Andiamo avanti sul tema delle donne
di Maria Elisabetta Gandolfi | 24 febbraio 2011
Dietro il dilemma (in buona parte falso) tra libertà individuali e morale un sussulto d'indignazione ha visto la luce. E vedo almeno tre snodi su cui come Chiesa riflettere

Non sarò breve. Perché non me la sento di ridurre tutto ciò che la cronaca ci ha riportato in tema di donne a un'ennesima maldestra espressione dell'antiberlusconismo. C'è una questione di donne. E sotto l'eterno riproporsi del (in buona parte falso) dilemma tra libertà individuali e morale (merita il fondo sul Corriere dell'8 febbraio di Polito sul rischio di confondere "una società aperta" con "una casa chiusa"), un trasversale sussulto d'indignazione ha visto la luce. Da un punto passano molte linee; tuttavia è un inizio.

Ma, come ha scritto Paola Springhetti (Vino Nuovo 19 febbraio), questo non sembra aver toccato più di tanto la comunità ecclesiale, eccezion fatta per le dichiarazioni di suor Eugenia Bonetti e suor Rita Giaretta. Ma, via, riconosciamolo: un po' che sono suore, un po' che si occupano di "cause perse", sono state di fatto derubricate a lodevole testimonianza, vox clamantis in deserto...; pittoresco, ma abbiamo altro da fare. Così, come dice Paola, abbiamo lasciato Il corpo delle donne alla (degnissima) testimonianza laica di Lorella Zanardo.

Sarei pronta, tuttavia, a scommettere che alla variopinta manifestazione di domenica 13 c'erano molte donne "cattoliche". C'è una questione sul ruolo della donna nella società e nella Chiesa. È un discorso complesso che attraversa la carne e il sangue delle donne e che pone più di un'inquietudine anche agli uomini: "se Atene piange, Sparta non ride".

Vedo almeno tre snodi su cui la Chiesa potrebbe riflettere.

1) L'essere e il corpo. Mariapia Veladiano, autrice del recente romanzo La vita accanto (Einaudi), che narra di una donna brutta, dice in un'intervista che è un dramma oggi essere brutti "in un mondo che identifica il bello, con il buono e giusto. È la materialità dell'idolo, direbbe la Bibbia. Oggi non è il buono a essere bello, ma il contrario. E sotto il bello non c'è nulla": come altro definire questo novello trend che spinge (alcuni) padri e madri a offrire le proprie figlie al potente di turno con la stessa leggerezza con cui si fa il picnic fuori porta una domenica di primavera?

Salvo poi stracciarci le vesti e scuotere sconsolati la testa di fronte all'ennesimo caso di anoressia finito in tragedia.

Che cosa fa più scandalo: quel corpo così bello diventato un carcere, o quello sguardo di sfida che mostra un corpo scavato ed emaciato che tutti guardano inorriditi? Quell'urlo disperato che dice "io posso" anche di fronte alla morte?

È una malattia da prendere sul serio questa, quanto più gli elementi che la compongono sono schegge mal assortite del nostro vivere odierno. E non è un caso se gli studi sull'anoressia sono stati avviati da una sopravvissuta ai campi di concentramento, Hilde Bruch.

2) La maternità e i ruoli. La parità per le donne è oggi un bel principio sulla carta ma alla prova dei fatti trova ancora i suoi buoni ostacoli. Anche perché spesso viene sbrigativamente interpretata come una sorta di taglione da applicare col coltello: un tanto all'uomo e un tanto alla donna.

L'esempio della maternità è un caso lampante: da un lato essa, atto creativo per eccellenza, rischia di rinchiudere le donne nell'ambito del lavoro di cura quasi come una condanna entro la quale non v'è spazio intellettuale.

Dall'altro le donne, per essere riconosciute in campo professionale devono assumere e assommare modelli che rinnegano qualsiasi specifico femminile, col bel risultato che, ad esempio, spesso le donne tra loro sul posto di lavoro si fanno la guerra. O devono continuare a sperare nella graziosa elemosina delle quote rosa.

Ma in tutto questo il rapporto tra uomini e donne è migliorato?

3) La donna nella Chiesa. Su tutto questo la Chiesa (gerarchica, perché la teologia femminista ha sviluppato una riflessione rimasta al margine della vita delle comunità), duole dirlo, non pare avere gran che da dire, se non un'insistita esaltazione dello "spirito materno", così etereo e così consunto che pare finto.

Ho trovato invece che abbia in merito qualcosa da dire un teologo di 96 anni (!), il gesuita francese Joseph Moingt: in un saggio pubblicato a gennaio su Etudes e che sarà disponibile in italiano anche sulle pagine del prossimo numero de Il Regno, egli discute un'ipotesi semplice e coraggiosa: il declino della Chiesa cattolica in Occidente potrebbe essere legato al ruolo che le donne hanno al suo interno. Esse svolgono compiti indispensabili - come la trasmissione della fede ai nuovi nati - ma non sono responsabili per essi; sono altri che decidono.

Non si tratta di rivendicare il sacerdozio per le donne (parità rovesciata) ma di dare seguito all'idea di popolo di Dio, di cui le donne sono tanta parte, che era stata valorizzata dal Concilio Vaticano II e che porta con sé lo spazio per un confronto. "La Chiesa ha forse paura di perdere potere consultando i propri fedeli? L'alternativa - afferma Moingt - è perderli", donne in primis.

 

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Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi, classe 1966, è giornalista professionista e lavora da una ventina d'anni presso la rivista Il Regno. Scrive di editoria religiosa, Africa, e, in generale, di temi ecclesiali; volentieri si occupa di associazionismo perché è lì una delle sue radici. Sposata con un insegnante, ha tre figli e un cane; si divide con passione e a volte con qualche affanno tra lavoro, casa e scuole dei figli.

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