Costruire comunità di fede
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 29 settembre 2018
Per superare la solitudine dei preti e la perdita di significanza del loro ruolo è necessaria una forte assunzione di corresponsabilità da parte dei laici, all’insegna del comune sacerdozio battesimale

Quale bene dallo scandalo?

La domanda resta retorica in quelle comunità dove se ne parla poco e in Italia ce ne sono eccome (i problemi per alcuni sono sempre altri e, guarda caso, più spesso legati al portafoglio). Ma esiste anche l'altra faccia della medaglia dove le riflessioni si moltiplicano, anche davanti ad un piatto per la cena tra famiglie e un don amico dove i discorsi prendono le strade più diverse, ma tutte nascono da una preoccupazione per questa "ditta" che talvolta assume più l'aspetto di una barca alla deriva verso una secca rovinosa.

Occorre riconoscere che puntare ad un bene significa prima riconoscere ciò che necessita di quel bene. E il centro della questione sono i preti e i religiosi, con tutta evidenza bisognosi di aiuto perché i fatti che emergono da archivi che si ritenevano ormai vuoti, sono comunque sintomo di una crisi.

Dove sta il problema? Innanzitutto nella solitudine in cui si dibattono, più spesso inconsapevolmente. Riaffiora, come sempre il problema del celibato, ma non è solo quello, perché se si scava a fondo dal punto di vista psicologico non si tratta solo di rapporti coniugali banditi, ma della mancanza di una vicinanza fatta di affetto e condivisione di vita, unita (ed è tutt'altro da sottovalutare) ad una consapevolezza che, senza un figlio che prolunga in qualche modo la tua esistenza, rischi l'insignificanza e l'oblio. Sappiamo tutti come finisce: ci sono preti che vivono con ansia il rientro a sera in un appartamento o una stanza freddi dove nessuno ti accoglie con calore e dove anche le motivazioni più forti che ti hanno fatto spendere per gli altri ogni istante della giornata naufragano miseramente. C'è chi ha trovato le compensazioni più disparate, dall'"ingaggio" vorticoso nelle attività, qualunque esse siano pur di circondarsi di persone con l'illusione di sentirsi accettato e approvato fino al carrierismo spinto che ti fa sentire qualcuno o l'avidità che ti fa accumulare cose o esperienze perché, in fondo, sei un professionista anche tu.

In mezzo quel clericalismo denunciato dal papa (e più spesso non riconosciuto) che si illude di avere in pugno il cuore e la mente delle persone e ti pone su un bel piedestallo decisionale. Oppure ti fa sbandare, in nome della tua superiorità (e non dimentichiamo che ben più frequenti degli abusi sui minori, sono le relazioni, clandestine, perlopiù eterosessuali, di cui si preferisce tacere, anche se esiste sempre quel vescovo che, giustamente, interviene).

Che possiamo fare? Non sto a ripetere rimedi suggeriti da tempo, ma una svolta nella formazione del clero (sono stata compagna di scuola di seminaristi e insegnante di seminaristi, un numero quasi statistico di questi tempi) è l'appello che, come laici, dovremmo condividere tutti quanti. La crisi demografica restringe il numero dei potenziali candidati, ma non si può sorvolare sulla crescita personale dei giovani, in termini di fede e soprattutto di maturità e capacità di scelte di vita. Le vocazioni cosiddette "adulte" appaiono più affidabili: il giovane manager lanciato in carriera che entra in seminario/convento è maggiormente motivato di quanto lo fosse anni fa un ragazzino che entrava a 11 anni e, salvo eccezioni spesso molto sofferte, non riusciva più a tornare sui suoi passi (e chi lo faceva finiva spesso ai margini come accaduto a molti, usciti dal seminario e poi sposati, ma rientrati in paese solo alla morte dei genitori o anche mai più, senza dimenticare chi ha lasciato "dopo" e di fatto bandito). Coinvolgimento delle comunità, presenza di uomini e donne, attenzione alla sfera psicologica, vicinanza alle persone sono un corollario più che necessario di un cambiamento che non può aspettare.

Ma c'è anche un altro elemento che contribuisce alla crisi: la perdita di un ruolo sociale, per non parlare di caduta libera. Una volta la figura del parroco, del monsignore di curia, dell'abate, del teologo avevano un'influenza sociale pari a quella del sindaco, il medico, l'avvocato, ma sappiamo tutti che oggi la situazione è ben diversa e non deve illudere il fatto che in alcune realtà di chiami
ancora il prete per una "benedizione" in ambiente laico (poco più che folklore). Quanti oggi si preparano lo sanno bene (almeno si può sperare), ma chi è diventato prete fino agli anni '90 non ne ha ancora una chiara consapevolezza e talvolta vive la situazione come un'autentica insignificanza della sua persona dibattendosi tra delusione e rischio depressione. Anche qui le reazioni finiscono
per sfociare nel caso precedente, con l'aggiunta di un autoritarismo oggi tanto più incomprensibile, quanto inconsapevole da parte degli interessati. Ma dove l'aiuto dei laici diventa ancora più determinante. Perché occorre far comprendere al prete/religioso di turno che a lui non è sempre richiesta l'ultima parola (se guardate è una loro deformazione che si ritrova anche sui social), che
esiste un sacerdozio battesimale che, grazie al Cielo e alle acquisizioni del Concilio, può, e deve, assumere una corresponsabilità nella Chiesa di Dio, che in ambito laico sono presenti delle competenze che lui non può avere, che lui non deve sentirsi indispensabile se non per spezzare il pane sull'altare e amministrare quei sacramenti per conto di Dio (ma lo chiamiamo poco?).

Non sono da escludere forti resistenze, soprattutto in chi si ritiene, per definizione un tuttologo solo perché deputato a salire sul pulpito per la predica, ma il rischio vale la candela. Ogni genitore sa che spesso, nonostante all'interessato appaia tutto il contrario, si agisce per il bene di un figlio, anche se l'accondiscendenza sarebbe più popolare, ma, se abbiamo a cuore, la vita dei nostri preti, anche questo può contribuire. La loro presenza è più che determinante, anche se in modalità diverse dal passato.

Del resto si tratta di far comprendere a tutti, preti e laici, che le due vocazioni sono entrambe valide e complementari, entrambe chiamate a contribuire alla costruzione della Chiesa di Dio ed è a questo bene che dobbiamo guardare, per emergere rinnovati dalle secche della crisi. Il bene sarà una crescita delle nostre comunità - comunità di fede che non temono anche di imboccare strade pastorali nuove - nella direzione di una testimonianza evangelica di cui il mondo moderno ha ancora bisogno.

 

Foto Flickr: arcidiocesi di Boston

 

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Pedofilia oltre lo scandalo

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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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