Nella letteratura
Pietro e l'eterna tentazione di fuggire la storia
di Sergio Di Benedetto | 17 marzo 2019
La nostalgia della montagna richiama, eppure c'è una vita da condurre nella storia, non fuori di essa. Come scriveva nella sua poesia «Risveglio» Pierluigi Cappello

«È bello per noi stare qui. Facciamo tre tende»: la richiesta di Pietro riassume l'eterna tentazione del cristiano che vuole appartarsi dalla storia, che preferisce la montagna, dove è bello stare tra noi simili, tra noi che la pensiamo uguale, tra noi che viviamo le stesse esperienze.

È una richiesta che ha una sua ragion d'essere, perché ognuno sente istintivamente il desiderio di circondarsi di coloro che lo confermano, che non lo mettono in discussione, perché riprendersi in mano costa fatica. L'altro, soprattutto se è diverso, mi rivela chi sono.

E così risuona, dopo l'esperienza della Trasfigurazione che ribadisce la natura divina di Gesù di Nazareth, la domanda di continuare a gustare quella dolcezza sulla cima del monte. Le strade di Galilea sono impegnative: il caldo, la sete, la folla con i suoi mille volti sono, al contrario, esigenti e talvolta inopportune per i nostri schemi mentali.

Eppure Gesù non rimane sulla montagna, ma scende, perché è sulla strada che si adempie la redenzione. Il Regno che si annuncia non è per pochi, fedeli e puri, che si ritirano dalla storia, come se essa fosse abbandonata da Dio, come se essa non contenesse già, nelle sue pianure, i movimenti dello Spirito. E Luca annota, in modo pungente, che la richiesta di Pietro è totalmente fuori luogo: «Egli non sapeva quel che diceva».

Non sarà stata facile la discesa per Pietro, dopo quell'esperienza di gloria. Ma Gesù ritorna dagli altri, e nei versetti successivi al racconto della Trasfigurazione si legge che «una gran folla gli venne incontro»: eccoli gli uomini, con i loro problemi, le loro richieste, i loro fraintendimenti.

Può essere dura l'alba dopo una notte di pace; può essere ardua la quotidianità con i suoi pesi e le sue mansioni, i doveri e le sconfitte. La nostalgia della montagna richiama, eppure c'è una vita da condurre nella storia, non fuori di essa.

È un'immagine che ritrovo in Risveglio, una poesia di Pierluigi Cappello (1967-2017), poeta friulano tra i più originali e profondi del passaggio di secolo:

Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse
mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto
dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita
in mezzo a un panorama di pietre sparse e tegole rotte.
Allora uno mette il dentifricio sullo spazzolino
mescola lo zucchero al caffè
con l'attenzione che aveva da scolaro
quando ritagliava dalla carta
file di bambini che si tengono per mano,
piccoli pesci che baciano l'aria.

Cappello era un uomo che conosceva bene il peso della quotidianità, poiché era inchiodato a una sedia a rotelle dall'età di 16 anni a causa di un incidente stradale. Ma i versi che scrive potrebbero essere la traduzione poetica dei pensieri di Pietro quel giorno giù dal Tabor... e di coloro che sentono la tentazione della montagna di fronte alla storia.

Alle spalle c'è un esperienza vissuta che non fa più vedere la realtà con gli stessi occhi, «mentre dietro a noi si è aperto un vuoto», dopo che si è tentato di agire con lo scopo di «trattenere la vita», proprio come Pietro: costruire tre tende per trattenere quanto vissuto, per godere ancora di quella vita piena, anticipo di Pasqua. Ma la Pasqua non va trattenuta.

La storia deve essere abitata, bisogna tornare a mettere «il dentifricio sullo spazzolino», a mescolare «lo zucchero al caffè»; il tutto però con un'attenzione nuova e uno sguardo da bambini (felice coincidenza: Luca, qualche versetto dopo, dirà: «Chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande»).

La storia è faticosa; forse, se sapessimo disarmare i conflitti e avere uno sguardo buono sul mondo, se sapessimo prenderci per mano, come i bambini di Cappello, sentiremmo meno paura e più coraggio...

 

 

 

18/03/2019 08:35 Francesca Vittoria
Eppure è proprio così che accade. A distanza di tempo lo noto accadere anche ad altri e cioè quando una pietra blocca il nostro cammino a realizzare qualcosa che è bello per noi, che il cuore desidera, e sembra difficile rimuovere da soli, si vive un vuoto, un ripiegamento, un arresto senza speranza. Invece insperatamente, non si sa come si apre una porta, uno sprazzo di luce, di aria che ci permette di uscire e riprendere un cammino magari diverso ma pur sempre un rialzarci a seguire un nuovo percorso . Di sicuro tutto questo accade perché un Qualcuno è intervenuto, ci ha dato una mano, ci ha "tirati su" . Ed è per questa esperienza che vediamo con i nostri occhi se un prossimo sta vivendo la stessa difficoltà e tentiamo di dare una mano a nostra volta. I tre apostoli : Pietro che doveva, era stato designato, a pascere un gregge di agnelli, fondatore della futura Chiesa, Giovanni era il Traduttore della Parola ultima da lasciare ai posteri a conoscenza di un divenire nuovo del mondoGiacomo la persona molto amata?, Tre personalità che possedevano evidentemente quelle qualità che servivano al volere e al piano che Dio Padre stava realizzando nel Figlio. Un momento vissuto dai tre di luce sfolgorante tale da far loro credere e per questo essere capaci di realizzare l'opera loro assegnata. Nel piccolo della nostra persona, anche se non siamo partecipi della stessa esperienza, però qualcosa di somigliante si avvera, dal buio Qqualcuno ci trae fuori, si torna a sperare a riprendersi tornando a vivere a realizzare un nuovo disegno di futuro, che anche può diventare una opera. d'arte nella nostra vita personale. Quando un Dio esiste, è la fede anche silente esiste questo può accadere al cristiano anche dei giorni nostri.
Francesca Vittoria



17/03/2019 14:30 Maria Teresa Pontara Pederiva
E’ vero: talvolta la fatica del quotidiano per conciliare famiglia e lavoro e insieme costruire la città dell’uomo rischia di indebolire anche le fibre più forti, ma sappiamo di contare su un Amore di Padre che non abbandona i suoi figli in cammino nella storia e la Speranza non verrà mai meno. Come quello sguardo positivo sul mondo e i fratelli.


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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