Parlarne, ma come?
di Antonio Torresin | 15 febbraio 2011
Io parroco di periferia ho deciso di non utilizzare mai il pulpito per questioni legate alla politica. Ma allora l'alternativa è solo quella di tacere?

Che cosa devo dire, che cosa non devo dire? Questo mi chiedo in questi giorni in cui la situazione politica nazionale ci porta a interrogarci sulla difficile fase che stiamo vivendo.

Me lo chiedo prima di tutto perché sono da poco parroco in una comunità della periferia di una grande città e vedo attorno a me parroci che si sono esposti, magari in predica o con interviste ai giornali, chi pro e chi contro. Ma non si rischia di entrare nella ridda delle voci che gridano? Ho deciso anzitutto di non utilizzare mai il pulpito per queste cose, di non approfittare della posizione che la celebrazione mi offre o meglio della responsabilità che mi viene data: non si piega la Parola a questi scopi, e non la si usa per una parte contro l'altra.

Ma allora l'alternativa è solo quella di tacere? Anche il tacere della Chiesa, come le sue parole, spesso lasciano smarrito il popolo di Dio.

Ho avuto due occasioni, nelle quali mi sono sentito di aprire il capitolo della crisi morale della politica del nostro Paese. In un piccolo gruppo della redazione del nostro giornale di parrocchia ne abbiamo parlato. Cosa dobbiamo dire, possiamo scrivere qualcosa? Dobbiamo solo tacere? Ne è venuta fuori una semplice idea. Molti si sono ritrovati in uno scritto, che affronta la questione da un punto di vista apparentemente marginale ma in realtà centrale. In una lettera di una suora, sr. Rita Giaretta di Caserta. Abbiamo deciso di pubblicarla. Non mi sembra un caso che sia la parola di un donna e di una religiosa: un po' di profezia fa bene.

Eccola qui di seguito


Lettera aperta da Caserta di suor Rita Giaretta

Caserta, 27 gennaio 2011
Festa di Sant'Angela Merici

«Se verrete a conoscere chiaramente
 che sono in pericolo la salvezza e l'onestà delle figliole, 
non dovrete per niente consentire, né sopportare, né aver riguardo alcuno,
 se non potrete provvedere voi, 
ricorrete alle madri principali e, senza riguardo alcuno, 
siate insistenti, anche importune e fastidiose» (Sant'Angela Merici).

Da anni, insieme a tre mie consorelle (suore Orsoline del S. Cuore di Maria), sono impegnata in un territorio a dire di molti "senza speranza". Un territorio, quello casertano, sempre più in ginocchio per il suo grave degrado ambientale, sociale e culturale, dove anche la piaga dello sfruttamento sessuale, perpetrato a danno di tante giovani donne migranti, è assai presente con i suoi segni di violenza e di vera schiavitù. 
Come donna, come consacrata, provocata dal Vangelo di Gesù che parla di liberazione e di speranza, insieme alle mie consorelle, ho scelto di "farmi presenza amica" accanto a queste giovani donne straniere, spesso minorenni, per offrire loro il vino della speranza, il pane della vita e il profumo della dignità.


Oggi, osservando il volto di Susan chinarsi e illuminarsi in quello del suo piccolo Francis, scelto e accolto con amore, ripensando alla sua storia - una tra le tante storie accolte, la quale ancora bambina (16 anni) si è trovata sulle nostre strade come merce da comprare, da violare e da usare da parte di tanti uomini italiani - sono stata assalita da un sentimento di profonda vergogna, ma anche di rabbia. 
Ho sentito il bisogno, come donna, come consacrata e come cittadina italiana, di chiedere perdono a Susan per l'indecoroso spettacolo a cui tutti, in questi giorni, stiamo assistendo. E non solo a Susan, ma anche alle tante donne che hanno trovato aiuto e liberazione e alle tante, troppe donne, ancora schiave sulle nostre strade. Ma anche ai numerosi volontari e ai tanti giovani che insieme a noi religiose credono nel valore della persona, in particolare della donna, riconosciuta e rispettata nella sua dignità e libertà.


Sono sconcertata nell'assistere come da "ville" del potere alcuni rappresentanti del governo, eletti per cercare e fare unicamente il bene per il nostro Paese, soprattutto in un momento di così grave crisi, offendano, umilino e deturpino l'immagine della donna. Inquieta vedere esercitare un potere in maniera così sfacciata e arrogante che riduce la donna a merce e dove fiumi di denaro e di promesse intrecciano corpi trasformati in oggetti di godimento.
 Di fronte a tale e tanto spettacolo l'indignazione è grande!
Come non andare con la mente all'immagine di un altro "palazzo" del potere, dove circa duemila anni fa al potente di turno, incarnato nel re Erode, il Battista gridò con tutta la sua voce: «Non ti è lecito, non ti è lecito!».


Anch'io oggi, anche a nome di Susan, sento di alzare la mia voce e dire ai nostri potenti, agli Erodi di turno, non ti è lecito! Non ti è lecito offendere e umiliare la "bellezza" della donna; non ti è lecito trasformare le relazioni in merce di scambio, guidate da interessi e denaro; e soprattutto oggi non ti è lecito soffocare il cammino dei giovani nei loro desideri di autenticità, di bellezza, di trasparenza, di onesta. Tutto questo è il tradimento del Vangelo, della vita e della speranza!


Ma davanti a questo spettacolo una domanda mi rode dentro: dove sono gli uomini, dove sono i maschi? Poche sono le loro voci, anche dei credenti, che si alzano chiare e forti. Nei loro silenzi c'è ancora troppa omertà, nascosta compiacenza e forse sottile invidia. Credo che dentro questo mondo maschile, dove le relazioni e i rapporti sono spesso esercitati nel segno del potere, c'è un grande bisogno di liberazione.


E allora grazie a te, Susan, sorella e amica, per aver dato voce alla mia e nostra indignazione, ora posso, come donna consacrata e come cittadina, guardarti negli occhi e insieme al piccolo Francis respirare il profumo della dignità e della libertà.

Sr. Rita e sorelle comunità Rut

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Poi ad una catechesi parrocchiale ne ho dato notizia, in seguito ad una discussione nata sul tema del potere e dello sfruttamento. Il giorno dopo mi è arrivata un'altra lettera, che in parte qui riproduco:

Rev. don Antonio,

ho visto anch'io la lettera inviata da Sr. Eugenia Bonetti (che era associata a quella di sr Rita) e la condivido pienamente. Anche il messaggio che lei ha voluto dare al termine della serata di martedì scorso credo fosse nella forma giusta, ossia improntato alla necessaria prudenza senza però tacere facendo finta nulla. Forse bisognerà parlarne nelle sedi opportune per vedere come meglio affrontare discorsi come questi oggi così difficili.

Io però mi pongo un paio di domande: la prima è che i sacerdoti possono cercare di trasmettere il disagio di tanti credenti ai loro superiori e noi abbiamo la fortuna di avere, per ora, un pastore attento come il card. Tettamanzi. Giovedì scorso ho letto che in università Cattolica, Cl aveva affisso un cartello. Si tratta di un fotomontaggio che paragona il Procuratore della Repubblica Bruti Liberati a un agente dei servizi segreti comunisti della ex Germania dell'Est. Il cartello non è stato rimosso quindi non risulta sgradito alle autorità accademiche. Mi colpisce il fatto che la Cattolica abbia la facoltà di giurisprudenza ma abbia anche maturato un'idea alquanto singolare del diritto. Purtroppo anche il card. Bagnasco ha sì richiamato la politica a una maggior sobrietà ma sembra anche attribuire qualche responsabilità ai magistrati quasi fossero colpevoli, in seguito a una denuncia per furto di aver casualmente scoperchiato la cloaca che tutti hanno visto.

Non la tedio oltre ma dico solo che diventa sempre più difficile riconoscersi in quel tipo di chiesa. Per fortuna ci sono le parrocchie, tante ottime suore, i missionari, i preti di strada specialmente quelli antimafia che magari mettono a repentaglio la loro vita. Manca la possibilità di ragionare in merito a questi temi con una certa libertà con i fratelli di fede.

Io credo che il popolo di Dio si aspetti una maggiore libertà di parola, la possibilità di trovare luoghi dove si possa operare un discernimento comune, la capacita di dire parole diverse in un tempo dove la parola è malata. Forse non dobbiamo solo tacere.

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Antonio Torresin

Antonio Torresin è un sacerdote dell'arcidiocesi di Milano. È parroco di San Vito al Giambellino, quartiere popolare della metropoli lombarda. È collaboratore del Vicariato per la Formazione del Clero della Chiesa ambrosiana. Per l'editrice Àncora ha curato la redazione di diversi testi sul ministero sacerdotale.

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