Quel volto inaspettato dell'islam
di Stefano Femminis | 23 febbraio 2011
Non potrebbe ciò che sta avvenendo in Nord Africa cambiare anche l'immagine che, su questa sponda del Mare Nostrum, abbiamo dei musulmani (immigrati compresi)?

«Forse in Tunisia, ma in Egitto è difficile. In Libia, poi, non se ne parla». Magari un po' banalizzate, ma si possono riassumere così le opinioni di analisti ed esperti di cose internazionali che ancora a inizio gennaio, quando già si sollevavano le prime onde dello tsunami arabo, escludevano quell'effetto domino che invece si sta puntualmente verificando. È l'imprevedibilità tipica dei momenti in cui si scrive la Storia con la maiuscola.

In un contesto così mutevole è quindi imprudente avventurarsi in previsioni trionfalistiche. Una cosa, però, va registrata, almeno come auspicio: ciò che sta avvenendo in Nord Africa potrebbe cambiare radicalmente l'immagine che, su questa sponda del Mare Nostrum, abbiamo dei musulmani (immigrati compresi), così come viene solitamente trasmessa dai media e dal dibattito politico. E sono essenzialmente tre le "fotografie" che prima sembravano nitide e fedeli, mentre oggi la cronaca ci restituisce sfuocate, facendoci ipotizzare che sia il caso di sostituirle con nuovi ritratti.

1) Il musulmano medievale. È stata sconfessata la diffusa convinzione che islam e modernità siano incompatibili: lo stereotipo che identificava il musulmano "medio" come un retrogrado in ritardo culturale di 4-5 secoli rispetto all'Occidente è stato spazzato via in poche settimane da una generazione transnazionale che non solo padroneggia le nuove tecnologie forse meglio dei giovani di casa nostra, ma che ne ha fatto - primo caso nel nuovo millennio - lo strumento chiave per una ribellione tanto massiccia quanto pacifica.

2) Il musulmano teocratico. Un altro assioma largamente condiviso era l'inesistenza di un islam laico, l'impossibile conciliazione tra questi due termini: i Paesi a maggioranza musulmana - si diceva - possono restare laici solo se guidati da regimi "occidentalizzati", che di fatto negano all'islam diritto di parola nella società e nella politica: era così, infatti, in Tunisia, Egitto, Libia, mentre l'Iran era, specularmente, la dimostrazione di quanto vero fosse l'assioma. I fatti hanno dimostrato che nel Nord Africa, e persino in Paesi della Penisola arabica come Yemen e Bahrein, i musulmani sono scesi in piazza non certo per chiedere l'istituzione della legge coranica o la teocrazia, quanto piuttosto libertà, democrazia, trasparenza, pari opportunità, sviluppo, tutti valori che siamo abituati a definire "occidentali" e che forse ora sarà il caso di chiamare in modo nuovo. Una rivolta "laica", insomma, come ha riconosciuto un attento osservatore quale il gesuita e islamologo Samir Khalil Samir. E anche gli scricchiolii iraniani dicono tutta l'insofferenza di una parte del mondo sciita per la santa alleanza fra trono e altare in salsa islamica.

3) Il musulmano tagliagole. Persino lo spettro di un fondamentalismo ormai congenito al mondo islamico diventa meno spaventoso. Non si deve essere così ingenui da pensare che questa non rimanga una minaccia reale. Tuttavia, è stato definitivamente smascherato il giochino dei vari rais che, per decenni, hanno gonfiato e strumentalizzato questa paura, poiché avevano tutto l'interesse a presentarsi come baluardi della libertà (in particolare della libertà di business degli imprenditori occidentali...). Sappiamo quanto forti siano risuonate, solo pochi mesi fa, le voci dei vescovi che, al Sinodo per il Medio Oriente, denunciavano l'oppressione di molte comunità cristiane e il dramma della diaspora. Un appello confermato dai recenti attentati che hanno colpito le minoranze cristiane, in particolare quello di Alessandria d'Egitto contro i copti. Eppure, è un fatto che nelle piazze di quello stesso Egitto, musulmani e cristiani hanno combattuto insieme e insieme hanno pregato. Ed è altrettanto vero che i fondamentalisti sono stati i primi a essere sorpresi, senza mai riuscire ad assumere il controllo della rivolta.

E a questo punto mi chiedo: tutto questo non potrebbe avere risvolti concreti anche in Italia, contribuendo ad affrontare con minori tensioni e chiusure questioni chiave come la costruzione delle moschee, l'insegnamento scolastico di religioni diverse da quella cristiana, lo spazio da concedere a tradizioni culturali e religiose diverse da quelle nazionali? Questioni su cui sinora le strumentalizzazioni hanno avuto la meglio, ma che prima o poi andranno affrontate e governate. Questioni che chiamano in causa anche il mondo cattolico, che si interroga su cosa voglia dire custodire le proprie radici in un mondo necessariamente plurale.

 

 

 

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Stefano Femminis

Stefano Femminis è nato a Milano nel 1968 e oggi vive a Lecco insieme alla moglie Pamela e ai figli Ester e Michele. Dal 2000 lavora a Popoli, mensile internazionale dei gesuiti italiani, di cui è stato nominato direttore nel 2006 e che ha contribuito a rinnovare profondamente. Quando aveva il tempo di girare il mondo, ha viaggiato diverse volte in America Latina, da cui ha portato a casa alcuni reportage e molti ricordi. Ha lavorato per dieci anni anche ad Aggiornamenti Sociali, il mensile di analisi e intervento sociale dei gesuiti, diretto allora da padre Bartolomeo Sorge.

 

 

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