Cartoline da Vilnius
di Chiara Bertoglio | 21 settembre 2018
Appunti di viaggio dal Paese dove domani arriva il Papa. Un luogo che ci ricorda che dopo Auschwitz, dopo la Siberia, dopo i Lager e i gulag, la poesia, la musica, la preghiera, l'amicizia e la fede sono sempre più importanti

Sono recentemente tornata da un breve viaggio a Vilnius, dove mi trovavo per lavoro. Era la prima volta che andavo in un Paese baltico, e ne sono rimasta davvero colpita. Innanzi tutto, è una città meravigliosa, con i suoi grandi viali incorniciati da palazzi signorili, o le piccole vie del centro storico (patrimonio dell'UNESCO) su cui si affacciano più piccole costruzioni multicolori e armoniose.

È una città moderna, in cui tecnologia, commercio e servizi sono al livello dei maggiori Paesi occidentali; una città piacevole da girare a piedi, in cui molti angoli rivelano scorci sorprendenti. È anche una città gourmet, come testimonia la cioccolateria in cui ci si può sedere accanto ad un salotto interamente fatto di cioccolato, a grandezza naturale, con tanto di tavolini, sedie, poltrone, caminetto e suppellettili.

Ma è una città che ha anche una storia diversa da quella di Roma o Parigi, una storia che giustamente ci tiene a ricordare e far conoscere, particolarmente in quest'anno in cui si festeggia il centenario dell'indipendenza delle Repubbliche baltiche. Cento anni non "lisci", in cui - fra il 1918 e il 2018 - c'è stata la grande parentesi (o meglio la voragine) delle occupazioni e dei totalitarismi.

Io sono una che non guarda mai un film horror, e che davanti alle scene di violenza, vere o fittizie, abbassa lo sguardo; proprio non ce la faccio a vedere o leggere certe cose. Non credo sia l'atteggiamento dello struzzo: semplicemente, non sento la necessità di infliggermi delle visioni che mi ripugnano per convincermi di quale sia l'esito di determinate ideologie, di certe scelte politiche, di un modo disumano di vivere l'umanità.

Eppure mi sono detta che non potevo non entrare nel Museo del Genocidio, che si trovava proprio dirimpetto all'Accademia di Musica dove avrei dovuto suonare. E ho fatto bene. Non era un "Museo della tortura" come quelli che (con mio sconcerto) pullulano nelle città d'arte; di violenza efferata se ne vedeva poca. Ma il groppo in gola c'era, vi assicuro. Come c'era un silenzio che si tagliava a fette tra i visitatori - non si sentiva scambiare una parola, tutti ammutoliti dall'angoscia.

Il museo ha sede in un palazzo che ha avuto il dubbio onore di fungere da prigione e centro direzionale della Gestapo e del KGB, con una par condicio dell'orrore che non risparmia nessuno.

Nel piano interrato si visitano le celle, e fa parte delle cose che "devi vedere per capire". Dalle porte blindate si intravedono infatti delle brandine, tre per cella, in uno spazio tutto sommato ragionevole; e ci si fa l'idea che le celle ospitassero tre prigionieri. Peccato che il cartello fuori dice che, in certi momenti, il KGB ne stipava fino a cento in quello spazio. Cento?? E capisci un po' di cose.

Vedi le docce, spartane ma tollerabili, e poi leggi che i prigionieri potevano lavarsi una volta al mese, e spesso solo con l'acqua gelata. E ti vengono i brividi.

Poi segui una freccia, che indica il luogo delle esecuzioni capitali.

Io sono entrata da sola, e, lo confesso, mi sono inginocchiata. Non si vede nulla di scioccante, ma si sente, a pelle, l'immensità della tragedia. Sei in un mattatoio in cui fino a cinquanta persone venivano uccise in una sola notte; in cui la "banalità del male" prende la forma di una pompa d'acqua usata per pulire le macchie di sangue dal pavimento. E ti inchini, davanti alla sofferenza di chi è entrato in quel luogo per non uscirne più, e davanti alla grandezza ed all'eroismo che hanno caratterizzato molte di quelle morti.

Perché poi leggi ancora, e scopri le storie di chi ha resistito strenuamente, da martire, per difendere la propria patria e la propria fede, la propria cultura e la libertà religiosa. Storie di preti e di laici, di giovani e di vecchi, di grandi politici e di semplici ragazzi che credevano in Dio e nella Lituania libera.

Al piano di sopra, vedi invece gli oggetti quotidiani di chi ha avuto una sorte diversa ma forse non meno tragica - la deportazione in Siberia ed in altri luoghi ugualmente ameni. Trovi oggetti della fede: il micro calice con cui il prete celebrava la messa della Domenica delle Palme nel vagone piombato che lo portava in esilio; il rosario fatto di briciole di pane (più prezioso di un rosario di perle, considerando la fame che pativano i prigionieri!); il mini crocifisso intagliato in un manico di spazzolino da denti.

Trovi oggetti dell'affetto: la cartolina di Natale mandata da un deportato alla famiglia; il "biglietto d'auguri" scritto sul retro di una corteccia di betulla; i fazzoletti su cui due genitori portavano, ricamati a punto croce, i ritratti dei loro bambini lontani; i giocattoli fatti a mano da un vescovo martire, internato in un manicomio (sebbene sano di mente), che mandava alla sua nipotina per Natale.

E d'improvviso vedi le persone, la gente in carne ed ossa, i passanti come te, e capisci che sono proprio fratelli quelli che soffrirono così tanto. Quando leggi i numeri dello stalinismo, ammutolisci ma non capisci; quando vedi i volti, comprendi le dimensioni dell'orrore.

Al museo, mi aveva anche colpita molto vedere alcune date, e rendermi conto che alcuni dei martiri di cui si parlava avevano l'età dei miei genitori o erano più giovani di loro; e rivedere le scene degli anni Ottanta, di cui ho chiare memorie personali, e che sembrano passati da così poco. Non ricordavo la catena umana di due milioni di persone che gli abitanti delle tre Repubbliche baltiche intrecciarono per protesta, prima della liberazione; e vedere le scene delle ultime repressioni sovietiche, che ebbero luogo nei posti in cui ero passata poche ore prima e nel tempo della mia stessa vita, mi ha fatta pensare a come tutto ciò sia storia, ma sia anche storia viva.

Uscita da lì, avevo il cuore gonfio di emozioni e qualche lacrima annidata negli occhi. E ho incontrato persone della Vilnius di oggi che aggiunto emozione ad emozione, e mi hanno fatta ancora pensare a come l'oggi luminoso non sia privo di ombre.

Lungo il Prospektas più chic ed importante della città, ho incontrato un anziano, povero ma dignitoso, che vendeva piccoli mazzi di fiori di campo legati con lacci da scarpe. A gesti gli ho chiesto quanto costavano, e ne ho preso uno che ho poi lasciato nella cattedrale, davanti ad un crocifisso che credo abbia accolto le lacrime e le preghiere di tante generazioni di lituani.

A messa, ho visto una suora molto anziana, piccola, minuta, che pregava con un'intensità che io non raggiungo nemmeno nei momenti più belli del mio rapporto con Dio. Con grande fatica si inginocchiava per ricevere la comunione, e poi, non riuscendo a rialzarsi e inginocchiarsi di nuovo, sempre ginocchioni si spostava a lato del presbiterio per pregare senza disturbare nessuno. Non so nulla di lei, se non che sono persone così quelle che hanno salvato l'anima del loro Paese.

L'ultimo giorno dovevo suonare all'Accademia. Mentre stavo eseguendo i primi brani, mi è venuta un'idea, e ho deciso di dedicare l'ultimo brano (una trascrizione ottocentesca dell'Aria sulla quarta corda di Bach) alla Lituania ed alle vittime del genocidio. Non so se sono riuscita a trasmetterlo in modo adeguato, ma mi sembrava giusto farlo: mi trovavo a poche decine di metri dalla prigione del KGB, nell'Accademia di Musica, in un palazzo dedicato all'educazione ed all'arte (due delle cose più belle che esistano fra gli esseri umani), prospiciente un palazzo dedicato alla tortura, all'ingiustizia ed alla morte.

Le note di Bach, tra le più belle e luminose che siano mai state scritte, erano come una carezza redentrice, un balsamo di incantamento e di tenerezza, di spiritualità e di bontà, che in qualche modo cercava di scendere nelle voragini del disumano.

Non sono nulla, queste poche note; Adorno direbbe che la poesia, dopo Auschwitz, è barbarie. E invece no: dopo Auschwitz, dopo la Siberia, dopo i Lager e i gulag, la poesia, la musica, la preghiera, l'amicizia e la fede sono sempre più importanti. Perché è grazie a loro che affermiamo la nostra umanità di fronte a chi la stupra e la svilisce, degradando l'essere umano a bestia sadica; le esili note di un brano purissimo, che getta uno sguardo oltre le nuvole, ci dicono che gli esseri umani sono chiamati ad altro. E chi ha resistito al male ne è la testimonianza più bella.

01/10/2018 23:28 Luca Paganucci
Grazie per questo racconto di una tua esperienza, Chiara; sei stata molto abile con le tue parole perché se ad un tempo mi hai fatto toccare con mano la Gioia e la Bellezza della Musica, dall'altra parte mi hai anche fatto percepire la crudezza di tanti avvenimenti avvenuti quasi dietro casa nostra. Conosco la frase di Adorno che hai citato, e condivido il tuo pensiero sul ruolo della poesia (e, più in generale, dell'arte): non è vero che è fine a se stessa.
Con amicizia e stima,
Luca



24/09/2018 08:07 Chiara Bertoglio
Grazie infinite a te, Ale, per la tua gentilezza! Un caro saluto!


23/09/2018 01:54 Ale.
Grazie, Chiara, per avere condiviso con noi queste tue emozioni, queste tue riflessioni.
Le tue parole profumano sempre di buono, risollevano l'anima.
Grazie ancora.



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Chiara Bertoglio

Chiara Bertoglio è una giovane concertista di pianoforte, musicologa, scrittrice e docente italiana. Laureata e dottore di ricerca in musicologia, ha scritto diversi libri e numerosi saggi per riviste specialistiche italiane ed internazionali, partecipando come relatrice a convegni prestigiosi (ad Oxford, Londra, Roma etc.).

Impegnata nell'approfondimento dei rapporti fra musica e spiritualità cristiana, ha pubblicato libri sull'argomento; inoltre, scrive articoli e libri non musicali per diffondere storie positive di speranza. Svolge intensa attività didattica privatamente ed in importanti istituzioni italiane ed estere, sia come docente di pianoforte sia come musicologa.

Gli articoli che pubblichiamo su Vino Nuovo sono tratti dal suo blog. Per conoscere meglio (e anche ascoltare) la sua attività di musicista www.chiarabertoglio.com

 

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