Nalla musica pop
Sorella morte
di Sergio Ventura | 02 novembre 2018
"Cosa dobbiamo fare prof?". La domanda posta dagli studenti quando la morte bussa alla porta e la risposta impossibile, tra ascolto, musica e testimonianza.

 

 

 

 Da quando insegno stabilmente – ormai quindici anni – c’è una scena che si ripete fissa nelle aule. Vorresti non avvenisse mai, ma non puoi: così vuole la natura delle cose. La campanella è suonata. Varchi la soglia dell’aula. Vedi gli studenti radunati in un capannello. L’atmosfera, però, è sommessa, strana. Ti avvicini. Strofinano velocemente il volto con le mani. Tentano di nascondere l’ultimo tabù rimasto: le lacrime. O la morte. Fate voi…

Il ragazzo che nel 2005 perde il controllo del motorino sulla Salaria davanti alla madre che lo seguiva in macchina per portare a scuola il fratellino. Il papà che nel 2011 crolla nello spogliatoio davanti al figlio insieme al quale aveva appena giocato la partita di calcetto. Il fidanzato che poche settimane fa viene investito da una macchina nell’unico attraversamento pedonale senza semaforo del trafficato tratto inziale di via Nomentana. Che il coma duri tre mesi, tre giorni o tre secondi è indifferente: “appuntamento col destino ma non so se sopravvivo, se mi chiedi qual è il motivo non lo so, io non lo scrivo” – cantava dieci anni fa Tommaso Zanello (più noto come Piotta) in memoria di Alessio e Flaminia, falciati di sera da una macchina passata col rosso all’incrocio tra via Nomentana e viale Regina Margherita.

«Cosa dobbiamo fare, prof.?», ti chiedono gli studenti all’unisono. Ma in realtà tu sei il primo - ogni volta – a non saperlo. Tergiversi. Poi acconsentono al tuo avvicinarsi, forse sono contenti, forse hanno qualche timore. Ti siedi tra di loro. E comincia quello che oggi possiamo chiamare, con un’efficace immagine di Papa Francesco, l’apostolato dell’orecchio. Ascolti. E poi ascolti. E poi ancora ascolti. Parole sgomente, sincopate, intervallate da qualche singhiozzo, o da qualche sorriso nervoso. Al di qua di ogni spiegazione ragionevole - che sono consapevoli prima o poi dovrà farsi spazio, la convinzione di aver subito un’ingiustizia è talmente forte da permeare l’aria: ti piomba addosso, ti si appiccica. Al punto che vorresti parlare solo per interrompere questo strazio.

Una nuova domanda, questa volta al singolare, ti tenta fortemente: «cosa devo fare, prof.?». Ma tu non devi rispondere. Resisti. Altrimenti falliresti. E feriresti. Allo stesso modo, secondo quanto protestano i ragazzi, di come falliscono e feriscono le mille parole religiose o scientiste che cercano di circuirli in questi momenti: dal «prega Dio che lo salvi» dell’amico credente occasionale, al «tieni duro, ce la potrebbe fare» dell’agnostico medico di turno. In realtà, troppo spesso parole equivoche o «vuote» che provano a “colpirla nel cuore”, inutilmente, “perché la morte mai non muore”.

La tensione si alza. I compagni la reggono con difficoltà. Chi si alza e va alla finestra. Chi esce per andare un attimo in bagno. Chi resta vicino ed offre un abbraccio o una carezza. Chi ti guarda e vorrebbe che tu parlassi. Ma non è il momento. Non sai mai se è il momento. Forse non è mai il momento. Per questo dentro di te chiedi a qualcuno di preservarti dal causare danni.

Al terzo «cosa devo fare, prof.?», forse proprio quel qualcuno ti spinge a rompere il prolungato silenzio e a domandare: «Veramente lo vuoi sapere? ». «Sì, prof! ». Ed allora confessi innanzitutto di non poterti immedesimare – e dunque capire - fino in fondo, perché la morte ‘ingiusta’ ti ha solo sfiorato. L’amico del ginnasio con cui cascasti in motorino dietro piazza Navona, procurandoti una cicatrice poi nascosta sotto l’accenno di barba che ancora oggi ti copre il mento. Il compagno di liceo più grande che in gita aveva rincuorato le tue insicurezze adolescenziali con un discorso – quello sì - da re. La tua piccola cugina di parte paterna. Il tuo già grande cugino di parte materna. Persone care, carissime. Mai la persona amata. La morte ti ha stretto il cuore, non te lo ha frantumato.

In secondo luogo, esorti chi ti ha interrogato ad agire in direzione contraria rispetto a quelle parole che sembrano tanti ‘tappabuchi’ pronti ad arginare il fiume di dolore che trabocca da ogni parte. Tirarla fuori, dunque, questa sofferenza: sfogarsi, piangere, arrabbiarsi – con Dio se necessario, giammai tenere tutto dentro dove quel dolore presto o tardi s’incarnerà in mostri che potrebbero non abbandonarti più. Tenersi strette, invece, quelle persone che ora ti vogliono aiutare. Forse diverse da quelle attese – e ciò farà male, ma proprio quelle cui devi permettere di starti vicino, di aiutarti, di amarti, anche in silenzio.

E se fosse stata organizzata una festa a sorpresa per il compleanno dell’amato, o un viaggio regalo per l’anniversario d’amore, devi trovare il coraggio di sussurrare la possibilità di vivere questi presenti in assenza immaginando, creando qualcosa di bello e al contempo semplice, nonostante “un finale cosi amaro che si incolla in gola”, nonostante “un pugno sulla bocca blocca la parola”.

 Certo non per imbellettare la morte ma per trasfigurarla, mantenendo vivi nel pensiero i “sogni” incoscienti e folli, quanto “fatto” nonostante i mezzi poveri, il “meglio” raggiunto “passo su passo” – come ha provato a fare Tommaso (prima ancora di Piotta), in seguito alla morte per tumore dell’amico rapper David (Primo Brown) nei “giorni freddi” del capodanno 2016, dopo averci già regalato qualche anno fa la sua preghiera laica dedicata alla mamma portata via dal medesimo male. Cosa è il rito della sepoltura, infatti, se non un profumo di fiori, delle luci soffuse e nel nostro caso – come in alcuni camposanti – musiche diffuse per “tutto quello che è stato di te, di noi, di lei, di me, di voi e poi…”?

Sarà un percorso difficile - non v’è dubbio, soprattutto se pensiamo a quanto veramente, per molti ragazzi occidentali, la morte è divenuta oggi il grande inatteso, il talmente improvviso da farli apparire del tutto sprovveduti, con l’aggravante che tanto più le scuole sono d’élite, quanto più è raro l’incontro con insegnanti in grado di offrire strumenti culturali-esistenziali per arrivare un po’ meno impreparati al memento mori.

Solo alla fine di questo percorso, forse, si potrà testimoniare – come fece una mamma il cui ricordo mi è caro e che perse il promesso sposo a pochi mesi dalle nozze – il paradossale sentimento di imbarazzo quando accanto al ricordo imperituro dell’amato scomparso emergeva dal profondo un grazie a sorella morte per aver conosciuto poi lo sposo di una vita. Solo allora, forse, potremo dire con le parole laicamente spirituali di Tommaso, probabilmente il rapper italiano che più ha onorato con la sua musica questo tempo della vita: “se il motivo lo chiedi in alto forse ti risponderanno, ma tu prega mamma prega che se mi cerchi io ti sto accanto”…

 

 

10/11/2018 00:10 Sergio Ventura
Grazie per la 'sentita' condivisione Sara93 :-)


09/11/2018 18:02 Sara93
Sono lieta di sentire che qualcuno parli della tematica del lutto! È vero che non se ne parla mai e che per questo, ma anche perché per fortuna siamo meno abituati che in passato ad incontrarla quotidianamente, quando arriva siamo doppiamente impreparati (perché un po' impreparati lo si è sempre).
Penso che nella scuola effettivamente un minimo si possa affrontare la questione, per esempio all'interno dell'ora di religione, o con un professore di greco/latino o di italiano..o semplicemente quando capita, con il primo professore disponibile che capita.
Ricordo due esempi positivi.
Il primo è quando il professore di storia e filosofia ci diede da leggere "storia della morte in occidente" di Philippe Ariès; soprattutto mi ricordo l'interrogazione di uno dei nostri compagni di classe, che, evidentemente, da questo libro aveva davvero tratto qualcosa.
Il secondo è un documentario dal titolo "Intorno alle ultime cose" che era stato proiettato dalla madre di una nostra compagna di classe. Lei è proprio l'autrice del documentario e, in accordo con sua figlia e con gli organizzatori della autogestione, si era occupata di venire a scuola con il proiettore, interodurcelo e poi parlarne un pochino insieme dopo.
Entrambi questi testi mi sono rimasti molto dentro negli anni, e anche ora;e li ho incontrati grazie ala scuola



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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