Libia, che cosa ci interessa davvero?
di Fabio Colagrande | 25 febbraio 2011
In queste ore come credenti non dovremmo avere a cuore più che il nostro benessere quello del nostro fratello in pericolo di vita?

Il cristianesimo conta solo in certi ambiti della nostra vita quotidiana? Oppure è una fede che dovrebbe imprimere una direzione etica precisa ad ogni nostro gesto o pensiero? Mi vengono in mente queste domande mentre leggo le notizie che arrivano dalla Libia in fiamme e le reazioni del nostro Paese, dei suoi politici e di noi cittadini.

Di fronte ad un’insurrezione popolare, a quanto pare repressa in modo così sanguinoso da allertare tutte le cancellerie internazionali, la reazione di noi italiani è spesso di preoccupazione. Ma non siamo angosciati dalla carneficina in atto, quanto dalle possibili ricadute del conflitto sulla nostra serenità o dal possibile futuro vuoto di potere che potrebbe seguire al rovesciamento di Gheddafi. Inutile nasconderlo, il nostro primo cruccio, di fronte alle notizie di una guerra civile in atto a poca distanza dalla Sicilia, sono le conseguenze dell’interruzione della fornitura di gas e petrolio che la Libia ci assicura abitualmente e dell’inevitabile fuga verso l’Italia di centinaia di migliaia di profughi africani. Sono timori più che legittimi che rispondo a una visione matura, di real-politik, degli avvenimenti internazionali o sono reazioni miopi ed egoistiche che tradiscono un approccio cristianamente poco etico e forse poco lungimirante?

Preoccuparsi dell’impatto di quei fatti sulla nostra vita di cittadini è più che corretto. Ma come credenti non dovremmo avere a cuore più che il nostro benessere quello del nostro fratello in pericolo di vita? Non dovremmo forse innanzitutto riflettere sulla circostanza che a poche centinaia di chilometri da noi c’è un popolo che rischia di essere vittima di un genocidio? Sono domande ineludibili per chi considera la dimensione evangelica una prospettiva centrale della propria esistenza, da richiamare non solo negli attimi della preghiera personale, della partecipazione all’Eucarestia o durante le sacrosante battaglie in difesa della vita o del matrimonio.

Eppure, sono certo, questo discorso suona a molti demagogico, poco lucido e realista, un po’ idealista. Sembra ad alcuni più opportuno e perspicace non angosciarsi sul rischio di uno sterminio che forse potrebbe essere evitato, ma riflettere pensosamente sul rischio che in Libia, come in Tunisia o in Egitto, come conseguenza del nuovo vento rivoluzionario del Maghreb, giungano al potere i fondamentalisti islamici. Secondo questa impostazione è dunque consigliabile guardare subito al «dopo», considerare la catastrofe conseguente alla scomparsa di leader politici autoritari, considerati da una certa propaganda dittatori, ma che in realtà ci facevano il favore di tenere sotto controllo il terrorismo di matrice integralista, di bloccare il flusso migratorio verso l’Europa, e soprattutto con cui si facevano affari d’oro.

È una chiave di lettura accettabile dal punto di vista cristiano? O ci stiamo dimenticando qualcosa? Forse è colpa mia che mi faccio troppe domande.

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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