Nella letteratura
Se il nostro Dio non conosce «la sera del dì di festa»
di Sergio Di Benedetto | 20 gennaio 2019
Al contrario della promessa che tratteggia Leopardi a Cana di Galilea noi vediamo all'opera un Dio che prolunga la festa oltre i limiti, che condivide il vino oltre la sua fine

 

La pagina evangelica delle nozze di Cana è una delle più commentate, essendo, secondo l'evangelista Giovanni, il momento in cui «Gesù diede inizio ai suoi miracoli», quasi raccogliesse in sé molto del ministero e del mistero, anche eucaristico, del Figlio.

Come è consolante, tuttavia, che l'inizio delle azioni di Gesù, volte a manifestare la sua natura di Figlio del Padre e di Salvatore, inizi a una festa di nozze, che celebra l'unione di due giovani, un uomo e una donna, l'aprirsi alla fecondità di vita nuova, il coinvolgimento di amici e parenti nella condivisione della gioia, al punto che non solo la Madre, non solo Gesù, ma anche i discepoli sono invitati alle nozze. E nel momento in cui viene a mancare il vino a quel matrimonio che, secondo l'usanza, poteva durare più giorni, interviene Gesù, facendosi compagno di gioia, garantendo il proseguimento della letizia. Così, con un gesto misterioso, la festa si prolunga: è il dono inatteso del gratuito, dell'eccedente. Nel momento in cui manca il vino, ecco che il Figlio si fa vicino ai due sposi e moltiplica il simbolo della gioia del banchetto.

Il nostro Dio, il Dio che si manifesta nel Vangelo e che Gesù di Nazareth racconta, è un Dio che non vuole la fine della festa, che non tollera il momento della tristezza, che sa prolungare «la sera del dì di festa»: è il un celebre titolo di una lirica di Giacomo Leopardi che rilegge la domenica come simbolo della promessa non mantenuta di felicità, di amore e di pienezza, in contrasto con la serenità della natura, cantata in un noto e bellissimo incipit di derivazione omerica:

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. [...]
(vv. 1-4)

La donna amata invano riposa nella pace notturna, mentre il poeta, al contrario, soffre sia per l'amore non ricambiato, sia per il dolore che sembra smentire ogni aspirazione alla gioia, quasi condannando l'uomo alla sofferenza:

[...] O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e già non sai né pensi
quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
appare in vista, a salutar m'affaccio,
e l'antica natura onnipossente,
che mi fece all'affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
(vv. 4- 16).

Il giorno festivo è passato, senza lasciare traccia di felicità nel poeta, il quale avanza una sofferta meditazione sullo trascorrere del tempo, inesorabile e implacabile:

Questo dì fu solenne: or da' trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell'artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov'è il suono
di que' popoli antichi? or dov'è il grido
de' nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
(vv. 17-39)

È un'esperienza di profonda amarezza; il poeta convoca la giovinezza passata, attesa come si attende la domenica, oggetto di speranze, illusioni, fantasie, svanite però nel consumarsi di quell'età e del tempo, come al tramonto della festa:

Nella mia prima età, quando s'aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s'udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
(vv. 40-46)

È un poeta che sta in veglia per la malinconia che diviene dolore, in quel gesto comune e umanissimo dello stringere il cuscino del letto nel momento dello sconforto.

Se questa è l'immagine della festa e della promessa che tratteggia Leopardi (ricordato in questi mesi per il bicentenario della sua più celebre lirica, l'Infinito, scritta nel 1819), al contrario a Cana di Galilea noi vediamo all'opera un Dio che prolunga la festa oltre i limiti, che condivide il vino oltre la sua fine.

Il nostro Dio non è per «la sera del dì di festa»; il nostro Dio è per la festa piena, condivisa, senza termine alcuno.

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, insegnante di Lettere, è ora assistente di Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.

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