Nella letteratura
Il fico radicato in cielo e la punizione del bene puro
di Sergio Di Benedetto | 24 marzo 2019
La parabola di Gesù e le parole di Simone Weil sull'idea del castigo: «Non sappiamo più che esso consiste nel fornire del bene. Per noi si limita a infliggere del male»

C'è una parola di severità che domina questa domenica di Quaresima: «Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?». Il fico è sterile, non porta frutti, vive invano, godendo di un dono (il terreno) per sé solo.

Certo, il vignaiolo intercede, come grandi figure bibliche (Mosè, Abramo) e come lo stesso Cristo, intercessore definitivo tra il terreno dell'umanità e il Padre. E intercedendo ottiene una proroga, un anno in più, tempo che egli dedicherà alla cura del fico infruttuoso.

Il fico siamo noi, o meglio, è quella parte di noi che resiste al dono della grazia, che resiste per mille motivi alla conversione. C'è sempre una parte dell'uomo che risulta sterile; c'è sempre una mano inaridita che ha bisogno della guarigione dello Spirito.

La sterilità dell'albero mi ricorda un passo denso di Simone Weil (1909-1943), filosofa e mistica tra le più profonde e originali del Novecento. In La persona e il sacro, vero gioiello della riflessione etica, la Weil si chiede cosa origini la fecondità o, al contrario, la sterilità dell'albero umano. La risposta è netta: le vere radici dell'albero sono in cielo, non in terra, per cui solo ciò che attinge forza dal cielo può portare frutto:

Solo la luce che ininterrottamente discende dal cielo fornisce a un albero l'energia che fa penetrare a fondo nel terreno le possenti radici. In verità l'albero è radicato nel cielo. Solo ciò che proviene dal cielo è in grado di imprimere realmente un marchio sulla terra.

È una metafora ricca di suggestioni: se il fico vuole essere fecondo di frutti deve ricalibrare il suo sguardo: è il cielo l'origine della luce che permette la vita. È il cielo, cioè la grazia donata senza alcun merito dell'uomo che consente alle radici di penetrare nel terreno. Ma ancora: se l'uomo vuole essere incisivo sulla terra, lasciare il suo segno, è necessario che si radichi in cielo.

Rimane però la minaccia dello sradicamento fatta dal padrone della vigna; ma anche qui mi viene incontro Simone Weil: qualche pagina dopo leggo un brano che consola riguardo alla punizione, rimandata ma non esclusa del tutto. Il padrone forse sa che quell'albero non potrà mai generare vita e abbondanza senza l'impegno dell'intercessore, senza le sue cure. E cosa sarebbe allora la punizione vera se non il dono totale di sé offerto dal vignaiuolo?

Il castigo è unicamente un procedimento atto a fornire del bene puro a uomini che non lo desiderano; l'arte di punire è l'arte del destare nei criminali il desiderio del bene puro tramite il dolore o persino tramite la morte. Ma noi abbiamo completamente perduto persino la nozione di castigo. Non sappiamo più che esso consiste nel fornire del bene. Per noi si limita a infliggere del male.

Le note di Simone Weil sono relative all'ambito civile; ma le sue parole possono essere anche una buona chiave di lettura della parabola del fico.

Noi, nella nostra limitatezza, non intendiamo altra punizione che il causare il male. E se invece, per Dio, la punizione minacciata non fosse altro che il «fornire del bene puro a uomini che non lo desiderano?». In fondo, che cos'è la Pasqua se non questo «fornire del bene puro a uomini che non lo desiderano»?

 

 

25/03/2019 09:27 sergio di benedetto
Grazie Leone!


25/03/2019 00:25 leone Minuscoli
Un articolo cosi’ non ne leggevo da molto tempo...
Semplicemente GRAZIE!!!!



24/03/2019 10:28 Paola
L'amore secondo me, non può castigare, ma solo amare. Il castigo, come lo intendiamo noi, è frutto della nostra mente, abituata a giudicare, a classificare. Ma il male non può essere sconfitto da altro male, può solo essere annullato attraverso il bene. Il dolore, che spesso sentiamo ingiusto, forse è lì per ricordarci la nostra natura umana e divina, perchè molte volte nella gioia ci anestetizziamo, perdiamo le nostre radici e crediamo di vivere, in realtà facciamo scorrere il tempo, anche se allegramente.. A volte occorre indignarci, sentire su di noi le ingiustizie del mondo per riscattarci, per rialzarci e farci sentire uniti agli altri e ai loro dolori, perchè spesso abbiamo bisogno di provare il male sulla nostra pelle per desiderare il bene, nostro e degli altri, siamo fatti così, purtroppo.


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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