Il tema del mese
2019: la missione è finita?
di La redazione di VinoNuovo | 31 ottobre 2018
Dal 1990 ad oggi il numero dei missionari italiani sul campo è calato di ben due terzi, da oltre 24.000 a circa 8.000 (compresi 3.000 volontari laici). E la loro età media arriva quasi a 70 anni...

Dal 1990 ad oggi il numero dei missionari italiani sul campo è calato di ben due terzi, da oltre 24.000 a circa 8.000, compresi 3000 laici. E l'età media dei religiosi missionari a vita si aggira sui 68 anni. A partire da questo dato - e subito dopo la tradizionale celebrazione ottobrina della Giornata missionaria mondiale - il Tema del mese pone la seguente domanda: 

2019: la missione è finita?

Chiunque lo desidera - sia tra gli autori di VinoNuovo sia tra i lettori - può partecipare inviando il proprio contributo (anch'esso breve e concreto...) all'indirizzo mail iltemadelmese@gmail.com; la redazione lo pubblicherà nella forma grafica identificata dal colore sullo sfondo.

Le regole per partecipare, oltre a quelle di concisione ed educazione comuni a qualunque blog, sono semplici: la pertinenza (attenersi alla domanda, NON ad eventuali altri testi già pubblicati) e la possibilità di intervenire di norma una sola volta.

Man mano che verranno pubblicati i link agli articoli saranno pubblicati anche qui sotto:

 


Conigli, pecore e delfini di GILBERTO BORGHI
02/11/2018 10:20 Sara
"come conversione da un annuncio basato sugli schemi della tradizione ad un nuovo modello di testimonianza cristiana autenticamente missionaria con tutti i cambiamenti che ciò comporta) deve ancora cominciare"

Il problema è che il primo passaggio (quello dagli schemi tradizionali) è avvenuto più che abbondantemente solo non è seguito il momento successivo ( la fede consapevole che secondo alcuni sarebbe avvenuto in automatico) ma una specie di vuoto.

Anche Paolo Prodi nel suo Dosetti e le officine bolognesi polemizza con chi è ancora fermo a combattere contro i "mulini a vento del clericalismo conservatore" (pag 139) mentre quel mondo li è scomparso da decenni.

Se si è diventati terra di missione invece di missionari ci sarà un motivo.


Forse servirebbe un VatIII, magari con qualcuno dal profilo intellettuale più consistente dell'attuale corte pontificia.



31/10/2018 16:49 Dario Busolini
La missione ad gentes non è finita ma ha cambiato protagonisti: coloro che fino ad un tempo recente erano oggetto di evangelizzazione da parte dei nostri missionari ora sono diventati parte di chiese locali ormai stabilite e cresciute che, a loro volta, inviano missionari altrove, Italia compresa. Dove, per l'invecchiamento della popolazione e del clero, la situazione è quella che è e la missione (intesa non ad gentes o ad intra ma come conversione da un annuncio basato sugli schemi della tradizione ad un nuovo modello di testimonianza cristiana autenticamente missionaria con tutti i cambiamenti che ciò comporta) deve ancora cominciare.


31/10/2018 15:01 PietroB
Per qualcosa che si muore.. altro nasce!
Vedevo ieri su GEO una ragazza laica che si è data negli slum di Naitobi, così felice della esperienza fatta, così triste della sua fine...
Chiedo; a fronte di quei bambini che passano il loro tempo respirando kerosene o colla..
1) che fare?
3) serve il proselitismo?
4) oppure servono aiuti?
5) ha senso se in una mano Cristo e nell’altra la pagnotta?
6) forse oggi gli unici missionari “sensati” sono Charles de F, i monaci di Tib, Asia Bibi..
Cioè i TESTIMONI.



31/10/2018 14:05 giuseppe Risi
Sono propenso a pensare che la risposta corretta alla domanda posta dal tema del mese non possa che essere affermativa: sì, la missione è finita. Nel senso che l’attività missionaria portata avanti da decenni (o da centinaia di anni) dalla Chiesa italiana e occidentale presso i popoli di nuova o recente evangelizzazione oggi non trova più una chiara ragion d’essere.
E’ vero che la missione è prima di tutto una dimensione della persona, che mette in gioco la sua testimonianza di fede. Per cui fino a che ci saranno persone credenti e testimonianti ci sarà una missione attiva. Ma quando questi cristiani missionari si spingono a testimoniare la loro fede presso popoli lontani, con tradizioni e culture differenti dalle nostre, non possono che farlo in virtù di un mandato, di un incarico che ricevono dalla loro Chiesa locale, rappresentando i frutti maturi di una ricchezza di fede e di vita comunitaria che non può non essere condivisa con altri popoli e comunità.
Dobbiamo quindi chiederci quale sia la ricchezza di fede e di vita ecclesiale che la Chiesa italiana è oggi in grado di portare, come ricchezza da condividere, ad altri popoli nel mondo.
Francamente, da questo punto di vista, vedrei meglio l’Italia come terra di missione, quindi come popolo che necessita di missionari che vengono da lontano a portarci una nuova ricchezza di fede e di vita cristiana che una nazione con una Chiesa capace di esportare missionari nel mondo.
Non c’è quindi da stupirsi se i missionari italiani si siano numericamente ridotti di due terzi in 20-30 anni.
Non voglio giudicare la fede dei singoli cristiani, pur consapevole della grave difficoltà in cui ci troviamo quando dalle enunciazioni generali e teoriche (tanto diffuse gratuitamente nelle prediche domenicali dei nostri santi pastori) cerchiamo di capire i risvolti pratici delle essere cristiani nella vita quotidiana oggi. Ma la realtà della nostra Chiesa italiana, delle diocesi e delle comunità parrocchiali, è quella di una Chiesa triste, delusa del mondo, consapevole di aver perso la partita con la secolarizzazione, ma incapace di cambiare modello. Abbiamo ancora in testa una Chiesa-società-istituzione cristiana, pervasiva nella società, che riproduce e propone uno stile di vita che si vuole costume condiviso da tutti. Ma non è e non sarà più così. Dobbiamo ancora prenderne atto e girare pagina, per noi e per i nostri figli. Poi saremo anche in grado, forse, di aver qualcosa da proporre anche agli altri popoli.
GR



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