Nell'arte
Paul Klee: l'impossibile volo dell'angelo lontano dalla storia
di Antonio Buozzi | 04 gennaio 2019
Una mostra in corso al Mudec di Mlano è l'occasione per ripercorrere lo sguardo sugli angeli di un grande artista contemporaneo

 

"C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto": così Walter Benjamin in un passo delle sue Tesi di filosofia della storia. Siamo nel 1920, alle spalle c'è l'immane distruzione della prima guerra mondiale. Benjamin si allontana in modo definitivo dalla prospettiva positivista di un'evoluzione della storia segnata da un progressivo miglioramento. L'angelo della storia di Klee, nella lettura di Benjamin, guarda in tralice ("all'indietro") verso le macerie che si sono accumulate nei secoli, mentre una forza impetuosa (un vento che spira dal paradiso) lo spinge continuamente in avanti: "il progresso è quella tempesta", conclude amaramente Benjamin.

Se l'orizzonte del reale è la catastrofe, compiuta o imminente, si capisce allora come l'arte non possa più pensarsi in termini naturalistici. E' significativo che nel viaggio compiuto dall'artista svizzero in Italia tra il 1901 e il 1902, ciò che attrae Klee non è tanto la grande arte classico-rinascimentale, meta obbligata e vagheggiata di tantissimi altri artisti prima di lui, ma quella tardo-antica e paleocristiana, con i suoi simbolismi, il suo primitivismo formale, l'aspirazione a una trascendenza che rappresenta, forse, per l'antichità quello che le avanguardie del Novecento si sono proposte nel superamento dell'arte accademica.

In questo senso va anche colto riferimento al «primitivismo» della mostra "Paul Klee. Alle origini dell'arte" promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 Ore Cultura-Gruppo 24 Ore, curata da Michele Dantini e Raffaella Resch e allestita al Mudec (Museo delle Culture) di Milano (è aperta fino al 3 marzo 2019). Si tratta di un'ampia esposizione con oltre un centinaio di opere, provenienti da importanti musei e collezioni private europee e, in particolare dal Zentrum Paul Klee di Berna.

Il primitivo, nell'accezione che gli dà Klee, è quell'ambito originario da cui si dipanano la storia e l'arte come processo progressivo di chiarificazione, nel tentativo di ristabilire un'armonia tra il momento della genesi della forma e la sua raffigurazione. "Ai primordi del processo di civilizzazione", aveva scritto nel 1908 Wilhelm Worringer, storico dell'arte medievale e riferimento di Klee e degli artisti del movimento espressionista Blaue Reiter, "vige una religiosità che affonda nel terrore. Non si tratta qui di terrore fisico, naturalmente; ma spirituale. Terrore davanti alla multicolore insensatezza e contingenza del mondo delle apparenze". Il passo è citato nel saggio introduttivo al catalogo del co-curatore Michele Dantini. E, non diversamente, scriveva Paul Klee nei diari del 1915: "quanto più spaventoso è questo mondo, come oggi, tanto più astratta è l'arte, mentre un mondo felice produce un'arte dell'al di qua".

Il primo distacco di Klee dall'arte ufficiale si ha nella forma del bozzetto, delle caricature, che danno il titolo anche alla prima sezione della mostra. Si tratta prevalentemente di una serie di acqueforti del ciclo invenzioni del 1903-1905 che, partendo dal modello della satira vignettistica dei giornali e riviste dell'epoca, stabilisce fin dagli esordi il rapporto singolare di Klee con il reale, in termini di una figurazione deformata, poco più di schizzo o bozzetto, lontana da ogni rappresentazione naturalistica. E di questo periodo è anche un primo «angelo» che incontriamo nella mostra: L'eroe con l'ala, figura mitica, ctonia nel suo affondare le radici nella terra in cui sembra essere conficcata, come Prometeo nella roccia.

 

«Klee ha sempre parlato di angeli», osserva la co-curatrice della mostra Raffaella Resch, «a partire da un suo disegno d'infanzia, realizzato a quattro anni d'età, Gesù bambino senz'ali, che il Klee maturo inserisce nel catalogo ragionato delle sue opere. L'incisione - L'eroe con l'ala - della serie Invenzioni, intende squadernare i canoni classici dell'arte, così come Klee l'aveva conosciuta fino a quel momento, per ritornare alle origini, che è il tema della mostra. Si tratta di un angelo tragicomico, nato senza un'ala, che fa enormi sforzi per volare, ma la cui ambizione è costantemente frustrata. La figura angelica, come quella dell'artista, contiene in sé una contraddizione: l'artista è una sorta di essere intermedio, in perenne ricerca di una perfezione, di un mondo iperuranico, ma si scontra sempre con il mondo materiale che, comunque, deve sempre mediare in quanto fonte della sua ispirazione».

C'è una fase della produzione di Klee, gli anni che dalla fine della prima guerra mondiale si affacciano al decennio successivo, in cui la prospettiva catastrofica, comune, nei passi citati, a Worringer e poi a Benjamin, che affiora nella figura dal «terrore» originario», si esprime in Klee come superamento e superiore conciliazione. La ritroviamo nella seconda sezione della mostra, intitolata "L'illustratore cosmico". Qui emerge come lo scopo dell'artista sia di dare a quel magma caotico e oscuro una forma, attraverso un processo di astrazione, di dislocazione su un piano «metafisico», cosmico, appunto.  

«Nell'Illustratore cosmico» spiega Raffaella Resch, «raccontiamo una fase drammatica della vita di Klee, segnato anche dalla perdita in guerra degli amici più cari, come i pittori Macke e Marc. Klee, a modo suo, trasfigura l'angoscia di questa esperienza reinventando se stesso come figura dell'artista-asceta, isolato dal mondo, che realizza miniature alla stregua dei monaci amanuensi nel Medio Evo. In questi repertori Klee ritrova immagini non concepite naturalisticamente, ma nella forma di calligrafie, simbologie, pure espressioni grafiche. C'è una precisa volontà di Klee di creare in ogni opera d'arte qualcosa di perfettamente organico, a sé stante, in cui il dato naturale è equilibrato con quello teorico della rappresentazione, il di più che l'artista dà della sua visione: mostrare ciò che è sotto le cose, nel divenire, con la cura e l'ascesi di un monaco».

 

Dagli anni '30, Klee torna spesso sul soggetto dell'angelo, a partire da un nuovo ciclo di disegni, ciascuno con un titolo rivelatore: sono angeli che non sono riusciti ancora a essere qualcosa o qualcuno, come bambini, che rivelano delle imperfezioni nel raggiungimento di qualità superiori. In questa seconda sezione si ritrovano altri due angeli: l'Angelo dubbioso, del 1938, e una delle opere più affascinanti e misteriose della mostra, Mefisto come Pallade, dell'anno successivo.

«E' un'opera fortemente simbolica», osserva la curatrice. «Rappresenta il tormento della creazione, con la testa di Mefistofele, l'angelo caduto, che si incendia e consumandosi dà luogo alla creazione, in posizione contrastante a Pallade, dea della razionalità. E l'artista si pone in mezzo, come anello di congiunzione. Un soggetto, probabilmente ispirato dalle raffigurazioni degli angeli copti».

Siamo nello stesso anno, il 1939, in cui Klee ritorna altre volte alla raffigurazione di angeli. Ma si tratta, ormai, di angeli in disarmo, che hanno esaurito la loro forza vitale, vanificato il loro impeto ascetico e di trascendenza dalla storia, come in Armer Engel (povero angelo), di una collezione privata, che già dal titolo, sempre illuminante e performante nelle opere di Klee, allude all'impossibilità del compito che lo stesso artista, fin dagli inizi, si era dato: innalzarsi oltre le tragedie della storia sapendo di non avere né entrambe le ali, né la libertà (l'incardinamento della gamba dell'angelo nella fisicità della terra, di cui si è detto in precedenza) di potersi veramente distaccare dall'attrazione del reale. Ecco, allora, che nell'opera che chiude, anche cronologicamente, l'esposizione, prima della sala dedicata alla "stanza dei bambini" e al museo etnografico, compare il drammatico Senza titolo (Angelo della morte): qui l'angelo-Klee è ormai un semplice manichino, un oggetto metafisico come quelli di De Chirico, in attesa di quella morte che lo avrebbe colto, non impreparato, a Muralto, sul lago Maggiore, all'inizio dell'estate di quello stesso 1940.

 

06/01/2019 22:36 Sara
A proposito di angeli: ci sono due ali d'angelo anche sulla copertina di Ghost stories dei Coldplay:

https://www.coldplayzone.it/album/ghost-stories

"And I always
Look up to the sky
Pray before the dawn
Cause they fly always
Sometimes they arrive
Sometimes they are gone
They fly on"

https://www.youtube.com/watch?v=Ap-HeMIKi-c



04/01/2019 07:34 Pit Bum
Due note a margine:
1) nel primo io vedo anche un leone.. quasi a sottolineare la ns origine..
2) nell’ultimo tutto si riduce ad aliti anime forme ove è il colore a rendere il/i sentimenti,
non certo aerei/celestiali bensì foschi/pessimistici/cupi
che mi circondano ancora oggi:
in cui lamorte é solo un meme.



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Antonio Buozzi

Antonio Buozzi (Torino, 1959) giornalista e consulente con oltre venticinque anni di esperienza nella comunicazione aziendale in gruppi e agenzie internazionali. Si occupa di temi culturali, soprattutto narrativa, su Lettera 43, dove ha un blog “L’Argonauta”, e ha avuto varie collaborazioni con RaiUno, Corriere della sera, Avvenire. Segue con attenzione anche argomenti sociali, in particolare il fenomeno degli orfani bianchi e degli impatti della migrazione dell’Est Europa, su cui ha realizzato in Romania un reportage breve. Svolge poi attività di relatore e moderatore in rassegne ed eventi a carattere culturale e sociale. Laureato all’Università di Torino in Storia del cristianesimo con Franco Bolgiani, è un appassionato cultore di spiritualità monastica, sia delle origini, sia contemporanea.

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