Non si può separare San Romero de America dal suo popolo
di Daniele Gianolla | 24 marzo 2019
Romero voleva essere voce dei senza voce, perciò chiunque voglia vederlo ed ascoltarlo deve andare dai senza voce e sentire ciò che hanno da dire

In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,
vi ordino: non uccidete!
Soldati, gettate le armi...
Chi ti ricorda ancora,
fratello Romero?
Ucciso infinite volte
dal loro piombo e dal nostro silenzio.

Così si apre la poesia di padre David Maria Turoldo dedicata a Monsignor Romero, vescovo caduto martire a San Salvador il 24 marzo del 1980. A quasi quaranta anni dalla sua morte, il 14 ottobre 2018 Romero è stato riconosciuto santo per la Chiesa cattolica, dopo anni di controversie legate ad una figura complessa ed ingombrante, pur nella sua semplicità. E oggi ricorre la sua festa liturgica.

Ho avuto modo ad ottobre di partecipare ad alcuni eventi celebrativi, organizzati con la delegazione del Comitato Giustizia e Verità per El Salvador, animati da grande entusiasmo e profonde riflessioni. Non si è trattato di appuntamenti di tipo agiografico, né soltanto di occasioni di preghiera. Per la maggior parte si è trattato di tavole rotonde, assemblee e incontri con avvocati, attivisti per i diritti umani, missionari e testimoni di quel periodo buio e violento che ha devastato El Salvador dalla fine degli anni '70 agli inizi degli anni '90.

L'uccisione di Romero non è stata, infatti, un caso isolato (in fondo, nessun martirio lo è nella storia del cattolicesimo), ma è stata solo l'apice di una repressione feroce e dolorosa ai danni di contadini, attivisti, operai, sacerdoti e catechisti che chiedevano maggiore libertà e giustizia sociale. Dal 1977, quando venne ucciso padre Tilo Grande, amico di Romero, la violenza ai danni di chi chiedeva diritti per i contadini non si è più fermata. Le minacce a Romero sono via via diventate più esplicite fino a che un proiettile non ha interrotto la sua ultima messa. Da quel momento non c'è stata più possibilità di mediazione "istituzionale" tra forze rivoluzionarie (povere e male armate) e forze governative (spalleggiate da reparti specializzati della CIA), e così sparizioni, torture, stupri, uccisioni e massacri sono stati all'ordine del giorno fino alla fine della guerra civile. Chi mi ha raccontato la storia di quegli anni mi ha detto che era sufficiente camminare con una Bibbia sotto il braccio per essere sospettati di essere dei comunisti, e con questa accusa essere arrestati. Nel 1992 la guerra si è conclusa, ma la scia di sangue è rimasta impressa nel popolo salvadoregno, trovando perlopiù un'amnistia senza giustizia.

In tutto ciò, San Romero de America, come già lo chiamava il suo popolo all'indomani della sua uccisione, è diventato più di un simbolo: una ragione di vita per la sua gente, che in nome di Romero ha continuato a lottare e sognare. Ricordo bene quando ebbi la possibilità di visitare El Salvador ed ascoltare i racconti dei sopravvissuti. Sono più di dieci anni che mi chiedo quale sia il modo di restituire nella mia realtà quotidiana il sentimento che pervade il popolo salvadoregno nei confronti di Romero, ma mi sono reso conto che è impossibile, senza rischiare di cadere nel retorico. Il rischio è di ucciderlo di nuovo trasformandolo in un "santino da altare", per usare l'efficace sintesi di Mariella Tapella, missionaria laica italiana che da trent'anni insieme a padre Rutilio Sanchez si occupa di diritti umani nelle periferie della capitale salvadoregna e nelle zone rurali del Paese. Non si può separare Romero dal suo popolo. 

La missione della profezia è particolarmente sentita in quei paesi dell'America Latina dove i cattolici poveri sono stati perseguitati: ricordo un murale che rivendicava una "Iglesia comprometida con la Historia" (Chiesa impegnata con la storia degli uomini). In Occidente questa frase apparirebbe come un'ingerenza intollerabile, ma letta in senso profetico se ne comprende il carattere liberante, appassionante, vivificante: la Chiesa ferita e perseguitata di El Salvador si è sempre riconosciuta nelle piaghe di Cristo, alle quali si è aggiunta quella di Romero, colpito al cuore mentre alzava il calice all'offertorio, che ha potuto così condividere il destino di altre migliaia di vittime della repressione.

Certo, a causa dello stand by in cui era finito il processo di beatificazione, il cardinale Gregorio Rosa Chavez, attuale vescovo ausiliare di San Salvador ed ex collaboratore di Romero, ha parlato di una santificazione tardiva. In effetti, le circostanze della morte di Romero hanno avuto una portata sacra e simbolica tale che tutto il popolo di Dio, senza distinzioni, avrebbe dovuto acclamarlo santo il giorno stesso della sua uccisione. Nella storia del cattolicesimo i vescovi uccisi in chiesa si contano sulle dita di una mano (personalmente ricordo solo San Thomas Beckett), nessun altro dei quali è stato ucciso al culmine della sacralità delle sue funzioni, nell'atto supremo della sollevazione del calice con il Sangue di Cristo. La causa di questo ritardo si legge tra le righe delle dichiarazioni di Chavez, secondo cui Romero segna una spaccatura nella Chiesa, tra cattolici e cattolici: quelli che da un lato si riconoscono nell'opzione preferenziale per i poveri, elaborata dalla Conferenza di Medellin del 1968, e quelli che, dall'altro, la ritengono un aspetto marginale della Dottrina Sociale. Il punto allora è capire se questo evento si tradurrà in una cucitura dello strappo (che non può essere che apparente) oppure il definitivo riconoscimento che all'interno della Chiesa ci sono anime estremamente distanti e forse non riconciliabili.

Da un punto di vista tecnico è stato possibile riconoscere che l'uccisione di Romero è avvenuta in odium fidei sebbene perpetrata da parte di altri sedicenti cattolici, il governo allora al potere; c'è da domandarsi quale possa essere stata (o sia ancora) la loro fede. La canonizzazione è avvenuta poi nel modo più classico, attraverso il riconoscimento di un miracolo di guarigione individuale. Tuttavia il miracolo più grande era già sotto gli occhi di tutti e non è stato riconosciuto: parlo della speranza che ho visto brillare e brilla negli occhi dei poveri di El Salvador quando si parla di Romero - sempre al presente, mai al passato. Perché per vederla è necessario - e per me lo è stato - recarsi in quelle terre martoriate e mangiare alla tavola dei contadini ed ascoltare i loro racconti. Romero voleva essere voce dei senza voce, perciò chiunque voglia vederlo ed ascoltarlo deve andare dai senza voce e sentire ciò che hanno da dire. San Romero disse in un'intervista "si me matan, resucitaré en mi pueblo". È successo e non lo abbiamo visto. Speriamo davvero che non sia troppo tardi.

 

 

30/03/2019 13:57 Maria Teresa Pontara Pederiva
Di sicuro è stato tardi (e tanto), ma forse non "troppo" tardi e di questo dobbiamo essere grati tutti quanti a chi finalmente ha deciso per la canonizzazione.
E grazie a te per questa riflessione.



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Daniele Gianolla

Daniele Gianolla (1981), dottore di ricerca in Paleontologia, insegna a Roma Matematica e Scienze nella Scuola Secondaria. È animatore da vent'anni presso la parrocchia San Gelasio di Roma, formatosi con esperti di catechesi in stile di animazione e formatori dell'Area Pace e Mondialità della Caritas di Roma. Nel 2013 fonda Anilab, Laboratorio inter-parrocchiale di formazione per giovani animatori, che affianca la formazione teorica e tecnica a momenti di laboratorio e tirocinio

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