LO SCATTO
Amarli perché figli
di Andrea Mobiglia | 31 marzo 2019
È stato sufficiente riconoscere il bisogno che aveva del padre per essere riaccolto, non altro

 

La parabola narrata nel Vangelo di Luca è quella del padre misericordioso: egli infatti è il vero protagonista della vicenda. Il racconto inizia con il figlio minore che chiede al padre di dargli quanto gli spetta, la sua eredità, per poi andarsene. Questi fa così per seguire un desiderio di autonomia, per realizzarsi al di fuori del rapporto con suo padre e con quella che è la sua vita, ma i suoi piani risultano un fallimento. Seppur inizialmente riesca a godersi la vita, nel senso più mondano del termine («Sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto»), l'illusione di una autonomia, il fascino di una realizzazione di sé libera da ogni legame si infrange con la vita reale: «Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno». Ed è proprio nel momento più buio, in quello dove anche la speranza non esiste più, che il figlio ricorda. Ricorda perché ha bisogno, ricorda perché ha raggiunto l'apice del declino. Il figlio «ritornò in sé», cioè si rende conto, capisce cosa ha lasciato, a cosa ha rinunciato. Capisce che è il legame con il padre che lo realizza, che lo soddisfa. Capisce che l'autonomia, la libertà, la realizzazione che cercava al di fuori della sua casa si trova solo nel rapporto con il padre. Lo capisce perché lo vive. Ed è allora che, pur di provare a rientrare nel rapporto, pur di essere felice, si abbassa fino a chiedere di entrare come un servitore, non come un figlio («Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati"»).

È il padre il vero protagonista. In primo luogo, accetta la richiesta del figlio, la sua richiesta di libertà, affinché potesse comprendere che quanto cerca, cioè la libertà, la realizzazione di sé, esiste solo all'interno di un legame.

Non solo, il padre mostra il vero criterio di Dio: un padre paziente, che aspetta il figlio, che aspetta che egli liberamenti lo accetti e torni. E quando lo vede arrivare gli corre incontro (lui, che dal figlio aveva subito un torto imperdonabile): lo accoglie, gli si getta al collo e lo bacia perché è figlio. Il figlio viene amato perché è figlio, non per altro. E questa appartenenza è più forte di qualsiasi cosa egli abbia fatto durante la sua assenza (anche dar da mangiare ai porci, animali impuri, o andare con le prostitute). Davanti al fatto che egli è figlio il resto non conta (torna in mente il famoso passo di Miguel Mañara. Nel dramma di Miłosz, a Miguel Mañara, che andava da lui tutti i giorni a lamentarsi dei suoi peccati passati, l'Abate, a un certo punto, come spazientito, dice: «Finiscila con questi lamenti da donnicciola. Tutto questo non è mai esistito». Miguel era un convertito che aveva assassinato, stuprato, fatto atti imperdonabili, eppure «tutto questo non è mai esistito. Egli solo è», cioè quello che conta è il rapporto con Padre, non i peccati che Miguel Mañara continua a confessare). È stato sufficiente riconoscere il bisogno che aveva del padre per essere riaccolto, non altro. Si fa una grande festa perché il figlio amato torna, sia esso un peccatore o un eroe, non conta: si festeggia perché «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Il criterio di Dio è più grande della giustizia umana, pretesa dal figliol prodigo («Trattami come uno dei tuoi salariati») e dal fratello più grande: «Io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Ma l'amore per l'uno non diminuisce né intacca l'amore per l'altro («Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa). Umanamente è difficile dare torto al fratello maggiore, ha ragione. Come accogliere quel fratello che torna, solo perché ha bisogno? Non ha torto, ma gli sfugge l'essenziale: bisogna accoglierlo perché è tornato in sé, senza lasciare che quello che il giovane ha fatto oscuri l'avvenimento di cui sono testimoni in quella casa («tutto questo non è mai esistito»!) cioè che «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Il criterio di Dio è un altro: amare tutti, rispettando la loro libertà, desiderando a sua volta di essere amato liberamente. Il figlio maggiore come il figlio minore. Amarli perché figli.

 

Andrea Mobiglia, 25 anni, neolaureato in economia, si divide tra Milano e Varese ed è impegnato in diverse attività ecclesiali

31/03/2019 15:11 Pietro Buttiglione
Nella Parola, specie in qs, scopro sempre cose nuove. Si parlava di omelie
Stamane il mio Parroco ha fatto la parafrasi, un po' come Andrea.

Quale novità x me? Le parole del padre al figlio che si lamentava:
Ma tutto ciò che è mio ē tuo!
Quindi oltre alla misericordia c'è anche la giustizia! All'altro figlio sperperone niente!!



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