Nella letteratura
L'arpa dell'Immacolata, il Regno e i martiri d'Algeria
di Sergio Di Benedetto | 08 dicembre 2018
La solennità di oggi si intreccia alla beatificazione dei 19 martiri dell'Algeria. Per questa rileggiamo una poesia dedicata all'Immacolata che il rumeno Ioan Ploscaru (1911-1998), vescovo di Lugoj, compose durante tredici anni di prigionia

 

Sappiamo che l'8 dicembre si ricorda l'inizio dell'avverarsi della promessa di Dio, un avverarsi che comincia dalla vita di una ragazza di Nazareth. Nel suo grembo, preservato dalla macchia del peccato originale - così insegna il dogma-, troverà accoglienza il Verbo: quella sarà la 'prima strada' che percorrerà il Figlio di Dio.

Nel Vangelo di oggi risuona una promessa dell'Angelo: il Figlio «regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». In un versetto torna dunque due volte la parola «regno», con la promessa che esso non conoscerà tramonto.

Eppure il regno che oggi si inaugura non è un dominio di potenza, di sopraffazione, di sottomissione. Al contrario, tutto indica l'umiltà, cioè l'humilitas, l'essere prossimi alla terra: è una condizione di servizio, una posizione di abbassamento, è la prospettiva di chi guarda dal basso e non dall'alto.

Allora assume veramente un grande significato la beatificazione che oggi si celebra in Algeria, a Orano, di 19 martiri delle guerra civile che ha insanguinato il paese arabo negli anni '90 del secolo scorso. Tra i 19 martiri dell'estremismo islamico (tutti religiosi uccisi tra il 1994 e il 1996), i sette trappisti di Tibhrine, sei suore e il vescovo di Orano, Pierre Claverie (ucciso insieme al suo autista musulmano).

La scelta di rimanere in un paese in fiamme per continuare a servire i fratelli (anche se di religione diversa), per non rinunciare alla prossimità alla terra, per vivere il Vangelo costruendo il Regno della pace, per fedeltà a Cristo: è in quest'ottica che possiamo leggere la beatificazione dei martiri algerini, con cui si chiude un Novecento dalle mani insanguinate, il secolo che ha visto più martiri in assoluto nella storia della Chiesa.

Per questo acquista più valore, oggi, leggere e pregare una poesia dedicata all'Immacolata che il rumeno Ioan Ploscaru (1911-1998), vescovo di Lugoj, compose durante tredici anni di prigionia: incarcerato nel 1951, sottoposto a un regime durissimo che prevedeva l'isolamento e la tortura, come forma di resistenza compose mentalmente e imparò a memoria quasi cento testi, non potendo avere in cella né un foglio né una matita. Come lui, in prigione, in quegli anni di dittatura comunista in Romania, vi erano altri 11 vescovi cattolici: 7 di loro, 7 come i martiri di Tibhrine, morirono a causa delle violenze subite.

Con questi versi uniamo, in una metaforica corona, tutti i martiri del Novecento, tutti morti per «il Regno che non avrà fine».

 

L'arpa dell'Immacolata

 

Tu hai fatto, Signora, del mio cuore
un'arpa per cantare il Tuo potere
e le hai posto una sordina,
perché l'eco che ne viene
non profanasse il Tuo silenzio.

Restano mute le mie labbra
come gli agnelli al sacrificio,
solo le lacrime cantano a Te la fedeltà.
Le mie Muse, le sole sulle corde di quest'arpa:
Amore, Dolore, Deserto.

L'Amore-fiamma Ti canta un'ode,
l'amore virtù eterna,
e il ferro si intenerisce
al suo fuoco santo
in una rugiada di pace interiore.

L'Amore-vita,
una fiamma guizzante,
non c'è acqua che lo sappia spegnere,
né le mura di ghiaccio
né le porte d'acciaio
né la morte lo possono vincere!

L'amore martire
dietro le grate e le chiavi
trasforma le sbarre in lire,
e su di essa canta
la vita in un inno di adorazione!

Il Dolore sulla croce
tra chiodi e spine
Ti dona come calice il cuore affranto,
nell'animo porta
luce e gigli
e in catena Ti benedice!

Il Dolore che abbevera
con aceto e fiele
è un raggio di sangue verso di Te:
con le sue spine, lentamente,
incide nell'animo
l'effige della Vergine divina!

Il Dolore che arde
come il ferro quando fonde
lo rende, attraverso il sacrificio, mille volte più forte;
adora sulle proprie corde
il Crocifisso
e Ti celebra, Immacolata!

Il Deserto che tace
sotto le volte fredde
riverbera in onde il proprio nulla,
e fa del tuo animo
un ornamento d'eternità
come taglia un artista il diamante.

Il Deserto nella schiavitù
si consuma nel silenzio
e attende dimenticato sulla croce,
affinché solo il Signore gli sia
una ricchezza indicibile
per mezzo del Cuore Immacolato!

Il Deserto che piange
tra gli abissi del vuoto
sulle labbra mi ha messo la poesia,
con lettere di sangue
sull'animo ha scritto
il tuo nome soave: Maria!...

Come la candela accesa
si consuma nell'offerta,
come canta il deserto nel suo silenzio,
così, sfiorando la mia arpa,
trasformo per Te sull'altare
il mio dolore in amore e pace.

(tratto da Ioan Ploscaru, Le sbarre, le mie croci. Poesie dal gulag rumeno (1951-1964), Edizioni Feeria, Panzano in Chianti, 2017)

 

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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