La croce: peso e scandalo? Confronto con un non credente
di Antonio Buozzi | 01 febbraio 2019
Lo scrittore Andrea Tarabbia: «Quello che mi rimane oggi è di ingaggiare una 'battaglia' con la figura di Cristo, sapendo che posso avvicinarla, ma che mi è difficile amarla»

 

Le parole delle fede possono avere un senso per chi la fede dichiara di non averla? Questa la domanda e la scommessa di Alessandro Zaccuri, giornalista e scrittore cattolico, e di NNeditore con la serie Crocevia, di cui il primo è curatore: affidare a uno scrittore che non si professa cristiano una parola che appartiene a quell'universo culturale e che, nel tempo, è diventata di uso comune, con il rischio di dissolversi in una generica insignificanza e irrilevanza.

La «parola» del secondo volume di CroceVia - Il peso del legno - è «croce», appunto, e l'autore, Andrea Tarabbia, è uno scrittore che ci ha abituato a sondare gli abissi del male, dai terroristi ceceni della strage di Beslan (Il demone di Beslan) alle mente di uno psicopatico pluriomicida russo, Andrej Cikatilo (Il giardino delle mosche). Entrambi i romanzi esplorano la deflagrazione di una violenza reale, non certo finzionale, ma la finzione viene dopo, ed è lo scavo, proprio della letteratura, nella psicologia dei personaggi, alla ricerca della scaturigine profonda del male, così da coglierne se non il senso, almeno la genesi. Per Tarabbia, poi, non di un male qualunque si parla, ma di quello esercitato sulle «vittime assolute», come le definisce, cioè gli innocenti, gli incolpevoli, per opera di chi esercita e abusa del proprio potere sugli inermi.

Ecco, allora, un aggancio alla croce, il luogo per antonomasia in cui si scatena il male del mondo sull'innocente. Ma la croce è, allo stesso tempo, il luogo dello skandalon, la pietra d'inciampo di cui fa cenno la prima Lettera di Pietro, di fronte alla quale le posizioni tra credenti e non credenti si divaricano, in una risposta che per i primi si traduce in una faticosa accettazione del male nella fede, per i secondi, come Tarabbia, in un netto e consapevole rifiuto. Scrive, infatti, "se portare la nostra croce significa anche portare quella degli altri, come se tutti vivessimo in un'enorme bolla di compassione e corresponsabilità, temo che per molti, me compreso, la sequela sia un peso troppo grande, perché la conseguenza finale è l'accollamento della responsabilità di tutto il male, di tutto il dolore, di tutta la sofferenza del mondo". E in un altro passo chiarisce: "E qui che sta, per me, il problema: non si può chiedere a un uomo di portare lo stesso peso, la stessa insopportabile croce che ha portato Dio"

Di fronte all'absurdum della croce e del male verso l'innocente - per Tertulliano uno stimolo ulteriore a credere - Tarabbia si ritrae: "Non riesco però ad accettare l'idea della fede, forse perché essa implica una rinuncia: la rinuncia a capire, a sottomettere ogni cosa allo sforzo intellettuale della comprensione, della conoscenza e dell'esperienza. Ogni cosa che ritengo autenticamente mia, sia esso un oggetto o una persona o il senso della bellezza, lo è perché alla fine mi è spiegabile".

La fede è per lei una rinuncia alla comprensione. Penso invece ad Agostino, al suo «crede ut intelligas, intellige ut credas»...

«E' da tanto tempo che mi sono staccato dal mondo religioso: mi sembrava che quello che si trovava nelle scritture fosse molto più complesso e scandaloso rispetto alla vulgata del catechismo. E' un paradosso che la religione cattolica sia molto più potente e radicale rispetto a quello che ci viene impartito a scuola. Forse se mi avessero raccontato le cose come effettivamente erano nei Vangeli oggi sarei un cattolico fervente. Ma quella vulgata, appunto, era per me inaccettabile: la religione diventava un insegnamento banale che mi chiedeva di credere a qualcosa di intellettualmente assurdo. Quello che mi rimane oggi è di ingaggiare una 'battaglia' con la figura di Cristo, sapendo che posso avvicinarla, ma che mi è difficile amarla».

Nel suo libro l'amore è di fatto assente o poco presente.

«E' vero, forse perché lo associo alla fede. Ad esempio, nello spiegare in chiave religiosa l'origine dell'universo c'è un qualcosa di incompiuto: si passa dal big bang a quel nanosecondo precedente in cui ci sarebbe Dio. Prima si procede in modo scientifico e poi c'è un salto, un mistero in cui bisogna credere. Anche nei libri di teologia spuntava spesso l'idea che devi affidarti al mistero per amore. E allora, qui, mi bloccavo. Perché, sul piano umano, io provo una grande ammirazione per Gesù, ma non riesco a seguirlo. La vita di Cristo, il suo sacrificio mi arrivano con una grande potenza perché si tratta di una storia straordinaria, ma non mi è possibile viverla completamente, perché mi chiede di accettare qualcosa in cui mi è difficile credere».

Com'è che ha accettato, da non credente, la proposta di scrivere un libro sulla parola «croce»?

«Zaccuri, il curatore della serie, mi chiamò e mi disse che potevo scrivere di quello che volevo, parlare anche delle mie esperienze, nella più piena libertà, anche formale. L'importante era che attorno alla parola assegnata vi fosse un materiale di vita vissuta».

Lei sembra essere attratto - penso ai romanzi precedenti - da personaggi estremi, nel bene come nel male...

«E' vero, mi sento in qualche misura coinvolto in quei personaggi che non solo rappresentano il male "assoluto", e compiono azioni che qualunque persona normale non farebbe mai, ma che lo fanno pensando che non lo sia, scambiandolo per un bene o comunque qualcosa di necessario. Così, Cikatilo, che è una persona reale, è convinto di fare un grande servizio al suo Paese eliminando chiunque abbia agito contro il comunismo. Oppure, Marat Bazarev, il terrorista ceceno della strage di Beslan considera quello che sta facendo come un restituire il male che è stato fatto al suo popolo. Sono due figure che portano alle conseguenze estreme una logica che ha delle premesse comprensibili: compiere una qualche forma di violenza come prevenzione o reazione a un male maggiore. Solo che loro non si fermano, non si danno un limite e quindi non arrivano a cogliere di commettere qualcosa di sbagliato».

Alla sofferenza, in particolare riguardo alla malattia del papà che racconta nel libro, lei nega qualsiasi valore salvifico, anzi critica una certa «mistica della sofferenza» che si riscontrerebbe anche in Testori...

«Riconosco che il dolore porta a una maturazione, personale e di rapporto, ma, allo stesso tempo, provo rabbia, una rabbia che soffoca gli altri sentimenti. Però, io e mio padre dopo la sua malattia siamo molto più vicini e ci capiamo di più. Vedo che le mie debolezze sono nella logica del mondo e riesco ad accettarle proprio perché le vedo in lui allo stesso modo».

 

 

 

03/02/2019 11:08 Sara
http://confronti.net/2019/01/la-teologia-e-nemica-del-pensiero-critico-rubrica-teologia-e-societa/

Interessante anche questa riflessione di Ferrario: anche se teologicamente siamo in una stagione piuttosto infelice, penso che le idee ci siano pure a cercarle, manca proprio la cinghia di trasmissione con il sentire comune.



03/02/2019 10:50 Sara
"Anche nei libri di teologia spuntava spesso l'idea che devi affidarti al mistero per amore. E allora, qui, mi bloccavo."

Proprio ieri ci ho ripensato leggendo un articolo su Erik Peterson:

http://www.settimananews.it/bibbia/luca-note-di-esegesi/ autore che conoscevo (tramite Agostino) ma di cui non si stampavano più le opere.
Leggi che è previsto un piano editoriale in 11 volumi piuttosto ampio e interessante.

Purtroppo esiste l'idea che la fede richieda solo il "salto"e non sia possibile affrontarla in termini più razionale.
Ciò produce una frattura tra testa e cuore, frattura dolorosa perché non siamo solo testa e non solo sentimento siamo tutti i due.

Ridurre questa frattura è la vera sfida del cristianesimo attuale secondo me.



02/02/2019 08:05 Francesca Vittoria
Credere in Cristo significa realizzare l'amore, imparare ad essere capaci di amore. Attraverso la Sua Persona che è amore, altre per fede lo hanno imitato, hanno seminato nella loro vita semi di Amore, e, guarda caso, questi semi sono pianta visibile tanto che altre persone apprezzandola la coltivano nella loro vita e questo diventa catena di amore, il bene che accomuna tanti esseri umani, in una bolla? Forse ma anche fatta da tanti singoli e che rimangono tali nella loro fisicità e originalità. Come ben viene descritto da un apostolo dove precisa,che un corpo è fatto di tante membra ognuno di questi ha una sua funzione che lo distingue da un altro così come non tutti sono maestri, o profeti, o scrittori, o musicisti, o pittori, ma tutti sono anche arte, carità, solidarietà bontà, tutto tende al bene, fa parte dell'Amore che ha in Cristo Maestro il suo creatore. Per questa via siamo fratelli in Cristo, e figli dello stesso Suo Padre. Questo mi sento di dire perché è da esperienza, che proviene da croce vista portata con amore dal quale ha fatto seguito ancora gesti di amore e per questo esso è prova di indiscussa verità.che convince come sarà verità tutto quanto produce il male. Siamo liberi di scegliere e di fare per comprendere.
Francesca Vittoria



01/02/2019 09:45 Sara
" "se portare la nostra croce significa anche portare quella degli altri, come se tutti vivessimo in un'enorme bolla di compassione e corresponsabilità, temo che per molti, me compreso, la sequela sia un peso troppo grande, perché la conseguenza finale è l'accollamento della responsabilità di tutto il male, di tutto il dolore, di tutta la sofferenza del mondo"

Avendo dovuto confrontarmi con la disabilità di mio fratello e degli altri ragazzi del centro fin da piccolissima sento moltissimo questo aspetto, però il cristianesimo è l'unico approccio che aiuta in realtà ad accettare il dolore e il suo senso.

Vedendo tutto quello che di positivo c'è, i fiori la mia chitarra le persone a cui volere bene. Non solo Ivan ma soprattutto Alioscia Karamazov.


"E' un paradosso che la religione cattolica sia molto più potente e radicale rispetto a quello che ci viene impartito a scuola."

Questo vale per tutta la storia del cristianesimo, quante persone conoscono Giovanni Della Croce ad esempio? Eppure avrebbe tanto da dire anche a chi cerca e fa fatica a trovare...



01/02/2019 09:38 paola
Avere fede secondo me è quanto di più razionale possa esserci. Io sono un corpo fisico che vedo e tocco ma sono anche i miei pensieri, le mie emozioni, negare un'altra dimensione è come negare una parte di me. Forse l'errore della religione è aver voluto dividere i due aspetti, anche perchè la divisione in qualunque campo non è mai un bene. Secondo me Gesù voleva proprio parlare a quella nostra dimensione meno in vista, voleva aiutare l'uomo a scoprire le sue vere potenzialità. Quella dimensione interiore mi porta inevitabilmente a ragionare in termini di infinito, e l'infinito comprende tutto, anche gli altri, che diventeranno parte di me. Ecco l'amore anche verso il nemico di cui parlava Gesù. Io credo che anche il male possa insegnare a volte, perchè è magari l'indignazione che mi muove, ma l'importante è imparare a estraniarsi dal ruolo del qui e ora, forse è questo che ha creato confusione, estraniarsi non vuol dire rifiutare la vita terrena, ma significa vederla come un'occasione per poter creare già in questo mondo quel regno di Dio di cui parlava Gesù.


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Antonio Buozzi

Antonio Buozzi (Torino, 1959) giornalista e consulente con oltre venticinque anni di esperienza nella comunicazione aziendale in gruppi e agenzie internazionali. Si occupa di temi culturali, soprattutto narrativa, su Lettera 43, dove ha un blog “L’Argonauta”, e ha avuto varie collaborazioni con RaiUno, Corriere della sera, Avvenire. Segue con attenzione anche argomenti sociali, in particolare il fenomeno degli orfani bianchi e degli impatti della migrazione dell’Est Europa, su cui ha realizzato in Romania un reportage breve. Svolge poi attività di relatore e moderatore in rassegne ed eventi a carattere culturale e sociale. Laureato all’Università di Torino in Storia del cristianesimo con Franco Bolgiani, è un appassionato cultore di spiritualità monastica, sia delle origini, sia contemporanea.

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