Nella letteratura
Di che colore è il nostro Natale?
di Sergio Di Benedetto | 25 dicembre 2018
Nasce il Cristo, e il suo Natale può essere bianco. Ma può anche essere rosso, che è il colore sia del sangue, sia dell'amore. Ne aveva coscienza il poeta svizzero Giorgio Orelli

 

Possiamo dare un colore al Natale: sarà bianco («White Christmas» è il titolo di una celebre canzone natalizia) se la festa incontrerà la neve, che spesso accompagna l'immagine tradizionale di questi giorni. Oppure sarà rosso, come il rubicondo Babbo Natale, ormai icona della festa dei regali.

Ma rosso e bianco possono avere valori ben più alti: perché il bianco è il campo della luce, quella luce che oggi celebriamo perché nata tra gli uomini: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), quella luce di cui è intessuto il Prologo di Giovanni che oggi risuona nelle nostre Chiese. Si tratta di una luce che si diffonde e coinvolge, come ci ricorda il Vangelo della Messa della notte: «Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9).

Nasce il Cristo, e il suo Natale può essere bianco.

Ma può anche essere rosso, che è il colore sia del sangue, sia dell'amore. Può accadere, e accade, un Natale rosso: perché il Bambino che nasce è venuto a salvare, e la salvezza costerà il suo sacrificio, ma sarà un sacrificio di amore donato e pace ristabilita, come diceva Paolo VI:

«Così il Fanciullo divino ci rivela l'ultima parola del mistero: Dio si è incarnato perché ha amato l'uomo e ha voluto salvarlo. Si può accettare o rifiutare l'amore. Ma se lo si accetta, esso apporta al cuore una pace e una gioia indescrivibile: "Pace agli uomini di buona volontà"»

Anche oggi, in questo 2018, ci sono Natali bianchi, o Natali rossi. O forse, anche, Natali più oscuri.

Il Natale sarà rosso là dove è sparso il sangue, là dove ancora la guerra, la violenza, la fame imperversano, o anche dove la lite, il conflitto, la rivalità infettano i rapporti umani. Lo sappiamo: attorno a una tavola imbandita ci possono essere storie che intrecciano contrapposizioni antiche e ferite mai del tutto guarite.

Oppure il Natale sarà bianco dove si respirano l'armonia, la pace, la gioia, la condivisione, il perdono.

Natale bianco, Natale rosso: sempre Natale sarà, e sempre l'annuncio della nascita del Salvatore può abitare ogni piega dell'umano.

Ne aveva coscienza il poeta svizzero (ticinese) Giorgio Orelli (1921-2013), che scriveva in Natale 1944:

 

Nascevi. Le Tue vesti erano rosse?

 

Ma qui la neve orma alcuna non serba

del sangue da Te sparso, d'ogni sangue

dagli uomini versato.

E brillano i capelli

d'angelo sulle fronde sempreverdi,

vecchi uccelli di vetro

tremano, e le smarrite campanelle,

se un bambino le tocca, danno un suono

più fioco dell'infanzia.

 

Come torno a guardare s'apre notte

simile a tante notti inutilmente

chiare nel vasto abbraccio della luna.

Il testo, edito nel 1945 e poi raccolto nella silloge L'ora del tempo (1962), ha in esergo una citazione rielaborata da Isaia: «Quare rubiconda sunt / vestimenta tua?» (Is, 63, 2), che nella versione originale, in italiano, suona così: «Perché rossa è la tua veste /e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino?».

La poesia mette in rilievo il contrasto tra il Natale di quiete e biancore della Svizzera, non interessata direttamente dalla tragedia della guerra in quel funesto 1944, e quello rosso «d'ogni sangue / dagli uomini versato», perché la restante parte del mondo vive la distruzione e la morte.

Eppure, il Natale più vero, sembra suggerire il poeta, è il Natale rosso: «Nascevi. Le Tue vesti erano rosse? / Ma qui la neve orma alcuna non serba /del sangue da Te sparso». Ogni nascita causa il grido del fanciullo e la perdita del sangue suo e della madre.

Ogni inizio non è esente da un peso di sacrificio.

Così, oggi, ci saranno Natali bianchi e luminosi, goduti nella serenità vera, tra bambini che giocano e guardano l'albero addobbato («E brillano i capelli / d'angelo sulle fronde sempreverdi»), ma ci saranno pure Natali rossi, magari vissuti in un letto d'ospedale, o in una casa di riposo, o nell'amarezza per un lavoro che manca, per una lite che non si è rimarginata, per una fuga dalla propria casa distrutta, per la persecuzione che si abbatte sulla fede nel Cristo incarnato.

In tutti, però, può nascere il Bambino dalle vesti (forse) rosse.

A noi la responsabilità di non rendere questi giorni inutili, a noi il compito di non ripetere «Come torno a guardare s'apre notte / simile a tante notti inutilmente /chiare nel vasto abbraccio della luna».

Che qualcuno, anche uno solo, possa sentire il nostro «vasto abbraccio» che porta la «luce degli uomini» (Gv 1,4).

Ma prima dovremo porci la domanda: di quale colore è il mio Natale e il Natale di chi mi sta accanto? E subito a seguire: quale colore posso portare al Natale di quanti incontro?

Buon Natale a tutti: che sia un Natale «chiaro» per il nostro «vasto abbraccio».

 

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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