Il tema del mese
A pane e acqua, ma insieme
di Roberto Beretta | 23 marzo 2019
In una parrocchia francese si fa così, e la comunità cresce: cosa infatti potrebbe unirci di più, come cristiani, della presa di coscienza del male che ci attraversa tutti e del tenerci per mano che ci rende un po' più saldi nel resistere, un po' meno soli?

C'è una parrocchia, in Francia, dove la quaresima la fanno così: per una settimana ogni sera quelli che se la sentono si recano in chiesa e - dopo la preghiera comune - ritirano una grossa pagnotta, che dovrà essere il loro cibo sino alla sera seguente. L'iniziativa dura da 10 anni e vi partecipano in media 350 persone, 600 se si contano anche coloro che si uniscono spiritualmente al digiuno.

Mi piace questa «penitenza», perché non è individuale: trovo infatti che una condivisione del genere renda - da una parte - più facile la partecipazione a una pratica (quella del digiuno) che inevitabilmente ai nostri tempi suona autopunitiva o magari «dietetica»; e anche - dall'altra parte - amplifica il valore simbolico del gesto, che in versione collettiva diventa di per sé stesso costruttore di comunità nonché elemento significante all'esterno, verso i non credenti e l'opinione pubblica in genere.

Quest'anno poi un'occasione per digiunare e fare penitenza collettiva come Chiesa ce l'avremmo, offerta - come si dice - su un vassoio d'argento: sì, penso proprio ai casi di pedofilia, intorno ai quali mi illudo ancora che qualcuno nelle diocesi o nelle parrocchie d'Italia osi prendere sul serio la richiesta molto chiara di Papa Francesco: «Invito tutto il santo Popolo fedele di Dio all'esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno che risveglia la nostra coscienza, la nostra solidarietà e il nostro impegno» (Lettera al popolo di Dio, 20 agosto 2018).

Ma noi non ci crediamo: non crediamo che questa piaga riguardi davvero il nostro modo di essere Chiesa, e di conseguenza non crediamo nemmeno di dover usare (anche) mezzi spirituali per attaccarla alle radici né tanto meno di aver bisogno di chiedere perdono. Sempre di conseguenza, la penitenza resta dunque un fatto individuale, che possiamo praticare in base a una molteplicità di motivazioni tutte plausibili e anzi meritorie ma comunque sempre personali: il riscatto per le proprie colpe, una scelta ascetica, la purificazione interiore, lo sviluppo delle virtù, la mortificazione di certe passioni smodate, il sacrificio in vista di un bene superiore, eccetera eccetera eccetera.

Ma l'occasione perduta è quella di crescere in quanto comunità: che cosa infatti potrebbe unirci di più, come cristiani, della presa di coscienza del male che ci attraversa tutti e del tenerci per mano che ci rende un po' più saldi nel resistere, un po' meno soli?

 

 

26/03/2019 18:59 Alberto Hermanin
Io chiedo perdono. Non so bene a chi, e nemmeno chi sia poi legittimato a concedermelo, eventualmente. Chiedo perdono inoltre perchè sono maschio di razza caucasica e meetoo ho molestato stuprato, sopraffatto, umiliato, discriminato; chiedo perdono. Chiedo perdono perchè sono battezzato e credente, e allora le crociate? Chiedo perdono perchè sono europeo, e allora con il colonialismo? Chiedo perdono perchè ne ho bisogno.
L'ultima cosa è vera.



23/03/2019 17:47 Paola
È sempre bella la condivisione, della gioia come del dolore, è lodevole pregare, digiunare insieme, quasi tenendosi per mano, è un'immagine forte e significativa. Ma, se è vero che i nostri capi un po' rispecchiano quello che noi siamo nell'insieme, tanto che la colpa è davvero un po' di tutti, non si devono confondere le responsabilità, per cui chiedere di pentirsi al fedele sbigottito, di qualcosa per la quale se mai si sente tradito dal suo pastore, non lo trovo così facilmente percorribile, e non so nemmeno se sia proprio giusto.


23/03/2019 08:37 Sara
Secondo me se non si è Chiesa nella gioia non lo si è nemmeno nel dolore.
A forza si sentirsi sempre criticare su tutto ci si anestetizza, per lo meno a me succede coai: vivo una fase anestetizzata.
Forse è penitenza anche quella...



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