Nelle case di «Confusianesimo»
di Massimo Pavanello | 13 dicembre 2018
Bussando alle porte per le benedizioni natalizie percepisco che la figura del prete evoca ancora un riferimento comunitario che sfida l'individualismo. Ed è con questo imprinting che incrocio i miei interlocutori

Quando ti si ficca nell'orecchio, sei fritto. Il ritornello di alcune canzoni si accampa nelle trombe di Eustachio senza chiedere permesso. E non se ne va facilmente.

La tradizionale visita alle famiglie, per la benedizione natalizia, lo conferma.

Una melodia mi accompagna in queste fredde serate. Non quella di stagione, però ("Astro del Ciel"; "Jingle Bells"...). Lo stalker melodico è Caparezza, col suo "Confusianesimo".

Il testo dipinge - a parer del musico agnostico - la spiritualità dell'uomo d'oggi: una dimensione trasversale ("Anche gli scettici cercano una risposta"); necessaria per superarsi ("voglio un culto da osservare/ per essere libero di privarmi della mia libertà"); vissuta in maniera olistica ("Vorrei passare per un tipo spirituale/ Come fare?/ Seguo tutte le religioni"); dal finale scontato ("Non mi immedesimo, confusianesimo/ Confusianesimo").

È anche esperienza diretta, non lo nego. I miei incontri non si discostano molto dalla trama musicale.

Le origini di tale sfilacciamento sono molteplici e hanno un fattore comune: la sofferenza fisica, economica, affettiva, relazionale. Dietro ciascuna categoria rivedo dei volti. La solitudine, e spesso c'è, rende la situazione ingestibile.

Bussando alle porte, percepisco che la figura del prete evoca ancora, però, una certa sistematicità esistenziale. Un apparato organico di valori. Un riferimento comunitario che sfida l'individualismo. Ed è con questo imprinting che incrocio i miei interlocutori.

La maggioranza dei parrocchiani mi accoglie in casa, ma si nota che la preghiera è - per lo più - gesto cortese. Prevale, probabilmente, la nostalgia per un mondo ordinato che non è più il loro, ma che è gratificante rievocare.

Taluni invece rifiutano il confronto. Pressoché solo italiani. Quest'anno, il numero di chi ha detto "no" ha raggiunto le tre cifre. Parecchi di questi hanno espresso un diniego secco, quasi risentito. Forse per paura che il protrarsi del faccia a faccia potesse scalfire le loro sicurezze e che la loro coscienza potesse accendere domande autonome.

Ma, si sa, il risentimento (a differenza dell'odio) è sintomo di un amore ferito. E forse la Chiesa qualche cosa da farsi perdonare ce l'ha.

Porte aperte, invece, ho trovato nelle abitazioni dei musulmani. Non ho pregato, ma una stretta di mano ha sempre siglato il saluto. Eppure mi sono presentato non camuffato, consegnando loro una lettera in arabo - preparata dalla Curia - dove si spiega brevemente il mio girovagare invernale. Il testo si apre citando "l'Unico Dio, Creatore dell'Universo", si sofferma sul "Santo Natale del Signore Gesù", e si conclude rammentando che pure i musulmani hanno "una venerazione particolare per Gesù Cristo e Sua madre Maria". Negare, in generale, la complessità del dialogo sarebbe ingenuo. Ma sul tema natalizio, nessuna obiezione. Parlano i fatti.

Non aggiriamo, pertanto, la domanda. Coloro che proibiscono presepi e canzoncine del periodo - invocando il rispetto per le altre religioni - lo fanno per nobile spirito o lo usano come alibi? Una laicità che si scherma dietro ipotetici motivi religiosi, per apparire credibile, è debole.

Come, allora, abbassare il volume del ritornello canterino che mi perseguita?

Il clima in cui viviamo è certamente confuso, come un mare in tempesta, ma non maledetto.

Anche all'inizio della Storia l'acqua sommergeva tutto, ma "lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Gn 1,2). La benedizione ci precede.

La promessa, poi, è quella di un ordine all'orizzonte. Una persona che attrae. In questo senso, il compito - fortunatamente non nostro - è quello "di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef 1,10). La benedizione ci attende.

Caparezza, quindi, ha ragione. Ma è la ragione di chi parla per penultimo.

Switch Off. "Confusianesimo" spento.

 

 

 

13/12/2018 15:21 Sara
Dimenticao: Pietro il Venerabile 1092-1156


13/12/2018 15:12 Sara
Il primo a far tradurre il Corano in latino tra l'altro è Pietro il Venerabile, convinto che l'Islam sia solo un'eresia del cristianesimo e che con i saraceni serva più il dialogo che la spada.



"Con vivo senso ecclesiale, Pietro il Venerabile affermava che le vicende del popolo cristiano devono essere sentite nell’“intimo del cuore” da quanti si annoverano “tra i membri del corpo di Cristo” (Ep. 164, l.c., p. 397). E aggiungeva: “Non è alimentato dallo spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo”, ovunque esse si producano (ibid.). Mostrava inoltre cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani: per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: “In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra essi –, noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana” (J. Leclercq, Pietro il Venerabile, Jaca Book, 1991, p. 189)"



https://sperarepertutti.typepad.com/sperare_per_tutti/2009/10/il-monaco-che-fece-tradurre-il-corano.html



13/12/2018 14:24 Dario Busolini
"I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L'altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio" (Regola non bollata, cap. XVI n.43). Questo è il modo di comportarsi con i musulmani che prescriveva San Francesco nel 1221, che mi sembra assolutamente attuale ancora oggi e che tuttora praticano i cristiani, laici e sacerdoti (ne ho conosciuto qualcuno personalmente), che vivono in luoghi a maggioranza islamica. Il resto sono solo chiacchiere a vuoto, particolarmente fuori luogo dopo un nuovo attentato e all'indomani della beatificazione dei Martiri d'Algeria.


13/12/2018 09:49 Maria
Ci credo che i musulmani accolgano con entusiasmo il prete cattolico. La Chiesa cattolica e’ ormai la loro migliore alleata, la loro estimatrice maggiore, nessuno parla cosi’ bene dei musulmani come i preti cattolici. . La idealizzazione dell’ Islam “ religione di pace” ,che insegna amore e mitezza ai propri seguaci, il Dio unico ( dimenticando la Trinita’ ) il fatto che anche i musulmani credano che Gesu’ Sia nato ( bonta’ loro!) e sia stato un profeta benche’ minore di Maometto , sembra mandare in un visibilio di ammirazione e di melenso sentimentalismo i preti cattolici. Non c’ e’ dubbio che i preti preferiscono i musulmani ai fedeli cattolici, soprattutto a quelli “ critici” a quelli “ rigidi”.
Vorrei chiedere pero’ come si comporterebbero i cari musulmani se il prete senza tante parole e strette di mano e pacche sulle spalle osasse ddare la Benedizione nel Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo , tracciando il Segno della Croce.
Fossi un prete non rinuncerei a fare il segno della Croce nel Nome della Santa Trinita’ , com umilta’ con amore, ma anche con CORAGGIO. Perche’ e’ la Santa Trinita’ che salva, che benedice , e’ Gesu’ Figlio di Dio con la sua croce che puo’ convertire il cuore, non certo ,le strette di mano il volemose tutti bene e le prove generali di dimmithudine, con la Chiesa cattolica grata e sottomessa per qualche briciola di considerazione per Gesu’ e Maria ( certo sempre che si sia sottomessi a Maometto !)



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Massimo Pavanello

Don Massimo Pavanello, dottore in teologia, è incaricato regionale per il turismo e il tempo libero della Conferenza Episcopale Lombarda. Ha sempre affiancato il ministero pastorale con l'impegno giornalistico dirigendo anche periodici dell'Arcidiocesi ambrosiana. Autore di vari contributi su diversi periodici, ha pubblicato alcuni lavori frutto di viaggi missionari.

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