. Non lo amavo, e non desideravo vederlo, eppure provavo una certa misura di rispetto per lui: non è comodo essere monocoli. Non era un ignavo né un sordo né un cinico, non si era adattato, faceva i conti col passato e i conti non gli tornavano bene: cercava di farli tornare, magari barando un poco. Si poteva chiedere molto di più a un ex-Sa?

Ecco, fare i conti con se stessi, «barando un poco»: è spesso il nostro sistema di difesa, per sentirci giustificati.

Levi prosegue con parole che sono di profonda civiltà:

Lo ringraziavo per avermi fatto entrare nel laboratorio; mi dichiaravo pronto a perdonare i nemici, e magari anche ad amarli, ma solo quando mostrino segni certi di pentimento, e cioè quando cessino di essere nemici. Nel caso contrario, del nemico che resta tale, che persevera nella sua volontà di creare sofferenza, è certo che non lo si deve perdonare: si può cercare di recuperarlo, si può (si deve!) discutere con lui, ma è nostro dovere giudicarlo, non perdonarlo. Quanto al giudizio specifico sul suo comportamento, che Müller implicitamente domandava, citavo discretamente due casi a me noti di suoi colleghi tedeschi che nei nostri confronti avevano fatto qualcosa di ben più coraggioso di quanto lui rivendicava. Ammettevo che non tutti nascono eroi, e che un mondo in cui tutti fossero come lui, cioè onesti ed inermi, sarebbe tollerabile, ma questo è un mondo irreale. Nel mondo reale gli armati esistono, costruiscono Auschwitz, e gli onesti ed inermi spianano loro la strada; perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi, ogni uomo, e dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi.

Parole fortissime, scritte da un uomo di grande umanità, pur non credente.

Parole da accostare al Padre misericordioso, che eccede anche la misura umana della misericordia che il sopravvissuto, con sforzo non comune, cerca di offrire.

Un Padre che abbraccia e bacia; un sopravvissuto al Male che offre una mano, con lucidità, disponibilità e coraggio. Senza però superficiali e generiche parole di perdono.

Il perdono implica lo scrutare e l'uscire dalle mura della casa in cui ci troviamo e mettere un anello al dito.

Forse, se già iniziassimo ad avere più coraggio e cessassimo di vedere nemici (soprattutto dove non ci sono, al contrario del dottor Muller per Levi), la smetteremmo anche di dire che la misericordia di questo tempo ecclesiale pregiudica la salvezza.

Veramente il Dio che ci racconta Gesù di Nazareth è il Dio della sproporzione...

 

 

 

03/04/2019 06:44 Francesca Vittoria
Mi dichiaravo pronto a perdonare i nemici e magari anche ad amarli ma solo quando mostrino segni certi di pentimento , quando cessino di essere nemici. ... A me sembra una cosa, che il Perdonare o il Perdono, è' da Dio. Mi viene di pensare che esso è grande quanto l'amore, sproporzionato per un ..uomo...tanto che per essere genitore bisogna essere in due, padre e madre, per così dire, dare anche all'amore un di più. Quando succede di subire torti,alla persona offesa viene chiesto se perdona, come fosse un bicchiere d'acqua da bere anche se non ne hai voglia. Perdonare non è facile per un essere umano, perché la parola giustizia/ingiustizia entra nei sentimenti, le ferite sanguinano, e poi chi ti dice che l'altro veramente è un pentito per sempre, magari non ha Dio per padre, è un poveretto che in quel momento è portato a cambiare, magari per il buon motivo che mangiare ghiande con i porci e contro natura tale che conviene osare di tornare dal padre sperando "di essere " perdonato! Nella parabola non si viene mai a sapere il dopo dell'essere umano. Si sa e si viene a conoscere i sentimenti di un Dio, per confidare in un Lui che ci supera in tutto, come l'universo che noi guardiamo e studiamo rispetto al pianeta dove abitiamo. Primo Levi ha motivo di avanzare anche incertezza, dopo aver esperimentato di quanto peso e il male, tanto è distruttivo quanto è costruttivo il bene. Quindi perdonare richiede tanto tempo, da superare tanti altri sentimenti che sono i torti subiti. Il figlio maggiore, ha anche ragione, non è risentito, secondo me, per l'eccesso di amore, lui ragiona giudicando, e non ha torto circa il comportamento del fratello, ragiona da "fratello", non da genitore, anche il perdonato ragiona come lui, osa sperare che il sentimento del Padre sia superiore a quello che si meriterebbe. Mi viene di ragionare che non siamo dei, ma sull'esempio di un Dio Padre, dovremmo cercare di diventare migliori rispetto alla tendenza naturale.....Non è facile, per questo la risposta a quante volte bisogna perdonare, e il 70 X 7, questo anche a dimostrare la difficoltà a esserne capaci...Il peso, le ferite che la vittima ha subito sono tracce indelebili, là Shoa , lascia muti, annichiliti, ma anche il dolore di chi ha commesso il crimine, se si rende conto deve essere pesante molto da sopportare anche da perdonati. Siamo esseri umani, se superiamo i nostri limiti si diventa migliori o peggiori.....è una scelta . Ma supera la ragione è può la storia volgersi in tragedia, come ciò accade anche in certi fatti riportati oggi, dove il peso si porta solo avendo Cristo che da una mano. Per questo il Padre ci ha mandato Uno che ci fosse Fratello Superiore a noi, da soli, con le nostre forze siamo limitati, in difficoltà a superarci. Questa parabola ci coinvolge pienamente, e realtà che viviamo, sentimenti naturali, che tessono la nostra realtà in pensieri, azioni e opere, provati e riprovati, solo che non ci pensiamo , per fortuna Dio ci fa provare il bene, e questo che fa vivere, da la spinta al vivere, da coraggio a osare, da speranza a credere che è possibile anche sognare l'impossibilità . È' una fortuna che esista Dio, come il sole di questo pomeriggio che sembrava lattiginoso tanto era coperta la sua luminosità, era lunare, però c'era, e se quella coltre si sciogliesse a diventare pioggia, sarebbe una gioia è anche il sole brillerebbe .
Francesca Vittoria



31/03/2019 11:00 Paola
Questo pezzo offre innumerevoli spunti di riflessione. Il perdono, l'invidia, la giustizia..
Razionalmente tendo a dirmi che il risentimento fa male soprattutto a me stessa, e che forse la chiave sarebbe ribaltare tutto e dire che dal perdono sono io che ci guadagno, quindi in fondo non dimostro neppure chissà che bontà, d'altronde Gesù è Maestro proprio perchè ribalta le mie quattro certezze.., quanto io metta in pratica tutto questo è tutto da vedere, comunque..

Però sono convinta che questa sia la strada giusta, se penso anche che il perdonato forse è più spiazzato dal mio perdono che non dal mio desiderio di vendetta, e che forse la sua coscienza "scossa" tragga maggior frutto da questo atteggiamento; ovviamente non tutti i casi sono uguali, la vita è complessa, ma provare a cambiare, visto come va il mondo credo valga la pena..

Non so nemmeno se sia giusto perdonare solo chi è pentito, e nemmeno so se questo sia vero perdono, anche se umanamente è senz'altro più comprensibile alla mia mente limitata..

Poi c'è l'invidia di chi si sente ingiustamente valutato, questo fa parte del nostro essere ancora un po' bambini, e il bambino va aiutato a crescere anche prendendo sul serio le sue gelosie, rassicurandolo, ma questa è questione di amore e comprensione, e forse di tempo..



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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