Il tema del mese
Omelia, lezione di umanità
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 14 febbraio 2019
Le comunità apprezzano le parole di un prete “simpatico” che accompagni umilmente un tratto del cammino delle persone. Un “fratello”, non un maestro, perché uno solo è il Maestro (ed è la sua Parola che deve risuonare, non quella umana).

"Ammonisco ed esorto i frati che nella predicazione che fanno, le loro parole siano esaminate e caste, a utilità ed edificazione del popolo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso, poiché brevi discorsi fece il Signore sulla terra" (FF 99). Così Francesco d'Assisi nella Regola bollata: dopo 8 secoli espressioni ancora significative. L'ultima edizione delle Fonti Francescane, curata dal trentino Carlo Paolazzi, rinvia i termini "esaminate e caste" alla derivazione salmica, commentando così il senso globale delle parole predicate: "Libere da scorie di sapienza umana e mondana, purificate dal fuoco dello Spirito, come a suo modo Sorella cenere".

Non è un caso che l'esortazione apostolica del 2013, al capitolo dedicato all'Annuncio, spenda parole sull'omelia, "la pietra di paragone per valutare la vicinanza di un Pastore col suo popolo" (EG 135), ma anche "il momento più alto del dialogo di Dio col suo popolo" (EG 137). Fondamentale, forse di più che in ogni altro intervento pubblico, lo stile e i contenuti tenuto conto che si tratta di una comunicazione prevalentemente (ma non necessariamente) "top-down", evento oggi rarissimo e pertanto da "maneggiare con cura".

Quando, nel secolo scorso, esisteva un folto gruppo di laici di ogni età per valutare le bozze dei documenti Cei, non era raro che i rispettivi vescovi chiedessero loro un parere anche sulle omelie. Ricordo ancora la vicenda del nostro cappellano (già tornato alla casa del Padre), accusato da alcuni "benpensanti" di "fare politica": in realtà parole evangeliche capaci di metterti in discussione, scuoterti, cambiare mentalità e comportamenti. Così, col pensiero a don Valerio e alle parole di Francesco ("a utilità ed edificazione", "libere da scorie e purificate"), una semplice riflessione che viene da lontano, condivisa più volte con preti amici, non senza ironia da entrambe le parti.

Il celebrante, consapevole dell'importanza dell'omelia, evita l'improvvisazione e la faciloneria (il minimo sindacale richiesto per ogni "lavoro") ed è disposto, umilmente, a chiedere collaborazione (abbiamo presente lo stile sinodale?). Il suo compito di "guida" della comunità non esaurisce ogni altro carisma: fuori luogo pretendere di avere sempre l'ultima parola e avere la risposta, o la citazione, a tutto (clericalismo allo stato puro, anche da parte di quei laici che pendono dalle sue labbra).

Se è parroco, promuove un gruppo della Parola per riflettere e commentare le letture, porre domande e fornire risposte (perché compete a "tutti" i laici) e lui è disposto anche ad "ascoltare", quanti non possono, o intendono, partecipare. La Parola di Dio è incarnata con "la vita e il sentire del mondo" e l'omelia il risultato di una condivisione autentica, frutto della collaborazione fra diverse vocazioni, presbiterale e matrimoniale: non una sfilza di lamentele sull'intero universo (o invettive sugli assenti!), non una predica moraleggiante, non sfoggio di erudizione, né motivo per tracciare un solco (per alcuni un fossato, e senza ponte levatoio), del tutto anacronistico, fra il celebrante e il popolo di Dio.

Saggezza vorrebbe che parli di ciò che conosce così da evitare immancabili figure peregrine quando si avventura su discipline "altre" solo per la lettura di articoli, libri o ascolto di conferenze tirando con l'argano l'impossibile: in un periodo di diminuita autorità sociale del prete (o del vescovo) solo l'illusione di "acquisire un ruolo", cosa non rara incontrata in preti che arrivano qui in vacanza. Ma non significa che i docenti di studi teologici debbano cimentarsi in una "lezione" per mostrare quella che a loro pare la loro immensa competenza, affidandosi a (troppe) dotte citazioni o espressioni anacronistiche (in zona turistica: "L'aoristo che tutti abbiamo studiato al liceo"); o chi è in possesso di un titolo universitario laico argomentare come in aula. Il popolo fra i banchi (della chiesa!) è per sua natura eterogeneo, per cultura ed età e occorre farsi capire, per rispetto del prossimo.

Nella nostra diocesi i numerosi preti o religiosi laureati in matematica, economia, chimica, farmacia, scienze naturali, agraria, ingegneria navale, medicina, scienze infermieristiche ... e tutto lo squadrone dei letterati, storici e filosofi non parlano di algebra di Boole o scala dei venti di Beaufort, ma nemmeno di Calvino, Carlo Magno o Kant. Al contrario, proprio molti di loro, pur facendo tesoro della propria formazione ed esperienza, offrono con grande intelligenza una riflessione (meglio se breve, come le parole evangeliche "feriali") sulla lunghezza d'onda dei fedeli, apprezzata proprio per la sua semplicità. Del resto, come farebbero altrimenti a catturare (e mantenere!) l'attenzione dei chierichetti, dei più giovani, delle famiglie alle prese con figli piccoli in braccio, di chi arriva a fine orario di lavoro o dei molti anziani?

L'omelia allora è frutto sì di una "conoscenza", ma della vita delle persone. E il celebrante - un uomo come tutti, anche se celibe, perlopiù vissuto per anni "separato" e spesso indotto a celare la propria umanità - non è un "imbalsamato" che pronuncia parole fredde che non scaldano né il cuore né l'anima perché "lontane" e distaccate o, peggio, scambiando il pulpito per "cattedra" (superata a scuola e all'università), né l'omelia per una lectio magistralis, un'orazione o un comizio (nella nostra diocesi a un prete abbastanza giovane è stata negata la parrocchia per questo motivo). Molto apprezzato è chi "scende" tra i banchi o almeno parla dal presbiterio, del resto l'"omelia" altro non è che una "conversazione" in cui si commentano le letture. Nemmeno gli esegeti possono ignorare la vita, il linguaggio e il contesto in cui spiegano la Parola, figuriamoci un parroco, chiamato ad annunciarla alla sua comunità.

E per colmare il gap, per conoscere la vita delle famiglie di oggi (assai diverse dalla propria che si è lasciata ieri!) non serve a nulla gettarsi affannosamente nella lettura di libri e riviste popolari (magari "La posta del cuore"), inseguire serie Tv o improbabili blog e neppure, visti i numeri, limitarsi a quanto ascoltato in confessionale. Le comunità apprezzano le parole di un prete "simpatico" che accompagni umilmente un tratto del cammino delle persone, capace di chiedere scusa se necessario, di gioire e soffrire con i suoi fedeli, uno che si sforza con semplicità, per quanto è possibile, di entrare nelle scarpe delle famiglie a lui affidate, in ascolto discreto dei loro vissuti, delle loro attese e speranze, riconoscendo quanto di bello e buono si rivela dietro le pareti domestiche, nel mondo del lavoro, nella società (i "germi" di Bene li ha già posti il Signore, ma occorre aiutarli a crescere, superando anche gli inevitabili fallimenti, indicando l'infinita misericordia del Padre). E lui è un "fratello", non un maestro, perché uno solo è il Maestro (ed è la sua Parola che deve risuonare, non quella umana). O, forse, maestro sì, come la sua omelia una "lezione", ma solo di umanità.

14/02/2019 17:07 Sergio Ventura
Molto, molto bello Maria Teresa! E, credo, ineccepibile...Grazie :-)


14/02/2019 07:40 Francesca Vittoria
L'omelia come dovrebbe essere?"", a modello della parabola, "osservate la pianta di fico e tutti gli alberi, quando già germogliano , capite voi stessi guardandoli, che ormai l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. Osservare,guardare vedere sapere.....tutti verbi che pongono la persona in un ambiente dove avvengono fatti che cadono sotto i suoi occhi, il prete parla a ragion veduta non soltanto riportando per sentito dire. Nei quotidiani ultimi si è parlato del festival e rilevato ....che il festival fosse sotto l'egida di Satana lo si era capito fin dalla sua presentazione....preti,politici,ministri,esorcisti, se la prendono con lo sketch di Virginia Raffaele, colpevole di averlo evocato in una scenetta da indemoniata...(pg7,la stampa), ecco perché sembrava tutto alterato sin dalla presentazione! Che tristezza quella canzone nella quale si ridicolizza la figura più radicale della natura umana, la madre! Un segno dei tempi che qui abbiamo avuto modo constatare. Lasciare il mondo fuori dai muri della Chiesa significa voler ignorare la realtà che è quella di cui ci si interessa invec con la parabola. Gesù Cristo, invece questa di realtà ne fa il punto di discussione, a predicarne il cambiamento, a significare la sua predicazione, a insegnare come contrastarla a indicare e far conoscere Colui che lo aveva mandato a rivelare per che cosa 'uomo era stato creato e non era certo questa bruttura di cui oggi si fa dessert di divertimento. . E'stato proiettato un film "0tobre rosso" , vero esempio di una realtà che è manifesta, presente. Si sono costruite veri gioielli di ingegneria bellica, sottomarini e aerei, miracoli come quelli che medici realizzano in sala operatoria...si crea e si distrugge, ,l'uomo solo con la macchina così potente e in sua balia, affoga tutto quanto di bello e di buono possiede in se stesso per inseguire potere e ricchezza. quanto sono vere le parole "Infatti quale vantaggio c'eche un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? E guarda caso sempre da una notizia riguardante una persona nota, queste parole sono realtà ,fatto motivo per crederle in verità.. Parola divina perché incarnata, che insegne la saggezza di mirare a gioia vera, a aver cura di saper vedere se quello che si va a costruire poggia su salde fondamenta perché altrimenti è un brutto spettacolo vedere un uomo diventato burattino , che non fa neppure ridere tanto dissacra se stesso, lo fa apparire fole, satanico, per questo le omelie sono insegnamenti ammonimenti a guida dise stessi
Francesca Vittoria



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