La tentazione che Dio non sia amore
di Sergio Di Benedetto | 10 marzo 2019
Tra tutte le tentazioni, credo che la peggiore per chi ha fede sia quella dell'indifferenza di Dio. È il dramma che Ferruccio Parazzoli fa vivere al cardinale protagonista di «Missa Solemnis»

 

È consolante sentire, all'inizio della Quaresima, una parola sulla tentazione. È consolante perché essa è una condizione in cui siamo immersi continuamente, senza sosta. Non c'è mai requie dalla tentazione, che assume volti diversi, seduzioni differenti, richiami cangianti. Sembra quasi che la vita sia una perenne scelta tra bene e male: bivi non solo incrociati nei momenti salienti, ma anche bivi quotidiani: piccole tentazioni per piccoli uomini, come siamo noi tutti.

Gesù è tentato nel deserto, luogo biblico per eccellenza, luogo unico della nuda conoscenza di sé, senza mediazioni, pura e per questo verissima, ma anche violentissima; c'è un rivelarsi di se stessi a se stessi che può essere esperienza dolorosa a violenta per la sua forza. Eppure, se il cammino dalla morte alla vita (la Pasqua) deve essere fecondo e umano, non si può distogliere lo sguardo dalla nostra più vera identità: chi siamo? Dove poniamo i nostri desideri? Che tentazioni ci ostacolano nel cammino verso la vita?

Tra tutte le tentazioni, credo che la peggiore per chi ha fede sia quella dell'indifferenza di Dio; è il dramma del credere che esiste un Dio, ma pensare che Egli sia lontano, disinteressato. Un Dio che non ama, non custodisce, non si cura dell'uomo. Meglio sarebbe l'assenza di Dio, che la presenza di un Dio simile.

Tentazione grandissima e terribile, che almeno una volta nella vita ha sentito ogni uomo che ha cercato il volto di Dio. Tentazione che può giungere a una nuova professione di fede o a una negazione di fede. Dio assente, Dio presente; Dio che ama, Dio che non ama. Dio che sfugge ma rimane, Dio che fugge e non si fa trovare. Sono tutti i poli di una tensione che attraversa il cuore dell'uomo. Domande laceranti, se prese sul serio.

È il dramma che Ferruccio Parazzoli fa vivere al cardinale protagonista di Missa Solemnis, drammaturgia sacra che mette in scena il conflitto tra un anziano prelato, che ha i tratti del cardinal Martini, e il Tentatore, venuto alla fine dei giorni dell'uomo per aprire sotto i suoi piedi la voragine del non senso.

La svalutazione delle proprie opere, il vuoto come soluzione della propria vita, il fallimento della propria vocazione, è la più subdola delle tentazioni, poiché è disconoscere il disegno di Dio che si manifesta in ciascuna esistenza. Specie in quelli che Egli stesso ha scelto per essere suoi testimoni nel mondo. Contro questa tentazione, che può assalire ciascuno di noi, specialmente quando sta per scendere la notte, siamo chiamati a lottare con ogni nostra forza, sia pure l'ultima che ci resta.

«Disconoscere il disegno di Dio» alla fine della propria esistenza, quando si intuiscono i segni del tramonto imminente; credere che Colui al quale si è dedicata la vita non ha accolto il dono. Pensare di aver sbagliato tutto nell'unica vita. Tentazioni che sempre hanno vissuto i santi stessi: basti pensare alla "notte oscura" di Madre Teresa, o alla malattia di santa Teresina di Lisieux.

Eppure il Cardinale di Parazzoli procede, nella volontà di celebrare un'ultima volta la sua Missa solemnis, nella certezza, per pura fede, che c'è un filo della vita e questo filo è nelle mani di Dio, che lo ha condotto alla porpora da cardinale:

Se il nostro è un Dio tessitore, che collega il filo più tenue per intessere la più splendida veste, la mia porpora sarà il tessuto di Dio.

Morirà, il Cardinale, sorridendo, dopo aver celebrato una messa solenne non in rosso, ma in bianco:

Non vi è nulla di rosso: l'altare è bianco, la mitra è bianca, la pianeta è bianca. Con voce ferma il Cardinale intona il Gloria.

È questo il cammino della Quaresima: dal deserto al giardino, dal rosso al bianco della luce, dal silenzio al Gloria. Passando nel crogiuolo della tentazione più estrema.

Sarebbe bello, in questa Quaresima, sentire una vera solidarietà con chi vive la tentazione più grande. Che in fondo, vuol dire essere solidali anche con noi stessi, uomini tentati perché vivi.

 

 

10/03/2019 09:40 Francesca Vittoria
Ma per chi ha fede non dovrebbe, la tentazione raggiungere questi limiti, a meno che l'uomo abbia inteso la fede com una conquista del suo sapere. Se si ha la consapevolezza di essere non solo creatura di questo Dio ma, come il Figlio ha tenuto confermarlo, Padre, quindi che prova Amore paterno, la creatura uomo a sua volta si sentirà per fede figlio è se tale umilmente ma anche intelligentemente proverà fiducia a seguire i suoi insegnamenti; e la fede vissuta che gli farà scoprire l'amore del Dio Trinitario, non tutte le iniziative, non anche quegli approfondimenti intellettuali che volendo si intraprende per capire chi è Dio, e neppure le iniziative e l'operare sempre più in alto ad avvicinarsi a X Qquesto Dio che via via può apparire immenso come l'universo per un astronomo. Perfino siamo ridicoli se pensiamo che andare sulla luna, o colpire un asteroide sia una conquista, perché comunque per intelletto siamo dei, ma piccoli per natura. Se Dio ci ha fatti per se, e noi scegliamo di farci da noi, ovvio che alla fine qualsiasi grande impresa noi abbiamo compiuto appaia limitata, insoddisfacente, quando invece un semplice gesto di generosità dal cuore può essere e rimanere grande anche agli occhi dell'Eterno perché in quel gesto c'è la fiducia e l'amore che è anche di Lui e per questo ci fa diventare sue creature. Se una madre non si ferma di fronte alle difficoltà di accettare il proprio figlio , anche come fosse, menomato dalla nascita, che madre sarebbe? Noi di fronte a Dio non siamo perfetti perché in libertà facciamo scelte, scelte che ci impegnano poi nei fatti, se interroghiamo Dio e seguiamo i suoi insegnamenti avremo certi risultati, se seguiamo la nostra volontà e questa di diverso orientamento noi percorriamo un'altra strada e si vedranno altri risultati. A questo punto come nella parabola del figlio prodigo, o si torna al padre o ci si domanda se questo è esistito perché magari si pensa che sia Lui che deve venirci a cercare. Se anche lo facesse a che servirebbe se non ne vogliamo sapere?. Tutto questo lo possiamo leggere nella società che ci circonda oggi, non ne vuol sapere di Dio, e felice di raggiungere la luna, peccato che mentre noi abbiamo chef che ci mettono cibo nel piatto come opere d'arti, a soddisfare palati saturi di daily raffinatezze , in altra parte del mondo o anche non lontano da noi c'è chi fatica combinare pranzo e cena, o addirittura manca il sostentamento, o la carestia e le guerre fanno sperare davvero che esista un Dio per loro. Più che tentazioni credo molto nella volontà del credere e avere fiducia nei suoi comandamenti, perché sono guide intelligentissime non le intelligenze di altri uomini che alla fine si domandano che senso ha il vivere e non vedono di aver fatto molto da se. Credo che se guardiamo a certi Pastori come Papà Francesco, e predecessori, abbiamo guide che rispondono bene a quei requisiti che significano paternità, fratellanza, solidarietà chiesa materna che sostiene i deboli, da coraggio a chi l'ha perso, va per una strada in salita e insegna a guardare avanti verso un mondo diverso,fatto per vivere felici,come sta scritto essere promessa.
Francesca Vittoria



10/03/2019 08:55 Gabri
Grazie per aver dato parola alla nostra fatica di vivere, perennemente in bilico tra il male e il bene spesso mischiati e confusi e trasformati nel grigio di una quotidianità concreta ma troppo spesso miope che perde di vista il "non ancora".
Grazie davvero e BUON CAMMINO QUARESIMALE!



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, insegnante di Lettere, è ora assistente di Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.

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