Nella musica pop
Gesù, Pilato e «La verità»
di Sergio Ventura | 24 novembre 2018
Si può pensare che il prefetto della Giudea, rientrato nel Pretorio dopo aver tentato di liberare Gesù, abbia sentito le seguenti parole: «ma l'hai capito che non serve a niente/mostrarti sorridente/agli occhi della gente/e che il dolore serve/proprio come serve la felicità»?

Magritte, La ricerca della verità, 1963

 

Ponzio Pilato. Colui che da un lato ebbe in sorte di essere il prefetto della Giudea nel tempo del processo a Gesù. Colui che, dall'altro lato, ha scelto di restare nella memoria umana come simbolo del Potere che si lava le mani (Mt 27,24) del sangue di un innocente indifeso che sta per essere versato, e che trasforma le inimicizie tra potenti (quale era anche Erode) in amicizie (Lc 23,12) fondate sul capro espiatorio di turno. Ma Pilato è anche colui che una certa tradizione cristiana - apocrifa, etiope, copta - ha piano piano santificato come simbolo del Potere pieno di scrupoli e dubbi - personali (Gv 18,38; 19,4.6.12) e della moglie (Mt 27,19), sino alla immaginata conversione con martirio finale o al suicidio sotto un imperatore (Caligola) niente affatto amico.

Questa tradizione che nobilitò la figura di Pilato è, in parte, certamente legata al tentativo strategico dei primi cristiani di non inimicarsi l'Impero Romano, ma in parte sinceramente mossa dalla fiducia e speranza cristiana nella conversione dei Potenti. In ogni caso, costituisce un grande fiume in cui, meditando sul brano evangelico di oggi nel suo più generale contesto del dialogo tra Gesù e Pilato, ho avuto la tentazione di incanalarmi, quando si è presentato alla mia mente un passaggio della canzone di Brunori Sas, dal video 'natalizio' ed intitolata non a caso La verità.

 

https://www.youtube.com/watch?v=AUPIKaT7pI0

 

Nei vangeli canonici in realtà, di fronte alle accuse del Potere religioso (Gv 18,29-30; 19,7), la cui eco risuona nelle domande poste dal Potere politico (Gv 18,33.35.37; 19,9-10), Gesù risponde - soprattutto nei vangeli 'sinottici' - con il silenzio (Mc 15,5; Mt 27,14; Lc 23,9) e - solo nel vangelo 'pneumatico' - con frasi impolitiche e non violente incomprensibili alle precomprensioni politico-militari di Ponzio Pilato (Gv 18,36-37; 19,11). Questa scelta redazionale, sia ben chiaro, ha un senso - ed un senso potente che perciò non deve essere sottaciuto - relativo alle modalità con cui si dovrebbe fronteggiare il Potere politico quando ci è ostile.

Ma, volendo immaginare cosa avrebbe potuto o voluto dire Gesù a Pilato, oppure cosa Pilato ha immaginato che Gesù gli avrebbe potuto o voluto dire, si può pensare che il prefetto della Giudea, rientrato nel Pretorio dopo aver tentato di liberare Gesù in onore della festa di Pesach (Gv 18,39), abbia sentito le seguenti parole: «ma l'hai capito che non serve a niente/mostrarti sorridente/agli occhi della gente/e che il dolore serve/proprio come serve la felicità»? E chissà se Pilato, indispettito per la risposta o ispirato da quest'ultima nel suo tentativo di placare la folla attraverso un duro castigo (Lc 23,16.22), abbia perciò fatto flagellare Gesù, permettendo che lo mascherassero da re coronato di spine e lo deridessero schiaffeggiandolo (Gv 19,1-3).

In modo analogo, dopo gli insistenti tentativi effettuati da Pilato per liberare un uomo (Gv 19,5) decisamente non colpevole (Gv 19,4.6.12), ma falliti per l'accusa rivolta al prefetto della Giudea - da parte della folla sobillata dal Potere religioso (Mc 15,11; Mt 27,20) - di non essere amico dell'Imperatore (Gv 19,12), si può pensare che Pilato abbia sentito nel Pretorio anche le seguenti parole: «ma l'hai capito che non ti serve a niente/sembrare intelligente/agli occhi della gente/e che morire serve/anche a rinascere»? E dunque, stante la non opposizione di Gesù al volere del Potere religioso (Gv 18,31-32; 19,6-7.15), abbia acconsentito a farlo crocifiggere.

Se però il dialogo avesse potuto proseguire, magari con le forti ma affettuose esortazioni rivolte ad altri personaggi evangelici, immagino un Gesù pronto a far notare a Pilato il ruolo avuto dalla paura (Gv 19,8), sia in questo repentino cambio di decisione che nell'averlo poco prima voluto salvare per la possibile presenza divina in lui (19,7), ma immagino anche un Gesù capace di far emergere con delicatezza l'insoddisfazione di fondo legata a tale paura 'pilatesca': «te ne sei accorto, sì/che tutto questo rischio calcolato/toglie il sapore pure al cioccolato/e non ti basta più»?

A questo punto, perché non ritenere possibile che Ponzio Pilato abbia annuito con il capo, ripetendo sottovoce - e poi nel cuore e nella mente - quel lapidario «...e non ti basta più...»? Pronto ora ad accogliere da Gesù - o dal se stesso nello specchio - la franchezza di queste parole: «te ne sei accorto, sì», che eri partito «per scalare le montagne» - per diventare prefetto di una grande provincia, ma poi ti sei fermato «al primo ristorante» - la Giudea dell'epoca? E che ora «non ci pensi più», «non ci credi più», quando «passi tutto il giorno a disegnare/quella barchetta ferma in mezzo al mare/e non ti butti mai», perché «non c'hai più le palle per rischiare/di diventare quello che ti pare»?

Ondivago, altalenante, sempre alla ricerca di un Potere sotto la cui ombra ripararsi, per poi avere anche solo un minimo riconoscimento del proprio potere (Gv 19,10), Pilato sarebbe invece ora pronto a non relativizzare più la verità - domandando a Gesù "cosa è (la) verità?" (Gv 18,38), bensì ad ascoltarla e praticarla. Perché, chi come Pilato ha desiderato, cercato, ottenuto, mantenuto il Potere, sa anche il motivo per cui si resta aggrappati anche ai frammenti di esso: «la verità è che ti fa paura/l'idea di scomparire/l'idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire»; così come sa anche ciò che sarebbe scritto in ogni cuore: «la verità/è che non vuoi cambiare/che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose/a cui non credi neanche più».

Sì, «a cui non credi neanche più»: ormai a-teo nel profondo rispetto al proprio 'dio' che sta ancora recitando di servire. Consapevole che per cambiare, per convertirsi, Ponzio Pilato dovrebbe assentire non solo al fatto che la verità c'è, ma soprattutto alla possibilità che essa abbia 'attributi' diversi da quelli a cui è stato educato, in cui è cresciuto e si è affermato, che sino alla fine ha difeso. Ma, per Ponzio Pilato - come per tutti coloro che si rispecchiano nei "versi generazionali" di Brunori Sas, esiste tale verità?

 

 

 

 

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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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