Nella letteratura
Volere la luce o preferire la nebbia?
di Sergio Di Benedetto | 28 ottobre 2018
Il Vangelo di oggi ci invita a chiedere occhi nuovi per vedere la luce. Ma noi sappiamo osare come Bartimeo, o preferiamo abbassare lo sguardo nella nebbia, come cantava Pascoli in una sua celebre poesia?

C’è un mendicante cieco al centro del Vangelo di oggi: è Bartimeo, un uomo afflitto, che «sedeva lungo la strada a mendicare». Chiedere è dunque la sua azione quotidiana: allungare una mano, avanzare una richiesta di aiuto per l’oggi. Tuttavia si tratta di una richiesta nata da una necessità impellente, da limiti stretti: sopravvivere.

In questa quotidianità segnata dall’impossibilità del vedere, irrompe «Gesù Nazareno»: Bartimeo non può vedere, può solo sentire, e il suo orecchio coglie che sta passando, in uscita da Gerico, Gesù. È la rottura della quotidianità più buia e senza speranza: il mendicante si mette a gridare, sfida i rimproveri dei presenti, alza la voce per attirare lo sguardo del Nazareno su di sé, getta il mantello, balza in piedi: strappa cioè lo schema sempre uguale della sua vita ai margini, chiusa nel buio in attesa di una moneta che cada nella mano tesa.

Infine, ecco la richiesta: «Rabbuni, che io riabbia la vista!». Capiamo che Bartimeo non era cieco dalla nascita, che una volta i suoi occhi erano in grado di vedere, occhi che poi si sono spenti. Ma la nostalgia della luce, il desiderio di vedere non lo hanno abbandonato, e così ha il coraggio di spezzare il grigio ritmo della sua vita per osare la domanda radicale: tornare a vedere.

È una bella lezione per noi, spesso avvolti nello squadernarsi monotono dei nostri giorni, schiacciati forse da ferite e afflizioni, pigrizie e paure. Bartimeo ci indica una soluzione: non smettere di chiedere, non cessare la mendicanza, e insieme coltivare la speranza di una luce, avendo il coraggio di alzarsi per chiedere di ‘tornare a vedere’.

 

Ci vuole forza, fede e audacia per ‘guardare’, per uscire dal nostro mondo un po’ ingrigito e domandare ancora a Gesù Nazareno di poter vedere la nostra vita con occhi rinnovati, perché non raramente ci accontentiamo del mediocre, dell’immediato, di ciò che poco ci costa e poco ci impegna. È l’accontentarsi, non inteso come segno di umiltà, ma come gesto di accidia. Perché, in fondo, non alzare gli occhi ci rassicura, non ci mette in discussione, ci dona una falsa ma rassicurante protezione.

Lo sapeva bene Giovanni Pascoli, che in una sua nota poesia, Nebbia, tratta dai Canti di Castelvecchio, esprimeva il desiderio di godere di uno sguardo limitato, dentro le barriere, evitando la lontananza, la profondità, l’orizzonte ampio:

 

 

Nebbia

 

Nascondi le cose lontane,

tu nebbia impalpabile e scialba,

tu fumo che ancora rampolli,

su l'alba,

da' lampi notturni e da' crolli,

d'aeree frane!

 

Nascondi le cose lontane,

nascondimi quello ch'è morto!

Ch'io veda soltanto la siepe

dell'orto,

la mura ch'ha piene le crepe

di valeriane.

 

Nascondi le cose lontane:

le cose son ebbre di pianto!

Ch'io veda i due peschi, i due meli,

soltanto,

che danno i soavi lor mieli

pel nero mio pane.

 

Nascondi le cose lontane

Che vogliono ch'ami e che vada!

Ch'io veda là solo quel bianco

di strada,

che un giorno ho da fare tra stanco

don don di campane...

 

Nascondi le cose lontane,

nascondile, involale al volo

del cuore! Ch'io veda il cipresso

là, solo,

qui, quest'orto, cui presso

sonnecchia il mio cane.

 

L’invocazione pascoliana è il contrario di quella evangelica: non si staglia il «che io riabbia la vista», ma ritorna il Leitmotiv «nascondi le cose lontane». È un Pascoli sofferente, ferito per il lutto, ormai lontano ma mai superato, della morte violenta del padre: «Nascondi le cose lontane, /nascondimi quello ch’è morto».

Richiesta umanissima di oblio e nascondimento di ciò che provoca dolore, «le cose ebbre di pianto»; esigenza di evitare quanto sappia di rischio: tra tutti, il più grande è quello di amare, che dona gioia ma che sempre ha un costo, per cui meglio sarebbe nascondere «le cose lontane /che vogliono ch’ami e che vada!».

Rimanere fermi, rimanere seduti, non gettare il mantello, non gridare, non volere la rottura delle ragnatele quotidiane, non rischiare l’amore, non desiderare la luce piena; al contrario, godere della nebbia: tentazioni e tensioni che abitano ogni cuore.

 

A noi, come sempre, rimane da scegliere se prendere la via di Bartimeo o quella di chi, invocando la nebbia, si accontenta di osservare «la siepe / dell’orto».

 

28/10/2018 10:35 Francesca Vittoria
Bellissimo paragone. Nell,a poesia si percepisce una sofferenza che vuole stare raccolto con se stesso e l'ambiente famigliare, un uomo che desidera stare piangere il suo dolore. Questo succedeva in quel tempo , quando un corteo funebre passava, tutte le persiane si abbassavano, il silenzio era partecipazione, rispetto, comprensione, Il poeta cita la natura quasi a trovare in essa quel conforto che non lo fa sentire solo. Il cieco costretto da cecità a stare solo, vuole uscire, vuole riprendersi la vita , sente che passa qualcuno che forse può fare questo è grida per essere notato. Gesù , che prova compassione di un suo simile sofferente si ferma, gli chiede cosa vuole, certo lo sapeva, ma vuole sentirlo chiedere, "che io riabbia la vista" A me viene certa riflessione: l'uomo ha fatto una esperienza triste, aver perso la vista gli ha fatto provare quanto essa era preziosa, come viveva in modo diverso prima, quanto povero era diventato, solo, emarginato. Una fortuna che Gesù passasse di la, ha avuto fede in quel Personaggio, e riavuto la vista.
Due uomini a confronto, due esperienze diverse ma quanto ancora fanno parte della vita di ognuno. La condizione dell'uomo sofferente citata nella poesia f cercava conforti nelle cose che amava, famigliari dalla natura e traeva dal sentirsi circondato da queste conforto. Il cieco non si è adattato alla condizione di cieco, ha coltivato il desiderio di rivedere , ha rotto l'isolamento gridando a quell'Uomo di cui aveva probabilmente saputo avere potere, e Cristo, luce di misericordia ha visto la fede in Lui, e lo ha guarito.....Le cose, le persone possono dare conforto, ma la situazione non cambia, se l'uomo rimane solo con se stesso Soltanto rivolgendosi a un Essere superiore quale è Cristo, si può trarre speranza di rialzarsi, di ricevere quel l'aiuto che fa uscire dalla solitudine,che rida la speranza ogni qualvolta si vivono esperienze dolorose, difficili.
La cosa più desolante e pensare che uno da solo possa rialzarsi, quel credere di non aver bisogno di un Cristo, questa è vera cecità, quella che oggi ci circonda è una nebbia di presunzione che si è fatta fitta grazie a tutta quella scienza che ha contribuito a far credere così tanto in se stessi, che tutto ci è possibile , che non si provano più neppure semplici emozioni, i sentimenti del cuore. Oggi molti sembrano vedere soltanto con le luci elettriche, non guardano più in alto ma in basso preferiscono estate avvolti da queste fino a cercare l'angolo oscuro , la cecità
Francesca Vittoria



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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